giovedì 19 novembre 2015

DA OGGI IL VANGELO DELLA DOMENICA IL “MANIFESTO” DI GESÙ

Da oggi mons. Domenico
Mogavero, vescovo di
Mazara del Vallo, inizia
la sua rubrica domenicale
sul Fatto Quotidiano
» DOMENICO MOGAVERO



Èla festa di tutti i Santi e il
Vangelo proclama le Beatitudini,
che essi hanno vissuto e
realizzato. Chissà se le folle che
in quel mattino di primavera avevano
scalato il monte
con Gesù presagivano
l’evento a cui stavano
per assistere e che avrebbe
cambiato diversi atteggiamenti!
Chissà se il Maestro
era stato indotto a dare quel
messaggio inaudito proprio
perché circondato da un tale uditorio,
non particolarmente
predisposto all’ascolto di parole
inattese!Èla festa di tutti i Santi e il
Vangelo proclama le Beatitudini,
che essi hanno
vissuto e realizzato. Chissà se le
folle che in quel mattino di primavera
avevano scalato il monte
con Gesù presagivano l’evento a
cui stavano per assistere e che avrebbe
cambiato diversi atteggiamenti!
Chissà se il Maestro era
stato indotto a dare quel messaggio
inaudito proprio perché
circondato da un tale uditorio,
non particolarmente predisposto
all’ascolto di parole inattese!
DI FATTO il contesto ha indotto
Gesù, profondo conoscitore delle
folle e dei suoi umori, a cogliere
al volo un’opportunità così ghiotta.
Egli, perciò, da maestro detta il
suo Vangelo-pensiero con autorevolezza
indiscussa e con chiarezza
inoppugnabile, promulgando
il “manif esto” del nuovo
Regno e, perché no, dell’uo mo
nuovo per un mondo diverso.
I discepoli sono in prima fila
attorno a lui e tutto è pronto per
l’annuncio, in un clima di grande
attesa e di intensa emozione. E
Gesù non delude proprio nessuno;
anzi suscita stupore e ammirazione
perché le sue non sono le
parole di un israelita come tutti.
“Egli infatti insegnava loro come
uno che ha autorità” (Mt 7,29),
come annota puntualmente l’evangelista.
Il testo è scandito da un martellante
“beati” (felici, contenti,
appagati...) che arriva in forma
accattivante alle orecchie. Infatti,
chi potrebbe mai rifiutare, o
anche solo disattendere, un messaggio
così gratuito e invitante?
Ma quando la frase compiuta oltrepassa
l’orecchio e, attraverso
il cuore, giunge alla ragione, è inevitabile
un senso di smarrimento
e di sconcerto.
Possibile – si saranno chiesto
in tanti –che la felicità abiti nella
casa della povertà? Che i miti e i
pacifici conquisteranno allegramente
il mondo, loro che da sempre
rifiutano la logica del potere,
delle armi, della sopraffazione,
della corruzione, della violenza?
Che ci sarà giustizia finalmente
per quelli che a lungo e invano
l’hanno desiderata e implorata?
Che godranno di una grande
gioia quanti aprono il loro cuore
all’accoglienza verso tutti e alla
condivisione di
quanto possiedono,
liberati finalmente
dall’angu -
stia di vedersi rubato
da sotto i piedi
il terreno delle
loro certezze e
dei loro beni?
È ragionevolmente
concepibile
che qualcuno,
perseguitato perché
giusto, possa
trovare in quella condizione tribolata
motivi di serenità e di gaudio?
E non è il colmo “illudere” con
promesse di felicità le vittime di
persecuzioni, calunnie, insulti
provocati ingiustamente a motivo
della propria fedeltà a Cristo?
Se a parlare fosse stato un qualunque
cialtrone venditore di fumo
tanti avrebbero abboccato
senza opporre resistenza critica.
Ma non è il nostro caso: ha parlato
la Sapienza e sotto sotto non
c’è alcun tranello. Tutte le sue parole
sono vere; anzi sono la Verità.
UNA VERITÀ SCOMODA, tu tt avia,
che non può essere mandata
giù come una fresca bibita nei
giorni di calura.
È una Verità che inchioda perché
indica come via della gioia,
che riempie il cuore e la vita, non
la scorciatoia della scuola poetica
toscana (“Chi vuol essere lieto,
sia: di doman non c’è certezza”),
ma il sentiero della croce che, sotto
la scorza scarnificante, offre il
calice del gaudio soave, con un
retrogusto gradevole di amarezza.
In fondo, le beatitudini sono sì
per tutti, ma non tutti hanno il coraggio
di alzare quel calice e l’au -
dacia di sfidare il palato per assaporarle.
In tanti si sono lasciati
affascinare e non sono rimasti delusi,
perché di sicuro è una scommessa
con una posta in palio altissima,
ma vale la pena rischiare
perché, a conti fatti, non c’è nulla
da perdere. Basta crederci e fidarsi.
*Vescovo di Mazara del Vallo
e commissario Cei
per l'immigrazione
© RIPRODUZIONE RISERVATA

mercoledì 11 novembre 2015

Inchiesta sui cattolici/10 Tra le persone normali il sinodo è lontano, gli ordini delle gerarchie irrilevanti, tranne che per pochi nostalgici

Con Francesco sta finendo
il tempo dei “fedeli bambini”



MARCO MARZANO
uella di oggi è l’ultima puntata
della mia inchiesta sulla
Chiesa Cattolica italiana al
tempo di Francesco. Si conclude
così quello che per me è
stato un viaggio a tratti entusiasmante,
nel quale ho imparato
molte cose, conosciuto
persone splendide e iniziato
un fitto dialogo con i lettori di
questo giornale che, per cominciare,
si rifletterà nell’ebook
che, accanto a tutti i miei
articoli, comprenderà alcune
delle tante lettere che ho ricevuto
da voi e che poi spero
continuerà fecondo nel tempo.
Questo è il momento del
bilancio, delle immagini di
sintesi che si possono ricavare
dall’osservazione delle varie
tappe del mio viaggio
all ’interno della Chiesa italiana.
LA PIÙ VIVIDA delle istantanee,
quella che per prima mi
viene alla mente, è l’opposi -
zione piuttosto netta tra la
Chiesa di vertice e quella di
base, tra la casta sacerdotale e
il popolo di Dio. Quest’ultimo
mi è apparso infatti, nelle tante
periferie esistenziali in cui
l’ho cercato, perfettamente
secolarizzato, cioè formato da
persone adulte in grado di ragionare
con la propria testa,
molto a loro agio nel mondo e
con i non credenti, impegnate
in una miriade di progetti locali
di solidarietà, non ossessionate
dal sesso, dalla colpa e
dal peccato, ma piuttosto interessate
a manifestare la loro
fede pregando, meditando sul
Vangelo e soprattutto amando
il prossimo. Nei casi migliori,
costoro rappresentano,
ai miei occhi, il volto di Dio,
cioè sono la dimostrazione vivente
degli effetti positivi che
la fede (anche, e forse soprattutto,
quella incerta, anche
quella più tormentata e sofferta)
può produrre in chi la
possiede. Questi “cattolici adulti”
ignorano serenamente i
documenti prodotti dalla gerarchia,
seguono i vari sinodi
in modo distratto, dato che
non hanno né il tempo né la
voglia di star dietro alle dotte
dispute dottrinarie sulla famiglia
e dintorni che al contrario
tanto impegnano la gerontocrazia
clericale. E questo
sia perché di famiglia ne
hanno molto spesso una propria,
con tante esigenze che si
sommano a quelle della parrocchia,
della Caritas, del volontariato,
eccetera, sia perché
pensano che quelle dispute
non li riguardano un granché,
perché ritengono che
quello che viene dai palazzi
del potere clericale non riguardi
davvero la loro vita. Una
vita, la loro, calata perfettamente
in questo tempo storico
e nella quale si dà per
scontato quello che è scontato
per tutti noi: e cioè che usare
un anticoncezionale non è
peccato ma è anzi un gesto di
responsabilità, che il matrimonio
non è l’unico regime
accettabile per una relazione
amorosa, che gli omosessuali
sono persone perfettamente
normali e non difetti della
creazione, che una strage di
mafia o uno sterminio di massa
rappresentano colpe un
tantino più gravi di un divorzio.
E via di questo passo.
LE RIFORME che la Chiesa
stenta così tanto ad avviare,
sulle quali si tormentano in
punta di teologia e di diritto
tanti cardinali, loro le hanno
già realizzate. Le loro esistenze
non assomigliano ormai
più in nulla a quelle dei loro
antenati, a quelle dell’epoca a
cui tanti gerarchi vorrebbero
che tutti tornassimo. Verrebbe
da dire che, per tanti versi,
questi cattolici sono già diventati
protestanti, hanno già
saltato il fosso che li separa da
un cristianesimo all’alte zza
dei tempi e delle sensibilità
contemporanee. Quasi tutti
costoro amano papa Francesco,
un capo che finalmente
sembra essersi messo, pur con
tante contraddizioni ancora
irrisolte, in sintonia con i loro
sentimenti, con il loro desiderio
di disporre di una lettura
del messaggio evangelico meno
retrograda e reazionaria,
più aperta e disposta ad esaltare
i temi dell’amore, della
misericordia, della giustizia.
Nella Chiesa di base non ci
sono ovviamente solo cattolici
di questo genere. Ci sono
anche, e non sono pochi, concentrati
soprattutto nei movimenti
ecclesiali (Cl, neocatecumenali,
eccetera) o nei territori
dove il laicato è maturato
di meno, cattolici premoderni
o infantili, quelli che ad
usare la propria testa non sono
capaci o non hanno l’inten -
zione, quelli che hanno ancora
bisogno di venerare l’auto -
rità costituita, quelli che si
sentono piccoli piccoli al cospetto
di una veste cardinalizia
o anche solo della tonaca di
un prete, quelli che si confessano
due volte alla settimana e
al prete raccontano soprattutto
quante volte si sono masturbati
e non quante altre
hanno sottratto denari alla cosa
pubblica o peggio, quelli
che, in quanto cattolici ossequiosi
del precetto, coltivano
un odio settario per tutti coloro,
e cioè il resto del mondo
al di là del loro piccolo manipolo,
che ignora bellamente la
dottrina morale della Chiesa e
le sue ricette di vita. Per questo
genere di cattolici, quel
che succede al Sinodo e dintorni
è assai più rilevante. Il rischio
che loro paventano è infatti
quello di un cambiamento,
anche minimo, nell’i mpianto
dottrinale costruito,
con reazionaria meticolosità
e sapienza, dai due predecessori
di Francesco. Se ciò avvenisse,
la Chiesa si avvierebbe,
ai loro occhi, a smarrire se
stessa, a confondersi con l’odiata
modernità, a imbroccare
la china della resa definitiva
ai demoni dell’ind ivi dua lismo
libertario e della democrazia.
All’incrocio di tutti i cammini,
quello dei cattolici adulti
e quello degli infantili, quello
della chiesa di base e quello
della gerarchica, nel crocevia
centrale di tutto l’intricato viluppo
di percorsi ecclesiali
campeggia, lacerata e sofferente,
ossimorica quanto nessun
altra, la figura del prete.
Per la gerarchia il funzionario
chiamato a disciplinare, con
supina fedeltà al vertice, i
comportamenti del gregge,
per la base molto spesso un
prezioso sodale in un percorso
di emancipazione umana
ed intellettuale, il presbitero
cattolico è sempre di più, nella
nostra epoca, un luogo di contraddizioni
viventi e dolorose,
che talvolta si riverberano in
seri disagi psichici, che spesso
si tramutano in malattie, anche
se solo dell’animo.
IL TEMA DEL CELIBATOe della
vita affettiva e sessuale del
clero è la più evidente cartina
di tornasole di queste enormi
contraddizioni. Per i cattolici
adulti, si tratta di un argomento
totalmente irrilevante: costoro
sarebbero contenti se il
vincolo fosse abolito; per loro,
che il prete abbia o no una fidanzata
o un fidanzato è del
tutto affar suo, è una questione
privata. Quel che conta è
che egli sia preparato, competente,
onesto e disponibile,
che aiuti la comunità a divenire
sempre più adulta, autonoma
e consapevole di sé.
Al contrario, per i cattolici
infantili, l’asessualità del prete,
la sua purezza fisica riveste
u n’importanza enorme, è la
premessa per reputare sacra
la figura sacerdotale, per accostarla
a quella immensa e
salvifica del Cristo. E di conseguenza
per considerare
santa la Chiesa come struttura
di mediazione tra Dio e l’uo -
mo. Negare questo assunto
vuol dire, per i credenti bambini,
compiere un vero e proprio
sacrilegio. Quello che, nel
mio piccolo, ho compiuto io ai
loro occhi quando ho scritto,
in una delle ultime puntate
d el l’inchiesta, che la castità
del clero è una finzione.
Sono stato sommerso da
lettere colme di indignazione
e di rabbia incontenibile e genuina.
Come se avessi bestemmiato.
Solo perché ho dichiarato
che i preti sono uomini
come tutti gli altri. Né più
né meno. E che quando si sforzano
di non esserlo spesso
procurano a sé e ai fedeli che li
circondano danni psichici e
morali non proprio irrilevanti.
Su questa traccia, sulla
scorta di molte delle vostre
reazioni alle mie parole, voglio
lavorare alacremente nel
prossimo futuro. Sempre nella
convinzione di rendere omaggio
a quella che rimangono
le mie divinità personali
predilette: la libertà di pensiero
e l’amore per la verità. Buona
domenica a tutti.
(10. fine)
marco.marzano@unibg.it ©
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