giovedì 19 novembre 2015

DA OGGI IL VANGELO DELLA DOMENICA IL “MANIFESTO” DI GESÙ

Da oggi mons. Domenico
Mogavero, vescovo di
Mazara del Vallo, inizia
la sua rubrica domenicale
sul Fatto Quotidiano
» DOMENICO MOGAVERO



Èla festa di tutti i Santi e il
Vangelo proclama le Beatitudini,
che essi hanno vissuto e
realizzato. Chissà se le folle che
in quel mattino di primavera avevano
scalato il monte
con Gesù presagivano
l’evento a cui stavano
per assistere e che avrebbe
cambiato diversi atteggiamenti!
Chissà se il Maestro
era stato indotto a dare quel
messaggio inaudito proprio
perché circondato da un tale uditorio,
non particolarmente
predisposto all’ascolto di parole
inattese!Èla festa di tutti i Santi e il
Vangelo proclama le Beatitudini,
che essi hanno
vissuto e realizzato. Chissà se le
folle che in quel mattino di primavera
avevano scalato il monte
con Gesù presagivano l’evento a
cui stavano per assistere e che avrebbe
cambiato diversi atteggiamenti!
Chissà se il Maestro era
stato indotto a dare quel messaggio
inaudito proprio perché
circondato da un tale uditorio,
non particolarmente predisposto
all’ascolto di parole inattese!
DI FATTO il contesto ha indotto
Gesù, profondo conoscitore delle
folle e dei suoi umori, a cogliere
al volo un’opportunità così ghiotta.
Egli, perciò, da maestro detta il
suo Vangelo-pensiero con autorevolezza
indiscussa e con chiarezza
inoppugnabile, promulgando
il “manif esto” del nuovo
Regno e, perché no, dell’uo mo
nuovo per un mondo diverso.
I discepoli sono in prima fila
attorno a lui e tutto è pronto per
l’annuncio, in un clima di grande
attesa e di intensa emozione. E
Gesù non delude proprio nessuno;
anzi suscita stupore e ammirazione
perché le sue non sono le
parole di un israelita come tutti.
“Egli infatti insegnava loro come
uno che ha autorità” (Mt 7,29),
come annota puntualmente l’evangelista.
Il testo è scandito da un martellante
“beati” (felici, contenti,
appagati...) che arriva in forma
accattivante alle orecchie. Infatti,
chi potrebbe mai rifiutare, o
anche solo disattendere, un messaggio
così gratuito e invitante?
Ma quando la frase compiuta oltrepassa
l’orecchio e, attraverso
il cuore, giunge alla ragione, è inevitabile
un senso di smarrimento
e di sconcerto.
Possibile – si saranno chiesto
in tanti –che la felicità abiti nella
casa della povertà? Che i miti e i
pacifici conquisteranno allegramente
il mondo, loro che da sempre
rifiutano la logica del potere,
delle armi, della sopraffazione,
della corruzione, della violenza?
Che ci sarà giustizia finalmente
per quelli che a lungo e invano
l’hanno desiderata e implorata?
Che godranno di una grande
gioia quanti aprono il loro cuore
all’accoglienza verso tutti e alla
condivisione di
quanto possiedono,
liberati finalmente
dall’angu -
stia di vedersi rubato
da sotto i piedi
il terreno delle
loro certezze e
dei loro beni?
È ragionevolmente
concepibile
che qualcuno,
perseguitato perché
giusto, possa
trovare in quella condizione tribolata
motivi di serenità e di gaudio?
E non è il colmo “illudere” con
promesse di felicità le vittime di
persecuzioni, calunnie, insulti
provocati ingiustamente a motivo
della propria fedeltà a Cristo?
Se a parlare fosse stato un qualunque
cialtrone venditore di fumo
tanti avrebbero abboccato
senza opporre resistenza critica.
Ma non è il nostro caso: ha parlato
la Sapienza e sotto sotto non
c’è alcun tranello. Tutte le sue parole
sono vere; anzi sono la Verità.
UNA VERITÀ SCOMODA, tu tt avia,
che non può essere mandata
giù come una fresca bibita nei
giorni di calura.
È una Verità che inchioda perché
indica come via della gioia,
che riempie il cuore e la vita, non
la scorciatoia della scuola poetica
toscana (“Chi vuol essere lieto,
sia: di doman non c’è certezza”),
ma il sentiero della croce che, sotto
la scorza scarnificante, offre il
calice del gaudio soave, con un
retrogusto gradevole di amarezza.
In fondo, le beatitudini sono sì
per tutti, ma non tutti hanno il coraggio
di alzare quel calice e l’au -
dacia di sfidare il palato per assaporarle.
In tanti si sono lasciati
affascinare e non sono rimasti delusi,
perché di sicuro è una scommessa
con una posta in palio altissima,
ma vale la pena rischiare
perché, a conti fatti, non c’è nulla
da perdere. Basta crederci e fidarsi.
*Vescovo di Mazara del Vallo
e commissario Cei
per l'immigrazione
© RIPRODUZIONE RISERVATA

mercoledì 11 novembre 2015

Inchiesta sui cattolici/10 Tra le persone normali il sinodo è lontano, gli ordini delle gerarchie irrilevanti, tranne che per pochi nostalgici

Con Francesco sta finendo
il tempo dei “fedeli bambini”



MARCO MARZANO
uella di oggi è l’ultima puntata
della mia inchiesta sulla
Chiesa Cattolica italiana al
tempo di Francesco. Si conclude
così quello che per me è
stato un viaggio a tratti entusiasmante,
nel quale ho imparato
molte cose, conosciuto
persone splendide e iniziato
un fitto dialogo con i lettori di
questo giornale che, per cominciare,
si rifletterà nell’ebook
che, accanto a tutti i miei
articoli, comprenderà alcune
delle tante lettere che ho ricevuto
da voi e che poi spero
continuerà fecondo nel tempo.
Questo è il momento del
bilancio, delle immagini di
sintesi che si possono ricavare
dall’osservazione delle varie
tappe del mio viaggio
all ’interno della Chiesa italiana.
LA PIÙ VIVIDA delle istantanee,
quella che per prima mi
viene alla mente, è l’opposi -
zione piuttosto netta tra la
Chiesa di vertice e quella di
base, tra la casta sacerdotale e
il popolo di Dio. Quest’ultimo
mi è apparso infatti, nelle tante
periferie esistenziali in cui
l’ho cercato, perfettamente
secolarizzato, cioè formato da
persone adulte in grado di ragionare
con la propria testa,
molto a loro agio nel mondo e
con i non credenti, impegnate
in una miriade di progetti locali
di solidarietà, non ossessionate
dal sesso, dalla colpa e
dal peccato, ma piuttosto interessate
a manifestare la loro
fede pregando, meditando sul
Vangelo e soprattutto amando
il prossimo. Nei casi migliori,
costoro rappresentano,
ai miei occhi, il volto di Dio,
cioè sono la dimostrazione vivente
degli effetti positivi che
la fede (anche, e forse soprattutto,
quella incerta, anche
quella più tormentata e sofferta)
può produrre in chi la
possiede. Questi “cattolici adulti”
ignorano serenamente i
documenti prodotti dalla gerarchia,
seguono i vari sinodi
in modo distratto, dato che
non hanno né il tempo né la
voglia di star dietro alle dotte
dispute dottrinarie sulla famiglia
e dintorni che al contrario
tanto impegnano la gerontocrazia
clericale. E questo
sia perché di famiglia ne
hanno molto spesso una propria,
con tante esigenze che si
sommano a quelle della parrocchia,
della Caritas, del volontariato,
eccetera, sia perché
pensano che quelle dispute
non li riguardano un granché,
perché ritengono che
quello che viene dai palazzi
del potere clericale non riguardi
davvero la loro vita. Una
vita, la loro, calata perfettamente
in questo tempo storico
e nella quale si dà per
scontato quello che è scontato
per tutti noi: e cioè che usare
un anticoncezionale non è
peccato ma è anzi un gesto di
responsabilità, che il matrimonio
non è l’unico regime
accettabile per una relazione
amorosa, che gli omosessuali
sono persone perfettamente
normali e non difetti della
creazione, che una strage di
mafia o uno sterminio di massa
rappresentano colpe un
tantino più gravi di un divorzio.
E via di questo passo.
LE RIFORME che la Chiesa
stenta così tanto ad avviare,
sulle quali si tormentano in
punta di teologia e di diritto
tanti cardinali, loro le hanno
già realizzate. Le loro esistenze
non assomigliano ormai
più in nulla a quelle dei loro
antenati, a quelle dell’epoca a
cui tanti gerarchi vorrebbero
che tutti tornassimo. Verrebbe
da dire che, per tanti versi,
questi cattolici sono già diventati
protestanti, hanno già
saltato il fosso che li separa da
un cristianesimo all’alte zza
dei tempi e delle sensibilità
contemporanee. Quasi tutti
costoro amano papa Francesco,
un capo che finalmente
sembra essersi messo, pur con
tante contraddizioni ancora
irrisolte, in sintonia con i loro
sentimenti, con il loro desiderio
di disporre di una lettura
del messaggio evangelico meno
retrograda e reazionaria,
più aperta e disposta ad esaltare
i temi dell’amore, della
misericordia, della giustizia.
Nella Chiesa di base non ci
sono ovviamente solo cattolici
di questo genere. Ci sono
anche, e non sono pochi, concentrati
soprattutto nei movimenti
ecclesiali (Cl, neocatecumenali,
eccetera) o nei territori
dove il laicato è maturato
di meno, cattolici premoderni
o infantili, quelli che ad
usare la propria testa non sono
capaci o non hanno l’inten -
zione, quelli che hanno ancora
bisogno di venerare l’auto -
rità costituita, quelli che si
sentono piccoli piccoli al cospetto
di una veste cardinalizia
o anche solo della tonaca di
un prete, quelli che si confessano
due volte alla settimana e
al prete raccontano soprattutto
quante volte si sono masturbati
e non quante altre
hanno sottratto denari alla cosa
pubblica o peggio, quelli
che, in quanto cattolici ossequiosi
del precetto, coltivano
un odio settario per tutti coloro,
e cioè il resto del mondo
al di là del loro piccolo manipolo,
che ignora bellamente la
dottrina morale della Chiesa e
le sue ricette di vita. Per questo
genere di cattolici, quel
che succede al Sinodo e dintorni
è assai più rilevante. Il rischio
che loro paventano è infatti
quello di un cambiamento,
anche minimo, nell’i mpianto
dottrinale costruito,
con reazionaria meticolosità
e sapienza, dai due predecessori
di Francesco. Se ciò avvenisse,
la Chiesa si avvierebbe,
ai loro occhi, a smarrire se
stessa, a confondersi con l’odiata
modernità, a imbroccare
la china della resa definitiva
ai demoni dell’ind ivi dua lismo
libertario e della democrazia.
All’incrocio di tutti i cammini,
quello dei cattolici adulti
e quello degli infantili, quello
della chiesa di base e quello
della gerarchica, nel crocevia
centrale di tutto l’intricato viluppo
di percorsi ecclesiali
campeggia, lacerata e sofferente,
ossimorica quanto nessun
altra, la figura del prete.
Per la gerarchia il funzionario
chiamato a disciplinare, con
supina fedeltà al vertice, i
comportamenti del gregge,
per la base molto spesso un
prezioso sodale in un percorso
di emancipazione umana
ed intellettuale, il presbitero
cattolico è sempre di più, nella
nostra epoca, un luogo di contraddizioni
viventi e dolorose,
che talvolta si riverberano in
seri disagi psichici, che spesso
si tramutano in malattie, anche
se solo dell’animo.
IL TEMA DEL CELIBATOe della
vita affettiva e sessuale del
clero è la più evidente cartina
di tornasole di queste enormi
contraddizioni. Per i cattolici
adulti, si tratta di un argomento
totalmente irrilevante: costoro
sarebbero contenti se il
vincolo fosse abolito; per loro,
che il prete abbia o no una fidanzata
o un fidanzato è del
tutto affar suo, è una questione
privata. Quel che conta è
che egli sia preparato, competente,
onesto e disponibile,
che aiuti la comunità a divenire
sempre più adulta, autonoma
e consapevole di sé.
Al contrario, per i cattolici
infantili, l’asessualità del prete,
la sua purezza fisica riveste
u n’importanza enorme, è la
premessa per reputare sacra
la figura sacerdotale, per accostarla
a quella immensa e
salvifica del Cristo. E di conseguenza
per considerare
santa la Chiesa come struttura
di mediazione tra Dio e l’uo -
mo. Negare questo assunto
vuol dire, per i credenti bambini,
compiere un vero e proprio
sacrilegio. Quello che, nel
mio piccolo, ho compiuto io ai
loro occhi quando ho scritto,
in una delle ultime puntate
d el l’inchiesta, che la castità
del clero è una finzione.
Sono stato sommerso da
lettere colme di indignazione
e di rabbia incontenibile e genuina.
Come se avessi bestemmiato.
Solo perché ho dichiarato
che i preti sono uomini
come tutti gli altri. Né più
né meno. E che quando si sforzano
di non esserlo spesso
procurano a sé e ai fedeli che li
circondano danni psichici e
morali non proprio irrilevanti.
Su questa traccia, sulla
scorta di molte delle vostre
reazioni alle mie parole, voglio
lavorare alacremente nel
prossimo futuro. Sempre nella
convinzione di rendere omaggio
a quella che rimangono
le mie divinità personali
predilette: la libertà di pensiero
e l’amore per la verità. Buona
domenica a tutti.
(10. fine)
marco.marzano@unibg.it ©
RIPRODUZIONE RISERVATA

martedì 27 ottobre 2015

Inchiesta sui cattolici/9 Lontano dai Palazzi vaticani e dai mille vincoli della dottrina, cresce una generazione indipendente

I fedeli che non hanno
più bisogno della Chiesa



» MARCO MARZANO
aura e Francesco mi ricevono
un sabato pomeriggio nel
loro grande e bell’a p p a r t amento
in collina. “Siamo qui
da poco – mi raccontano –
prima vivevamo in una casa
più piccola, ma vorremmo
allargare la famiglia e poi ci
piace ospitare spesso gli amici,
fare tante cene”. Sono
una coppia cattolica, ma non
hanno l’aspetto rétro di due
baciapile. Sono due persone
normali, alle soglie dei 40: lei
è piena di una e contagiosa energia,
lui più cauto e riflessivo.
Si sono conosciuti da
studenti, viaggiando sul treno
che dalla loro cittadina li
portava nel capoluogo regionale.
Si sono subito piaciuti,
frequentati, amati. Da lì però
ad arrivare al matrimonio ce
ne è voluto di tempo. Dodici
lunghi anni. “So da sempre di
essere innamorata di Francesco,
ma per tanto tempo mi
ha spaventato quel “per sempre”
del matrimonio cattolico.”
Quando ha conosciuto
Maura, Francesco non era
nemmeno tanto cattolico.
Per lui, come per tantissimi
altri, la cresima era stato il
“sacramento dell’addio”. Da
allora in Chiesa non ci aveva
praticamente più messo piede.
Quando incontra Maura
gli sembra però che una parte
rilevante del suo fascino
stia nella profondità con la
quale lei guarda alla vita, alle
relazioni, all’amicizia, all’amore.
E ALLORA INIZIA, con cautela,
ad avvicinarsi anche lui al
cattolicesimo, alla vita di
parrocchia. Scoprendo che
gli piace, che lì si fanno cose
interessanti, che ci si occupa
del prossimo, soprattutto dei
più deboli, ma anche della
propria coscienza, che si
possono conoscere persone
interessanti, fare conversazioni
profonde, che si può
crescere, intellettualmente e
umanamente. E che non si è
obbligati a rinunciare né agli
umanissimi dubbi né alla
propria libertà, anche se questa
coincide con la scelta di
andare a convivere con Maura.
Una decisione proibita
dalla dottrina ufficiale della
Chiesa, ma che Maura e
Francesco compiono in tutta
serenità, sostenuti dalle loro
famiglie e dal prete che hanno
scelto come guida spirituale.
Lo stesso al quale si rivolgono
quando finalmente
decidono che è venuto il momento
del matrimonio. “Fre -
quentare il corso di preparazione
al matrimonio è stata
una delle esperienze più belle
della nostra vita –ricorda -
no oggi entrambi - sia perché
don Giulio ci fatto davvero riflettere
sul senso profondo
dell’esperienza cristiana, sia
perché abbiamo iniziato a
sperimentare una vita comunitaria
di cui oggi non potremmo
fare a meno”.
ACCOMPAGNATI da don Giulio
infatti, Mauro e Francesca
cominciano a conoscere le
altre coppie che con loro frequentano
il corso. E con alcuni
non solo diventano amici
fraterni, ma costruiscono
una vita comunitaria che dura
ancora oggi: “Ci vediamo
almeno una volta al mese ci
troviamo in una casa, mangiamo
poi affrontiamo l’esa -
me di un tema che ci sta a cuore
sul quale una coppia ha
preparato un lavoro introduttivo.
In genere, partiamo
da una lettura comune, da un
libro, ma poi discutiamo liberamente,
spesso parlando
anche di fatti personali, della
nostra vita intima. È un’occa -
sione straordinaria per crescere,
come persone e come
coppie. E per intessere reciproche
solidarietà”. Come
quella scattata intorno ad una
coppia di recente trapiantata
in paese e che ha dovuto
affrontare la malattia e la
morte del proprio bambino
lontano dalla famiglia di origine
e dagli amici di sempre.
“Quello stato è un momento
tragico e intenso – r icor da
oggi Francesco – Abbiamo
sentito sulla nostra pelle la
sofferenza dei nostri amici,
ma abbiamo aiutato loro e noi
stessi a elaborarla, a comprenderla.
E a conviverci”.
Quello di Maura e Francesco
è un gruppo forte e impegnato,
ma non è un circolo
settario o una confraternita
di auto aiuto. Prima di tutto
perché il gruppo è aperto: si è
costituito durante quel corso
prematrimoniale, ma ora include
nuove coppie. E anche
singoli, ad esempio quelli rimasti
da soli dopo una separazione.
E poi perché non esaurisce
la vita sociale di chi
vi fa parte, non esclude che
tutti coloro che vi partecipano
frequentino altri ambienti,
abbiano altri legami.
Chiedo a Maura se accetterebbero
tra di loro anche una
coppia gay, casomai con
figli. Mi risponde con entusiasmo
di sì, che arricchirebbe
la loro esperienza comunitaria.
Quella di cattolici
che camminano con le proprie
gambe, che non hanno
abdicato alla loro autonomia.
Anche di fronte alle prove
più dure. Come quella della
morte, un anno fa, di quel
prete eccezionale che li aveva
guidati sino a lì, e sempre
stimolati, sostenuti, incoraggiati.
È STATA UN COLPO terribile
per l’intera comunità cittadina
quella morte. Per Maura e
Francesco è stato un dolore
immenso. Eppure non li ha
fatti desistere. Anzi, quella
morte inattesa ha indotto
tutta la comunità a fare il contrario,
a perseverare, a continuare
il percorso. Certo
non dimenticando don Giulio,
ma neanche trasformandolo
in un santino da adorare
in effige, in un imbalsamato
oggetto di culto. Proprio lui
poi, che partecipava agli incontri
serali del gruppo mescolato
accanto agli altri, cristiano
tra i cristiani.
Le persone come Maura e
Francesco sono il volto più
bello e puro del cattolicesimo,
quello che sfrutta la secolarizzazione
come occasione
per liberarsi degli orpelli
del sacro e del precetto,
della religione vissuta come
obbligo rituale e di quella
compromessa col potere. Per
riscoprire la forza della spiritualità,
lo slancio della fede.
Maura e Francesco non si sono
certo sposati in chiesa per
far piacere alla mamma o
perché le fotografie vengono
meglio. Per giunta, loro e i loro
amici non hanno bisogno
dei giganteschi patrimoni
immobiliari ecclesiastici, né
de ll’otto per mille o del sostentamento
del clero.
LA LORO ESPERIENZA non è
nemmeno alla lontana imparentata
con quella di chi specula
sulla superstizione popolare,
su chi fa fortuna con
veggenti, stigmate e miracoli.
Quella di Maura e suo marito
è una spiritualità disinteressata
ed essenziale, che
non ha quasi bisogno nemmeno
dei locali della parrocchia
e che certo se ne infischia
del celibato obbligatorio
dei preti, delle solennità
cardinalizie, dei pizzi e merletti
di molti giovani sacerdoti.
Così come di tutta la ridicola
impalcatura ecclesiastica
di norme e divieti sul sesso.
Il papa venuto quasi dalla fine
del mondo appare in sintonia
con questo mondo, entusiasma
e incoraggia tanti
che vi appartengono, ma sono
convinto che persone come
i due protagonisti della
mia storia di oggi potrebbero
anche fare a meno dell’istitu -
zione rappresentata dal pontefice
romano.
Quel che a loro non si può
levare è piuttosto il Vangelo,
e la bellezza che tanti suoi
passaggi ancora è in grado di
produrre in chi li legge. Forse
non può mancare loro nemmeno
un pastore, una guida
spirituale che li aiuti nella
lettura e nella comprensione
del Vangelo, che accompagni
e solleciti. Forse questo è ancora
indispensabile, ma certo
deve trattarsi di una figura
più umana, umile e laica di
quelle mediamente prodotte
dai seminari. Un presbitero
come don Giulio. Ma che potrebbe
anche avere un nome
femminile. E casomai dei figli,
da amare ed educare. E da
lasciare, come fanno tutti gli
altri, a casa con la babysitter
nelle serate di ritrovo della
comunità. È solo un sogno o è
il futuro della Cristianesimo
anche a queste latitudini?
marco.marzano@unibg.it

L’amore e il sesso dei preti: “Un incubo vivere nascosti

» FERRUCCIO SANSA
All’inizio c’è sempre
quella domanda:
“Mi promette che
non scriverà il mio
nome?”. Certo. E allora cominciano
a parlare, come se
aspettassero da anni. Racconti
che cominciano spesso
con una parola: dolore.
“Ero in una corsia di ospedale.
Stavo assistendo i malati.
Quando ho visto quella
donna ho sentito un dolore
fortissimo – racconta don
Andrea –. Ho capito che
niente sarebbe stato più lo
stesso. La mia vita, il mio
rapporto con Dio, il voto che
avevo fatto, tutto era messo
in discussione”.
“Il superiore consigliò
di non dirlo a nessuno”
Andrea, 45 anni, adesso sta
con Laura, una donna separata
con due figli. Racconta:
“Non facciamo male a nessuno,
anche nella mia vita di
sacerdote sento di aver ritrovato
entusiasmo. Ma è
brutto non poterlo dire, vivere
di nascosto”. Ecco allora
gli appuntamenti a Torino,
la paura di tenersi per
mano, i baci nel buio di un
cinema come due adolescenti,
le notti nella casa
prestata da un amico. “Ma
l’amore non è solo intimità,
è affrontare insieme la vita”.
Andrea non se lo dice, ma ha
già fatto la sua scelta: rimarrà
sacerdote. Come Ludovico
con il suo accento toscano
e quel clergyman che sta
stretto al torace robusto di
35enne: “Ne ho parlato con
il mio superiore”. E che cosa
ha risposto? “Tieniti la compagna
e non dirlo a nessuno”.
Ma non c’è solo il primo
smarrimento. Il grande salto.
C’è la scoperta dell’altra
persona e di se stessi. Stavolta
a parlare è una donna:
Marisa è appena uscita da una
storia con il suo confessore,
don Maurizio, cinqu
an t’anni passati, sacerdote
in un paese della pianura
veneta. “Mi aveva colpito
la sua solidità. Ma appena
l’ho toccato è andato in
pezzi. Poi il sesso… non l’aveva
mai fatto. Era terrorizzato.
E io…ho provato pena.
Non sapevo come lasciarlo,
capivo di avergli devastato
la vita”.
Lui, lei e il marito:
“Ma il divorzio no”
Sacerdoti inesperti. Altri
sorprendentemente “scafa -
ti”. Luciano è un prete vicino
a Cl. “A Rimini, durante il
Meeting, ho incontrato Sara
”, racconta. Sorvola sul
fatto che lei fosse con il marito
e i figli. La prima compagna?
Luciano tace. “Ero il
suo padre spirituale”, spiega.
Sara gli raccontava di
quel rapporto tiepido con il
marito, delle fatiche di madre.
“Una sera eravamo sul
divano, leggevamo un libro.
Le ho preso la mano…”. Sacerdote
e amante, neanche
troppo clandestino. Sara e
Luciano vanno in vacanza
insieme. Ma lei non vuole
divorziare, la fede glielo impedisce.
A Luciano va bene
così.
Ora vivono insieme
con la piccola Erika
“Sembra strano, ma spesso
noi sacerdoti mostriamo poco
senso di responsabilità.
Avere una vita affettiva regolare,
una famiglia ti insegna
a prenderti degli impegni
con gli altri”, racconta
don Massimiliano, sacerdote
molto amato dai giovani
della sua parrocchia in Emilia.
Ne sa qualcosa: “C’era
questa ragazza… devo proprio
raccontare?”. Erika resta
incinta, partorisce una
bambina: “Quando è nata
non volevo riconoscerla. Io,
un prete!”.Ma ilmagistrato
lo convoca. Alla fine Massimiliano
decide: “Ora viviamo
tutti insieme in una casa
della Curia. Finché troverò
un lavoro e lascerò la tonaca”.
È
difficile sopportare
quella solitudine: “È vero, lo
sapevamo anche prima di
prendere i voti. Ma in seminario
non ci hanno mai insegnato
ad affrontare il desiderio.
Ci hanno insegnato a
rimuoverlo”, parla don Riccardo
della diocesi di Savona.
“Non sono solo”, si limita
a dire. Un compagno? Fa
cenno di sì con la testa. “Ci
siamo conosciuti in un locale
gay di Nizza, in Francia”.
Non è il primo, non sarà l’ul -
timo.
Il missionario e la figlia
del predecessore
“La cosa peggiore è che il nascondimento
travolge tutta
la nostra vita. Cominci a
mentire sulla tua vita affettiva
e ti ritrovi a vivere nella
menzogna”, don Tullio vive
in Africa. Passa giorni senza
scambiare una parola in italiano.
“È una solitudine insopportabile”,
sbotta via Skype.
Ma non cerca giustificazioni:
“Ho una compagna”, poi
fa una smorfia. Disprezzo,
anche verso se stesso. “E la
cosa più ridicola è che lei è
figlia del missionario austriaco
che c’era prima di
me. E nella diocesi vicina il
parroco ha un compagno”.
Parla soltanto di questo Tullio,
un peso che non riesce a
sostenere. Non ti dice nemmeno
che passa le giornate a
curare i malati di Aids e di
malaria.
“La mancanza d’amore, di
affetto... l’umiliazione della
dimensione fisica della vita...
ci stanno travolgendo,
noi e la Chiesa”, la voce di
don Tullio si fa acuta, piena
di rabbia: “E pensare che la
castità se la sono inventata
per difendere il patrimonio
della Chiesa. Non c’è scritto
nella Bibbia. Anzi, san Paolo
dice: se uno non sa badare alla
famiglia, come potrà avere
cura della Chiesa di Dio? Finirà
che i preti potranno
sposarsi. È inevitabile. E noi
avremo tutti sofferto per
niente

martedì 20 ottobre 2015

Sinodo, scontro all’ultima porpora tra le due Chiese Anche se gli alti prelati minimizzano, la visione conservatrice e quella progressista si combatteranno

MARCO MARZANO
Intervistati dai giornali, gli
alti prelati si lamentano
immancabilmente del fatto
che il dibattito all’inter -
no della Chiesa Cattolica venga
rappresentato come uno
scontro tra conservatori e
progressisti. Le cose sarebbero,
a giudizio dei porporati,
sempre più complesse, articolate,
sfumate. Io credo che non
sia vero. La cultura cattolica
ha difficoltà congenite ad accettare
la possibilità del conflitto,
visto sempre come lacerazione,
frattura, odio. Eppure
quello che andrà in scena a
partire da oggi (il Sinodo sulla
famiglia che durerà fino al 25
ottobre) è proprio uno scontro,
durissimo e frontale, tra
due visioni del mondo, della
fede, della Chiesa e del suo
rapporto con le donne e gli uomini
del nostro tempo.
DIETRO una prima barricata ci
sono i conservatori, spaventati
dall’eventualità di qualsiasi
cambiamento, arroccati intorno
alla difesa ad oltranza della
tradizione. A tutti costoro non
interessa nulla del fatto che
l’intero impianto della dottrina
cattolica sulla sessualità e il
matrimonio sia diventato del
tutto inservibile e anacronistico
per quasi tutti noi. Loro non
si curano del fatto che le giovani
coppie, anche quelle che
frequentano ancora le parrocchie,
facciano serenamente
l’amore prima del matrimonio,
usino gli anticoncezionali,
vadano a convivere prima di
sposarsi e poi, se le cose non
vanno, se emergono problemi
che paiono insormontabili,
con dolore si separino e divorzino,
come fanno tutti gli altri.
Non si preoccupano costoro
del fatto che l’omofobia è in
vertiginosa diminuzione nelle
nostre società e che nessuna
persona civile considera ormai
più l’omosessualità come
una malattia, o come un tragico
errore della creazione. No,
di tutto questo e di molto altro,
questi signori se ne infischiano
altamente. Loro hanno scelto
di “remare contro”, di combattere
fino in fondo la modernità,
tentando di costringere la
Chiesa a recitare la parte di testimone
del bel tempo andato,
di trasformarla in una sorta di
reperto archeologico dell’epoca
che ha preceduto la modernità.
Sanno in cuor loro che
il mondo che loro rimpiangono
non tornerà mai più, sono
consapevoli del fatto che, se la
loro linea prevalesse, il ritardo
accumulato dalla Chiesa rispetto
al proprio tempo, quello
che il cardinal Martini stimava
in duecento anni, diventerebbe
sempre più ampio.
Comprendono perfettamente
tutto questo i reazionari, eppure
sanno anche che, pur ridotto
all’osso, continueranno
ad avere il loro pubblico di proseliti,
che insisteranno nel rivolgersi
a loro quei fedeli inadatti
a diventare persone autonome
avendo sempre bisogno,
anche a settant’anni, di
qualcuno che li guidi come pecorelle
smarrite, che li perdoni,
li assolva per le loro mancanze,
che casomai li porti a
Medjugorje e lì li faccia genuflettere
di fronte al veggente di
turno. I conservatori sono
consapevoli che la modernità
genera sentimenti contrastanti,
che vi saranno sempre
coloro che la rifiutano per volgere
indietro lo sguardo verso
un passato idealizzato e rimpianto
così come vi saranno, e
non saranno pochi, i convertiti
alla tradizione per disperazione,
i falliti scartati dalla modernità,
gli eterni creduloni.
Sulla seconda barricata ci
sono i progressisti. Il loro compito
è difficilissimo. Devono
mostrare al mondo intero che
riformare un’istituzione vecchia
di due millenni non è una
missione impossibile, uno
sforzo vano, che il cattolicesimo
può ancora interloquire in
modo fruttuoso con le donne e
gli uomini del nostro tempo,
che esso può convivere con l’emancipazione
femminile, l’omosessualità,
la libertà sessuale,
il pluralismo sociale e
politico senza venirne annientato,
senza essere fatto a pezzi.
Ma al contrario, venendo rinnovato
dai segni dei tempi, sintomi
dell’attualità e non dell’anacronismo
del Vangelo.
LA BATTAGLIA tra questi due
gruppi infurierà nei prossimi
giorni. Senza esclusione di
colpi, seppure addolciti dalla
consueta morbida retorica
clericale. Non sarà un semplice
scontro tra élites, perché ad
assistervi con il fiato sospeso e
da lontano saranno masse di
cattolici, ugualmente divisi in
conservatori e progressisti
(come avviene ormai in tutte le
religioni del mondo). In gioco
c’è il futuro della Chiesa, il suo
destino prossimo. Un sassolino
gettato nella direzione giusta
potrebbe provocare una
vera e propria frana nella vecchia
e artritica impalcatura
cattolica: fuor di metafora, un
cambiamento significativo
nell’atteggiamento verso i divorziati
risposati potrebbe
portare a progressive aperture
sugli omosessuali, sulla morale
familiare, e addirittura, un
giorno, sulla norma più importante
di tutte, quella che regola
il celibato ecclesiastico obbligatorio
e struttura così l’intera
organizzazione della gerarchia
ecclesiastica come corpo
di funzionari celibi maschi. È
quel che temono i conservatori
ed è quel che invece sperano
i più radicali tra i progressisti.
È quel che forse desidera anche
il papa, il quale, fino a questo
momento, ha assistito al dibattito
osservando le posizioni
in campo, senza intervenire
direttamente, senza orientare
il dibattito nell’una o nell’altra
direzione. La decisione finale
spetterà a lui, ma è chiaro che
non potrà che riflettere l’anda -
mento di questa drammatica
partita.
© RIPRODUZIONE

sabato 17 ottobre 2015

MUOIO E LASCIO FACEBOOK IN EREDITÀ » SELVAGGIA LUCARELLI

Mark Zuckerberg ha già
capito chi saranno, su
Facebook, gli utenti più numerosi
in un futuro neanche
troppo lontano. No, non saranno
quelli che continueranno
a commentare “E i
marò?”anche se si discute di
surriscaldamento del pianeta.
Non saranno neanche
quelli che tu scrivi “Bella
giornata oggi!” e ti
rispondono “O s p itali
a casa tua!”. Saranno
i morti. Non
scherzo. Conti alla
mano, tra qualche
decennio, su Facebook,
i morti saranno
più numerosi dei vivi. E se al
mome n t o Ma r k s i e r a
preoccupato solo di creare
un modulo in cui segnalare
l’eventuale dipartita di un
utente, ora Facebook
ha creato un
modulo da compilare
in vita. Una
sorta di testamento
virtuale in cui
tutti noi possiamo
decidere due cose fondamentali:
chi erediterà la
nostra pagina e cosa potrà
scrivere in un unico post tipo
epitaffio L’SEGUE DALLA PRIMA
» SELVAGGIA LUCARELLI
erede potrà poi di sua iniziativa
stabilire a chi dare l’ami -
cizia al posto nostro e scegliere
la nostra immagine profilo.
Ora. Non so voi ma io sono
molto preoccupata. Giuro
che ho trovato più semplice
decidere l’eventuale futuro
di reni e cornee dopo la mia
dipartita che il futuro della
mia pagina Facebook.
L’idea che qualcuno, col
mio account, possa dare l’amicizia
a Salvini senza consultarmi
o a qualche mio ex a
cui avevo detto “a te manco
mo rt a! ”, mi terrorizza. Per
non parlare poi dell’idea di
affidare a un altro la scelta
della mia foto profilo.
Per dire. Se deleghi un marito
o un fidanzato stai certo
che sceglierà la foto in cui
stai più di merda, perché mariti
e fidanzati hanno il commovente
talento di notare, in
foto, un poro dilatato su una
chiappa di Belen ma di esclamare
“che bella questa!” osservando
un tuo primo piano
in cui sorridi con una foglia
di banano tra i denti. E poi
questa frustrazione di dover
decidere l’epitaffio virtuale
con la consapevolezza che
sarà l’unico post in cui non
saprai mai quanti like prendi,
nonché quella di non poter
rispondere con un dito
medio a tutti quelli che in vita
ti chiamavano “cazzone avar
ia to ” e che ora, da morto,
scrivono “Ci mancherai tanto.
Rip!”.
Che poi questa roba dell’erede
diventerà un inferno.
Zuckerberg non ha considerato
una cosa. Cosa succede
quando muore il nostro erede?
Dovrà decidere prima a
chi lasciare la sua bacheca e
pure la nostra? A parte che
già ci accolliamo i problemi
dei vivi, ci manca solo di accollarci
quelli dei morti, ma poi immaginate la bacheca di
unmorto che passa dimano
in mano, di generazione in
generazione, roba che uno
alla fine si ritroverà a gestire
pagine Facebook di gente
che non sa chi minchia sia e
anche ad accettare nuove amicizie
per lui. Non capiremo
più niente. Finiremo tutti
per mandare nostre foto in
mutande a gente morta duecento
anni prima. Un inferno.
Zuckerberg, ripensaci.
CATERINA BALIVO
Lascerei la mia pagina a mia
sorella Sarah Balivo. Vorrei
che scrivesse per me: “Me ne
sono andata. Felici in molti.
Dispiaciuti in pochi, ma buoni”.
Chiedo di ricordarmi per
i miei look improbabili, le
mie gaffe colorite e per i miei
sorrisi al 99% veri. Perché
scusate ma a me la vita piaceva
davvero.
LUCA BIZZARRI
So perfettamente a chi la lascerei
in eredità: a Selvaggia
Lucarelli, Gianluca Neri e
Guia Soncini, anche se probabilmente
ce l’hanno già.
Per quel che riguarda l’epi -
taffio: “Sono morto, inutile
menarmelo”.
MARA CARFAGNA
La mia bacheca la lascerei in
eredità alla mia fidatissima
assistente Mary, che mi è accanto
da dieci anni. Il mio ultimo
post sarebbe una semplice
mia foto sorridente con
la mano aperta, in segno di saluto,
e un “Torno presto!”.
RITA DALLA CHIESA
Non lascerei la mia bacheca
Facebook a nessuno perché
quella pagina rappresenta la
mia vita, le mie idee e pure le
mie cavolate. Chiederei a mia
figlia di chiuderla. L’epitaf -
fio? “Al mio, ho sempre preferito
il respiro del mare”.
FEDEZ
Lascerei la mia pagina Facebook
a Maurizio Gasparri,
così sono certo che si sentirebbe
la mia mancanza. Per
l’epitaffio: “Sono morto,
Zuckerberg introduci il tasto
mi dispiace!”.
GENE GNOCCHI
Io lascerò la mia bacheca Facebook
a Mark Zuckerberg,
così se la vende come usato
sicuro. Riguardo l’epitaf fio,
sono indeciso tra due ipotesi.
O“non vendeva realtà ma solidi
sogni”o“vorrei rinascere
borsello”. Ci penso ancora un
po’.
F I O R E L LO
La mia pagina personale la
lascerei in eredità all’unico
uomo eterno: Gianni Morandi.
L’epitaffio: “Uno su mille
ce la fa”. Ma quello non ero
io.
BEPPE GRILLO
Lascerei la mia bacheca in eredità
a Giorgio Napolitano,
così erediterebbe anche gli
insulti. Come frase invece
vorrei la seguente: “Chi mi
paga la bara e la lapide? Fate
un crowdfunding!”.
FRANK MATANO
La lascerei a Gianni Morandi,
è l’unico che la saprebbe
gestire al meglio, lui sa che da
grandi poteri derivano grandi
responsabilità. Come epitaffio
voglio una mia foto in
bianco e nero con scritto sopra
“Un uomo che non ha mai
conosciuto Maradona di persona.
Foto di Anna”.
GIORGIA MELONI
Il mio erede sarebbe Paolo
Del Debbio, perché continuerebbe
a usarla per parlare
dei problemi degli italiani.
E su Facebook ce n’è bisogno
visto che chi ci governa
pubblica solo selfie alla
Paolini per celebrare vittorie
di altri, tipo Renzi. L’epitaffio:
“Sempre e ovunque
prima di tutto italiana. E ora,
sommessamente, vi saluto”.
ENRICO MENTANA
Non lo lascerei a nessuno in
eredità, Facebook è gratuito
per definizione. Come epitaffio
vorrei naturalmente
la manina col pollice all’i ngiù:
non mi piace.
GIANNI MORANDI
Naturalmente lascerei la
mia pagina ad Anna, anche
se bisogna vedere chi se ne
andrà prima!
A proposito: so che Fiorello
vuole lasciare a me il suo
Facebook perchè sono eterno,
ma dall’eterno ragazzo
all’eterno riposo è un attimo!
Come epitaffio direi che mi
basta questo: “Ho vissuto una
vita meravigliosa”. Dice
tutto.
ALDO NOVE
Lascerei in eredità la mia pagina
a Espedita Fisher, anima
libera, autrice e editrice
di libri bellissimi che cerca
la verità a 360 gradi e non
smette mai di stupirsi. La
frase che lascerei come epitaffio
è del mio mio maestro
Sri Nisargadatta Maharaji:
“Tutto ciò che è spirituale è,
ma non esiste. Tutto ciò che
materiale esiste, ma non è.”
Non fa niente se non si capisce.
Non tutto deve essere
capito.
NICOLA SAVINO
Io da morto farei tutto quello
che da buon doroteo non
ho il coraggio di fare in vita.
Per l’erede scelgo il basso
profilo: Andrea Diprè. Per la
frase sulla lapide virtuale cito
Califano: “Non escludo il
ritorno”.
© RIPR

Mercoledì 30 settembre 2 01 5Denis Musk » MARCO TRAVAGLIO

Mentre noi scriviamo e
voi leggete, Denis
Verdini è indaffarato
in frenetici conciliaboli tra ristoranti,
bar e un ufficetto nel
centro di Roma, dove riceve
vorticosamente parlamentari
forzisti (soprattutto senatori, i
più richiesti) per convincerli a
passare con lui, cioè nel suo movimento
“Al a” che, se tutto va
bene, diventerà presto un gruppo
autonomo alla Camera e al
Senato. Ala è l’acronimo di “A lleanza
liberalpopolare autonomie”
ma, per quanto lo riguarda,
potrebbe esserlo pure di
“Associazione loschi abusi”,
“Avanzi logge accroccate”, “Astenersi
luridi antirenziani”, o
“Antipasto e lonza amatriciana”.
Tanto è un parcheggio a ore
per fare rifornimento in vista
della ripartenza verso il Partito
della Nazione, destinato a superare
i polverosi steccati ideologici
fra destra e sinistra, ma soprattutto
fra guardie e ladri. Gli
alti principi ispiratori del suo agire
li ha illustrati egli stesso davanti
a una pajata: “Tutti mi
chiedono cosa ci guadagnano a
venire con me. Gli rispondo che
sono il taxi. Vuoi rimanere al
potere? Solo io ti conduco in
dieci minuti da Berlusconi a
Ma tte o”. Poi, contro ogni sospetto
di mitomania, l’Uomo
Taxi ha rivelato: “Ho giurato a
Matteo che costruiremo assieme
il partito della nazione” (o
della dazione, non sè capito bene,
ma agli astanti è piaciuto lo
stesso).
Le alate frasi sono uscite domenica
su Repubblica, unite alla
notizia – destinata a elettrizzare
vieppiù la base Pd –che i conti
dei nuovi acquisti “Verdini li
tiene direttamente con Luca
Lotti: si intendono a meraviglia,
c’è una linea diretta tra i due.
Stessa musica con Renzi, chiamato
affettuosamente ‘M a tteuccio’”.
Ora, siccome R e p u bblicanon
è proprio un bollettino
di provincia, c’era da attendersi
una smentita dal premier Matteuccio
e dal sottosegretario
Lotti. Ma non è arrivata, perché
tutti sanno che è tutto vero. Così
com’è vero che Verdini, avendo
compilato per 15 anni le liste locali
e nazionali di FI, sa vita,
morte e miracoli di tutti i forzisti,
il che lo rende particolarmente
persuasivo quando li invita,
a seconda del peso specifico,
per un caffè, o per un pranzo,
per una cena, o direttamente
nel suo ufficio a digiuno. Casomai
se lo fossero scordato, l’ha
rammentato a tutti con un pizzino
via Twitter una delle ultime
new entry, Francesco Saverio
Romano da Palermo, intimo
di Totò Cuffaro, già imputato
per mafia e assolto con formula
dubitativa: “Gli amici di FI usino
cautela parlando di Denis. È
galantuomo, conosce la loro
biografia e mantiene riserbo”.
Denis Musk, l’uomo che non deve
chiedere mai. In attesa di sapere qualcosa del
listino per la nomina dei futuri
senatori, sarebbe già un trionfo
conoscere il listino prezzi dei
senatori attuali. Se per l’imme -
diato Denis Musk può offrire
parecchio (posti di governo nel
prossimo rimpasto, presidenze
di commissione e cadreghe di
sottogoverno), ben altro chiedono
i profughi forzisti, perlopiù
migranti economici: la garanzia
di essere rieletti, con prebende
e soprattutto immunità.
E, con l’attuale legge elettorale
(l’Italicum), Verdini ha ben poco
da regalare: se il premio di
maggioranza va al primo partito,
e non alla coalizione, i rieletti
(cioè i rinominati) saranno tutti
del Pd, dei 5Stelle e del nascente
listone Forza Lega. Che senso
ha allora fuggire da FI? O il Pd –
o come diavolo si chiamerà –ac -
coglie Verdini e la sua fairy
band, il che appare francamente
improbabile persino per uno
come Renzi (che già deve aggiungere
posti a tavola agli alfanoidi),
oppure il barcone dei
profughi andrà alla deriva. Denis
Musk promette che “l’Itali -
cum cambierà, ma solo nel
201 7”, per infilare anche Ala
nella prossima abbuffata. E anche
su quest’affermazione, in
lievissima contraddizione con
le frasi ufficiali di Matteuccio e
Maria Elenuccia, si attendono
ancora smentite. L’altroieri però
quel gran genio di Bersani,
dopo mesi di campagna acquisti
verdiniana, ha notato qualcosa:
“Fuori Verdini dal nostro giardi
no ”. Gli ha risposto Roberto
Giachetti con un breve riepilogo
degli inciuci fatti dalla ditta
bersaniana con FI (allora coordinata
da Verdini) negli ultimi
quattro anni, daMonti a Letta,
prima che arrivasse Renzi:
“Perché allora il voto di Verdini
non puzzava?”. Gli si potrebbe
rispondere che almeno non l’avevano
promosso a padre costituente
né a reclutatore di truppe
governative, ma questi son
dettagli. Anche perché gli inciuci
risalgono a molto prima, e
non con Verdini, ma con B.
È questo il peccato originale
che macchia le coscienze di tutti
(compreso Giachetti, che è alla
Camera da 15 anni e non risulta
aver mai storto il naso) e
non consente a nessuno di dare
lezioni. Nemmeno di notare
che Renzi, pur non avendo alcuna
analogia biografica con B.,
ha sostituito il programma del
Pd con quello di FI e fa tutto ciò
che neppure B. era riuscito o aveva
osato fare (mancava giusto
il Ponte sullo Stretto, infatti
ieri il governo ha riaperto la
pratica). Conosciamo l’ob iezione:
B. aveva il conflitto d’i nteressi,
Renzi no. Ma questa
non è un’attenuante, semmai
un’aggravante: se Silvio faceva
porcherie perché doveva farle,
altrimenti lo arrestavano e falliva
per debiti, Matteo le fa perché
ne è proprio convinto. Ma
nessuno, nel Pd e dall’altra parte,
ha alcun titolo per rinfacciargliele.
La Ditta è il delitto e
Renzi è il castigo, così come B.
fu la punizione dei tanti peccati
della partitocrazia. Nel novembre
‘94, Indro Montanelli scrisse
sulla Voce:“La sua squadra ci
fa rimpiangere le più sgangherate
ammucchiate della prima
Repubblica. Ma solo come espiazione
il governo di Berlusconi
ha un senso”. Lo stesso si
può dire oggi di Renzi per la Seconda
Repubblica: solo come espiazione
il suo governo ha un
senso. Solo come purga.