I fedeli che non hanno
più bisogno della Chiesa
» MARCO MARZANO
aura e Francesco mi ricevono
un sabato pomeriggio nel
loro grande e bell’a p p a r t amento
in collina. “Siamo qui
da poco – mi raccontano –
prima vivevamo in una casa
più piccola, ma vorremmo
allargare la famiglia e poi ci
piace ospitare spesso gli amici,
fare tante cene”. Sono
una coppia cattolica, ma non
hanno l’aspetto rétro di due
baciapile. Sono due persone
normali, alle soglie dei 40: lei
è piena di una e contagiosa energia,
lui più cauto e riflessivo.
Si sono conosciuti da
studenti, viaggiando sul treno
che dalla loro cittadina li
portava nel capoluogo regionale.
Si sono subito piaciuti,
frequentati, amati. Da lì però
ad arrivare al matrimonio ce
ne è voluto di tempo. Dodici
lunghi anni. “So da sempre di
essere innamorata di Francesco,
ma per tanto tempo mi
ha spaventato quel “per sempre”
del matrimonio cattolico.”
Quando ha conosciuto
Maura, Francesco non era
nemmeno tanto cattolico.
Per lui, come per tantissimi
altri, la cresima era stato il
“sacramento dell’addio”. Da
allora in Chiesa non ci aveva
praticamente più messo piede.
Quando incontra Maura
gli sembra però che una parte
rilevante del suo fascino
stia nella profondità con la
quale lei guarda alla vita, alle
relazioni, all’amicizia, all’amore.
E ALLORA INIZIA, con cautela,
ad avvicinarsi anche lui al
cattolicesimo, alla vita di
parrocchia. Scoprendo che
gli piace, che lì si fanno cose
interessanti, che ci si occupa
del prossimo, soprattutto dei
più deboli, ma anche della
propria coscienza, che si
possono conoscere persone
interessanti, fare conversazioni
profonde, che si può
crescere, intellettualmente e
umanamente. E che non si è
obbligati a rinunciare né agli
umanissimi dubbi né alla
propria libertà, anche se questa
coincide con la scelta di
andare a convivere con Maura.
Una decisione proibita
dalla dottrina ufficiale della
Chiesa, ma che Maura e
Francesco compiono in tutta
serenità, sostenuti dalle loro
famiglie e dal prete che hanno
scelto come guida spirituale.
Lo stesso al quale si rivolgono
quando finalmente
decidono che è venuto il momento
del matrimonio. “Fre -
quentare il corso di preparazione
al matrimonio è stata
una delle esperienze più belle
della nostra vita –ricorda -
no oggi entrambi - sia perché
don Giulio ci fatto davvero riflettere
sul senso profondo
dell’esperienza cristiana, sia
perché abbiamo iniziato a
sperimentare una vita comunitaria
di cui oggi non potremmo
fare a meno”.
ACCOMPAGNATI da don Giulio
infatti, Mauro e Francesca
cominciano a conoscere le
altre coppie che con loro frequentano
il corso. E con alcuni
non solo diventano amici
fraterni, ma costruiscono
una vita comunitaria che dura
ancora oggi: “Ci vediamo
almeno una volta al mese ci
troviamo in una casa, mangiamo
poi affrontiamo l’esa -
me di un tema che ci sta a cuore
sul quale una coppia ha
preparato un lavoro introduttivo.
In genere, partiamo
da una lettura comune, da un
libro, ma poi discutiamo liberamente,
spesso parlando
anche di fatti personali, della
nostra vita intima. È un’occa -
sione straordinaria per crescere,
come persone e come
coppie. E per intessere reciproche
solidarietà”. Come
quella scattata intorno ad una
coppia di recente trapiantata
in paese e che ha dovuto
affrontare la malattia e la
morte del proprio bambino
lontano dalla famiglia di origine
e dagli amici di sempre.
“Quello stato è un momento
tragico e intenso – r icor da
oggi Francesco – Abbiamo
sentito sulla nostra pelle la
sofferenza dei nostri amici,
ma abbiamo aiutato loro e noi
stessi a elaborarla, a comprenderla.
E a conviverci”.
Quello di Maura e Francesco
è un gruppo forte e impegnato,
ma non è un circolo
settario o una confraternita
di auto aiuto. Prima di tutto
perché il gruppo è aperto: si è
costituito durante quel corso
prematrimoniale, ma ora include
nuove coppie. E anche
singoli, ad esempio quelli rimasti
da soli dopo una separazione.
E poi perché non esaurisce
la vita sociale di chi
vi fa parte, non esclude che
tutti coloro che vi partecipano
frequentino altri ambienti,
abbiano altri legami.
Chiedo a Maura se accetterebbero
tra di loro anche una
coppia gay, casomai con
figli. Mi risponde con entusiasmo
di sì, che arricchirebbe
la loro esperienza comunitaria.
Quella di cattolici
che camminano con le proprie
gambe, che non hanno
abdicato alla loro autonomia.
Anche di fronte alle prove
più dure. Come quella della
morte, un anno fa, di quel
prete eccezionale che li aveva
guidati sino a lì, e sempre
stimolati, sostenuti, incoraggiati.
È STATA UN COLPO terribile
per l’intera comunità cittadina
quella morte. Per Maura e
Francesco è stato un dolore
immenso. Eppure non li ha
fatti desistere. Anzi, quella
morte inattesa ha indotto
tutta la comunità a fare il contrario,
a perseverare, a continuare
il percorso. Certo
non dimenticando don Giulio,
ma neanche trasformandolo
in un santino da adorare
in effige, in un imbalsamato
oggetto di culto. Proprio lui
poi, che partecipava agli incontri
serali del gruppo mescolato
accanto agli altri, cristiano
tra i cristiani.
Le persone come Maura e
Francesco sono il volto più
bello e puro del cattolicesimo,
quello che sfrutta la secolarizzazione
come occasione
per liberarsi degli orpelli
del sacro e del precetto,
della religione vissuta come
obbligo rituale e di quella
compromessa col potere. Per
riscoprire la forza della spiritualità,
lo slancio della fede.
Maura e Francesco non si sono
certo sposati in chiesa per
far piacere alla mamma o
perché le fotografie vengono
meglio. Per giunta, loro e i loro
amici non hanno bisogno
dei giganteschi patrimoni
immobiliari ecclesiastici, né
de ll’otto per mille o del sostentamento
del clero.
LA LORO ESPERIENZA non è
nemmeno alla lontana imparentata
con quella di chi specula
sulla superstizione popolare,
su chi fa fortuna con
veggenti, stigmate e miracoli.
Quella di Maura e suo marito
è una spiritualità disinteressata
ed essenziale, che
non ha quasi bisogno nemmeno
dei locali della parrocchia
e che certo se ne infischia
del celibato obbligatorio
dei preti, delle solennità
cardinalizie, dei pizzi e merletti
di molti giovani sacerdoti.
Così come di tutta la ridicola
impalcatura ecclesiastica
di norme e divieti sul sesso.
Il papa venuto quasi dalla fine
del mondo appare in sintonia
con questo mondo, entusiasma
e incoraggia tanti
che vi appartengono, ma sono
convinto che persone come
i due protagonisti della
mia storia di oggi potrebbero
anche fare a meno dell’istitu -
zione rappresentata dal pontefice
romano.
Quel che a loro non si può
levare è piuttosto il Vangelo,
e la bellezza che tanti suoi
passaggi ancora è in grado di
produrre in chi li legge. Forse
non può mancare loro nemmeno
un pastore, una guida
spirituale che li aiuti nella
lettura e nella comprensione
del Vangelo, che accompagni
e solleciti. Forse questo è ancora
indispensabile, ma certo
deve trattarsi di una figura
più umana, umile e laica di
quelle mediamente prodotte
dai seminari. Un presbitero
come don Giulio. Ma che potrebbe
anche avere un nome
femminile. E casomai dei figli,
da amare ed educare. E da
lasciare, come fanno tutti gli
altri, a casa con la babysitter
nelle serate di ritrovo della
comunità. È solo un sogno o è
il futuro della Cristianesimo
anche a queste latitudini?
marco.marzano@unibg.it
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