MARCO MARZANO
Intervistati dai giornali, gli
alti prelati si lamentano
immancabilmente del fatto
che il dibattito all’inter -
no della Chiesa Cattolica venga
rappresentato come uno
scontro tra conservatori e
progressisti. Le cose sarebbero,
a giudizio dei porporati,
sempre più complesse, articolate,
sfumate. Io credo che non
sia vero. La cultura cattolica
ha difficoltà congenite ad accettare
la possibilità del conflitto,
visto sempre come lacerazione,
frattura, odio. Eppure
quello che andrà in scena a
partire da oggi (il Sinodo sulla
famiglia che durerà fino al 25
ottobre) è proprio uno scontro,
durissimo e frontale, tra
due visioni del mondo, della
fede, della Chiesa e del suo
rapporto con le donne e gli uomini
del nostro tempo.
DIETRO una prima barricata ci
sono i conservatori, spaventati
dall’eventualità di qualsiasi
cambiamento, arroccati intorno
alla difesa ad oltranza della
tradizione. A tutti costoro non
interessa nulla del fatto che
l’intero impianto della dottrina
cattolica sulla sessualità e il
matrimonio sia diventato del
tutto inservibile e anacronistico
per quasi tutti noi. Loro non
si curano del fatto che le giovani
coppie, anche quelle che
frequentano ancora le parrocchie,
facciano serenamente
l’amore prima del matrimonio,
usino gli anticoncezionali,
vadano a convivere prima di
sposarsi e poi, se le cose non
vanno, se emergono problemi
che paiono insormontabili,
con dolore si separino e divorzino,
come fanno tutti gli altri.
Non si preoccupano costoro
del fatto che l’omofobia è in
vertiginosa diminuzione nelle
nostre società e che nessuna
persona civile considera ormai
più l’omosessualità come
una malattia, o come un tragico
errore della creazione. No,
di tutto questo e di molto altro,
questi signori se ne infischiano
altamente. Loro hanno scelto
di “remare contro”, di combattere
fino in fondo la modernità,
tentando di costringere la
Chiesa a recitare la parte di testimone
del bel tempo andato,
di trasformarla in una sorta di
reperto archeologico dell’epoca
che ha preceduto la modernità.
Sanno in cuor loro che
il mondo che loro rimpiangono
non tornerà mai più, sono
consapevoli del fatto che, se la
loro linea prevalesse, il ritardo
accumulato dalla Chiesa rispetto
al proprio tempo, quello
che il cardinal Martini stimava
in duecento anni, diventerebbe
sempre più ampio.
Comprendono perfettamente
tutto questo i reazionari, eppure
sanno anche che, pur ridotto
all’osso, continueranno
ad avere il loro pubblico di proseliti,
che insisteranno nel rivolgersi
a loro quei fedeli inadatti
a diventare persone autonome
avendo sempre bisogno,
anche a settant’anni, di
qualcuno che li guidi come pecorelle
smarrite, che li perdoni,
li assolva per le loro mancanze,
che casomai li porti a
Medjugorje e lì li faccia genuflettere
di fronte al veggente di
turno. I conservatori sono
consapevoli che la modernità
genera sentimenti contrastanti,
che vi saranno sempre
coloro che la rifiutano per volgere
indietro lo sguardo verso
un passato idealizzato e rimpianto
così come vi saranno, e
non saranno pochi, i convertiti
alla tradizione per disperazione,
i falliti scartati dalla modernità,
gli eterni creduloni.
Sulla seconda barricata ci
sono i progressisti. Il loro compito
è difficilissimo. Devono
mostrare al mondo intero che
riformare un’istituzione vecchia
di due millenni non è una
missione impossibile, uno
sforzo vano, che il cattolicesimo
può ancora interloquire in
modo fruttuoso con le donne e
gli uomini del nostro tempo,
che esso può convivere con l’emancipazione
femminile, l’omosessualità,
la libertà sessuale,
il pluralismo sociale e
politico senza venirne annientato,
senza essere fatto a pezzi.
Ma al contrario, venendo rinnovato
dai segni dei tempi, sintomi
dell’attualità e non dell’anacronismo
del Vangelo.
LA BATTAGLIA tra questi due
gruppi infurierà nei prossimi
giorni. Senza esclusione di
colpi, seppure addolciti dalla
consueta morbida retorica
clericale. Non sarà un semplice
scontro tra élites, perché ad
assistervi con il fiato sospeso e
da lontano saranno masse di
cattolici, ugualmente divisi in
conservatori e progressisti
(come avviene ormai in tutte le
religioni del mondo). In gioco
c’è il futuro della Chiesa, il suo
destino prossimo. Un sassolino
gettato nella direzione giusta
potrebbe provocare una
vera e propria frana nella vecchia
e artritica impalcatura
cattolica: fuor di metafora, un
cambiamento significativo
nell’atteggiamento verso i divorziati
risposati potrebbe
portare a progressive aperture
sugli omosessuali, sulla morale
familiare, e addirittura, un
giorno, sulla norma più importante
di tutte, quella che regola
il celibato ecclesiastico obbligatorio
e struttura così l’intera
organizzazione della gerarchia
ecclesiastica come corpo
di funzionari celibi maschi. È
quel che temono i conservatori
ed è quel che invece sperano
i più radicali tra i progressisti.
È quel che forse desidera anche
il papa, il quale, fino a questo
momento, ha assistito al dibattito
osservando le posizioni
in campo, senza intervenire
direttamente, senza orientare
il dibattito nell’una o nell’altra
direzione. La decisione finale
spetterà a lui, ma è chiaro che
non potrà che riflettere l’anda -
mento di questa drammatica
partita.
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