mercoledì 30 settembre 2015

VOL 8 - Imparare la sottomissione nelle caserme dei seminari

Inchiesta sui cattolici/8 I più giovani, quelli entrati nell’era
Ratzinger sono i più conservatori, ossessionati dalla liturgia


» MARCO MARZANO
ei seminari sono stato molte
volte negli ultimi anni. Ho
tenuto conferenze, fatto interviste,
conosciuto tante
persone. Una volta, qualche
anno fa, proprio per capire
meglio alcune caratteristiche
del luogo, ho chiesto e
ottenuto di potervi trascorrere
una decina di giorni.
Talvolta ho avuto l’impressione
di entrare in una cattedrale
del deserto, in un
grande edificio semi spopolato,
eredità di un glorioso
passato già pronto per divenire
un reperto di archeologia
clericale. Altre volte ho
avuto la sensazione di una
maggiore residua vivacità.
Le cifre sul reclutamento del
clero sono spietate.
IL NUMERO TOTALE dei sacerdoti
diocesani in Italia,
con un'età media intorno ai
sessant'anni, è passato dalle
41.833 unità del 1975 alle
31.580 del 2012 (fonte Osret).
In quattro decenni, la Chiesa
ha perso più di diecimila preti,
circa un quarto del totale.
Nell'ultimo ventennio, il numero
complessivo dei sacerdoti
diocesani (che include
anche i numerosi presbiteri
stranieri) è diminuito di circa
300 unità all'anno (per effetto
del saldo tra decessi, abbandoni
e nuovi ingressi). Il
numero di preti in servizio
potrebbe in realtà essere inferiore,
perché vi sono taluni
che, pur risultando formalmente
presenti nei ranghi
del clero, non esercitano più
di fatto il ministero pastorale,
risultando “s o s p e s i
dall’i n c a r i c o” o “a riposo”.
Questo significa che i circa
2800 candidati al sacerdozio
per il clero diocesano del
2012 (che peraltro non diventeranno
tutti preti) saranno
comunque insufficienti
per arginare l’emorra -
gia di preti e per garantire la
sopravvivenza dell'ancora
fittissima rete territoriale di
parrocchie (25.700 sempre
nel 2012). I deficit di personale
ecclesiastico non sono
uniformi lungo la Penisola e
sono maggiormente evidenti
in alcune aree, ad esempio
in un territorio di fortissima
tradizione cattolica come il
Veneto. Qui l’importazione
di clero da altre aree del
mondo diventerà necessaria,
dato che nel 1970 c’erano
584 candidati al sacerdozio e
nel 2012 il loro numero è sceso
a soli 202. Quasi un terzo.
I SEMINARISTI sono dunque
relativamente pochi. La loro
provenienza rispecchia la
vitalità delle periferie cattoliche
italiane. Un certo numero
(decrescente) viene
ancora dalle parrocchie e
spesso da famiglie super cattoliche,
altri (una quantità
sempre più consistente) dai
movimenti ecclesiali. Tra
questi ultimi è più facile trovare
dei convertiti, delle persone,
non sempre giovani,
convertitisi di recente al cattolicesimo
e per questo talvolta
sprovvisti della formazione
di base, delle stesse nozioni
elementari del catechismo.
In quale istituzione fanno
ingresso gli aspiranti sacerdoti?
I seminari sono strutture
concepite quasi cinque
secoli orsono durante il Concilio
di Trento per migliorare
e uniformare la qualità
della formazione dei presbiteri
cattolici. Sono istituzioni
semi totali, simili, nel funzionamento
di fondo, alle caserme
o ai collegi maschili.
Luoghi nei quali i ragazzi
passano cinque intere giornate
a settimana: studiando,
pregando e socializzando tra
loro e con i preti loro professori.
Nel weekend vanno in
parrocchia. Ma non nella loro
parrocchia, bensì in quella
alla quale vengono assegnati
in servizio dai superiori dello
stesso seminario.
La somiglianza con le caserme
oi collegi maschili va
al di là dell’o rg a n i z z a z i o n e
del tempo e riguarda il carattere
della formazione. Come
in caserma non solo si impara
a maneggiare un fucile o a
guidare un carro armato, ma
si apprende una disciplina,
uno spirito di corpo, una forma
mentis molto peculiare e
distinta da quella prevalente
nel resto della società, così in
seminario non si apprende
solo la teologia e l'indispensabile
bagaglio culturale del
prete, ma anche il senso di
appartenenza a una casta di
eletti, di uomini speciali, di
creature fuori dal comune,
meritevoli di maggior rispetto
e considerazione rispetto
ai comuni mortali. E insieme
a questo si coltiva il legame
viscerale con l'istituzione
ecclesiastica, si genera un
vincolo di appartenenza totale
che prevede, da parte del
sacerdote, la totale consacrazione
alla vita della Chiesa,
la perenne obbedienza alla
sua volontà della Chiesa e
il rispetto, almeno formale e
pubblico, della norma celibataria.
Da parte sua, la
Chiesa fornisce al suo funzionario,
nel corso di tutta la
sua vita da prete, il sostentamento,
l’assistenza e un’eterna
protezione in caso di
qualche guaio, soprattutto
se legato, in senso lato, alla
sfera della sessualità.
IL RISCHIOè che in seminario
il futuro prete impari a ritenersi
investito di una pericolosa
aura di sacralità, che diventi
un “uomo del sacro”.
Alcuni riescono a non cadere
in questa trappola, ma molti
(soprattutto, a sentire i professori,
i più giovani, quelli
entrati nell’era di Ratzinger)
purtroppo non ce la fanno e
cominciano a sviluppare una
passione quasi ossessiva per
la liturgia, per gli abiti e le vesti,
“per i pizzi e i merletti”
(per citare l’’espressione di
un amico teologo), per l’este -
tica del sacro e della tradizione.
Questa gente, una volta in
parrocchia, sceglierà di circondarsi
di un gruppetto di
tradizionalisti adoranti e
spingerà la Chiesa ancora di
più nella ridotta culturale
delle processioni e della religiosità
popolare e superstiziosa,
nel ghetto della resistenza
alla modernità.
DAL SEMINARIO si può naturalmente
anche essere allontanati:
ad esempio, perché si
è giudicati inadatti al sacerdozio
o perché non si riesce a
passare gli esami. In realtà,
questo avviene di rado perché
è difficile che un’istitu -
zione in difficoltà di reclutamento
rinunci a formare
nuovi funzionari. Un altro
motivo di esclusione potrebbe
essere rappresentato
da ll ’omosessualità. Anche
qui credo che la severità dei
rettori si sia nel tempo ammorbidita.
Qualche decennio
orsono bastavano delle
movenze effeminate, un taglio
di capelli non proprio virile
per essere allontanati dal
seminario. Oggi la situazione
è diversa e soprattutto
molti vescovi premono perché
le esclusioni dal seminario
siano ridotte al minimo.
In qualche caso, i ragazzi
scartati vengono mandati in
seminari più “tolleranti”con
gli omosessuali e lì diventano
tranquillamente preti.
L’omosessualità tanto spesso
severamente redarguita
dalle autorità ecclesiastiche
viene così nei fatti ampiamente
tollerata al proprio interno.
Quel che viene da chiedersi
è se la Chiesa Cattolica potrà
mai davvero cambiare fino
a quando non rivede in
profondità e radicalmente la
propria struttura clericale.
Come potranno mai accettare
di delegare il proprio potere
ai laici persone formatesi
in ambienti chiusi e castali
come i seminari? Perché i
giovani apprendisti sacerdoti
non possono essere educati
in normali istituzioni
formative, nelle, quali dopo
la scuola, si va a casa, si vive in
famiglia, si va in parrocchia
insieme a tutti gli altri fedeli,
si esce con gli amici (non solo
seminaristi) e la fidanzata (o
il fidanzato)? E perché non
possono fare questa vita anche
le donne che lo desiderassero?
Avremmo presbiteri
meno capaci, meno adatti a
guidare le loro comunità? O
avremmo solo una Chiesa
più evangelica, con meno gerarchie
e più eguaglianza,
più adatta a svolgere nel nostro
tempo la sua predicazione?
A voi la risposta.
marco.marzano@unibg.it
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VOL 7 - Basta un’email a scuotere la dittatura della badessa

Inchiesta sui cattolici/7 In Italia le monache non hanno altra
scelta che la clausura, eredità di un mondo che non esiste più


MARCO MARZANO
ngela è una donna di incredibile
vivacità malgrado la stazza
minuta: allegra, piena di energia,
con una voce squillante.
Nessuno se la immaginerebbe
in un monastero, immersa
in un’esistenza fatta di
silenzi, preghiere e meditazioni.
Eppure è proprio questa
la vita che ha condotto fino
a un paio d’anni fa, prima
di uscire e dedicarsi a un’impresa
di tutt’altro genere. In
monastero lei ci è entrata a
vent’anni, finito il liceo nella
bella città veneta dove è nata.
A farle prendere quella decisione
sono state due suoi amori
sfrenati: il primo per la
preghiera, il secondo per la
vita comunitaria. Passioni divenute,
col tempo e con l’aiuto
di un sacerdote suo insegnante
di lettere, talmente
travolgenti da spingere Angela
a considerare il matrimonio
una prospettiva che
non faceva per lei.
“IL MIO FIDANZATO di allora
– mi racconta – che sognava
una vita in comune con me e
una casa piena di bambini dovette
farsene presto una ragione.
Lo lasciai ed entrai in
convento”. Le chiedo perché
mai, negli anni Novanta, una
ragazza di vent’anni intelligente,
vivace e appassionata
alla cultura come lei abbia fatto
quella scelta così radicale,
di forte isolamento dal resto
del mondo. I monasteri femminili,
almeno in Italia e a differenza
di quelli maschili
(dove le persone escono, girano,
insegnano all’es tern o)
sono tutti di clausura. Angela
mi risponde che ad animarla
era stato il desiderio di raggiungere
un equilibrio, quello
che una regola monastica
dà al corpo e all’intera vita.
“In convento –mi spiega –c’è
un tempo per tutto: uno per lo
spirito, uno per il corpo, uno
per lo studio”. Mentre Angela
parla penso che l’im p e gn o
costante di tanti di noi da giovani
suoi coetanei è consistito
nell’andare tenacemente
in direzione opposta rispetto
a quella imboccata dall’ex
monaca che mi sta dinanzi.
Volevamo liberarci dalla disciplina
imposta dall’e st erno,
emanciparci dalla violenza
di una vita regolata da altri:
dai padri, dagli insegnanti,
dai capoufficio, da tutte le autorità.
Il monastero assomiglia
invece a una caserma,
un ’istituzione totale all’i nterno
della quale Angela appena
entrata ha dovuto lottare
per avere spazi di libertà
minimi, ad esempio perché le
fosse consentito di usare la
posta elettronica. “Nei monasteri
la consuetudine prevedeva
che la posta in uscita fosse
consegnata aperta alla superiora,
che la poteva così facilmente
ispezionare. La posta
in entrata veniva invece
consegnata chiusa a ogni monaca,
ma era abitudine di tutte
noi chiedere alla superiora
se volesse leggere quello che
vi era scritto. La mi richiesta
di usare la posta elettronica
destabilizzava quel sistema.
Le altre monache ripetevano
con terrore: ma così la posta
non è più controllata! Alla fine
cedettero e mi fu permesso
di usare l’email”.
IN MONASTERO, ad Angela
viene data la possibilità di studiare
e di passare occasionalmente
una giornata all’ester -
no delle mura. Quando però
lei avanza la richiesta di accogliere
l’invito di alcuni professori
e andare a studiare a
Milano la risposta della superiora
è secca: ci puoi andare,
Angela, ma a patto che tu prima
vada in psicoterapia, perché
non si tratta di un desiderio
normale”. La superiora, la
badessa. Nei conventi la sua
autorità è assoluta. La venerazione
affettiva che le monache
nutrono per lei, suggerisce
Angela, è paragonabile a
quella delle bambine per una
madre. O a quella, talvolta ossessiva,
nutrita per la Madonna.
Le monache sono eterne
fanciulle, la superiora è l’ape
regina, la sovrana indiscussa,
colei che tutto decide nella vita
delle sue subalterne.
Una vita non allegra quella
che si conduce nei monasteri
femminili oggi, segnata dalle
malattie e dalla morti continue.
Quando Angela arrivò
nel suo monastero friulano,
vent’anni fa, le sue consorelle
erano circa trenta. Quasi tutte
anziane, necessitanti di quotidiana
assistenza. Sono morte
quasi tutte negli anni successivi,
in uno stillicidio doloroso.
“La prima volta che vidi
il corpo morto di una sorella
fu durissima –confessa Angela
–ma mi dovetti abituare”.E
a nulla valeva, per liberare
Angela dalla sua angoscia, la
liturgia festosa, quasi pasquale,
che seguiva la morte di ogni
monaca, condotta all’insegna
del sospirato ricongiungimento
con lo sposo e della fine
della vita terrena come occasione
di liberazione.
QUELLO DELLA MORTE non è
certo un evento raro nei conventi,
se si pensa all’altissima
età media delle monache e al
fatto che più dei quattro quinti
di quelle strutture non vedono
vocazioni da decenni e si
avviano ad una fine istituzionale
certa e nemmeno troppo
lontana. Nel 1960 c’erano in Italia
poco meno di tredicimila
monache e quasi mille novizie,
divenute circa ottomila e
trecento nel 1990. Nel 2013, il
numero si è ancora notevolmente
assottigliato superando
di poco le cinquemila unità,
con solo 146 novizie.
Non è felice nemmeno la vita
affettiva dietro quelle mura.
“Mi sono mancati gli uomini
– dice Angela – e tra le
sorelle si instaurava molto
spesso una forma di dipendenza
affettiva ai limiti della
mo rb osi tà ”. Una patologia
che mi sembra il segno evidente
di un’o mo s e ss u a li t à
vissuta in forma distorta e
non serena. “Nel mondo cattolico
– dice ancora Angela –
l’avversione per l’omo sessualità
è ancora fortissima. In
particolare per quella femminile,
pensata come una forma
di gravissimo tradimento
dell’amore per Cristo e quindi
di negazione della vocazione”.
E poi ci sono i preti che dovrebbero
formare le monache
e che spesso sono di una
qualità disastrosa. “Mi si
spezza il cuore a dirlo – pro -
segue Angela –ma certe omelie
sono stupri a cielo aperto,
recitate da persone che non si
preparano, che non sanno cosa
dire, che riempiono i venti
minuti dell’omelia di parole
vaghe. E noi donne, spesso
più colte e preparate di loro,
dobbiamo ascoltare i pazzi di
turno, senza neanche poter
uscire”.
IL MONACHESIMO femminile
è l’espressione di un mondo
che non esiste più. Un mondo
nel quale le donne potevano
trovare un’alternativa a una
vita matrimoniale molto
spesso infelice e segnata dalla
miseria, dalle violenze coniugali
e dalla cura di una teoria
infinita di pargoli. Un mondo
nel quale il convento diveniva
un luogo di cura delle donne,
dove anche quelle tristemente
maritate potevano ricevere,
al di là della grata, il conforto
e l’incoraggiamento di
una monaca. O anche una preghiera
per i propri defunti.
Oggi molti di noi, pur continuando
a credere in Dio o in
qualcosa di simile, di tutto
questo sembrano non aver
più bisogno.
I segni di questa trasformazione
sono innumerevoli. Un
amico cattolico mi ha raccontato
di recente di essere entrato
in una libreria di Strasburgo
e di avervi trovato uno scaffale
di “relig ione” smunto e
popolato solo di libri su Papa
Francesco. In compenso
quello accanto, dedicato alla
“spiritualità”, era ricolmo di
volumi su ogni genere di meditazione
e di buddismo. Così
come fornitissimo era quello
più a destra dedicato all’eso -
terismo. “Venivo da una settimana
passata in Belgio, un
tempo terra cattolicissima –
proseguiva il suo racconto il
mio amico – Nella cattedrale
di Gand alla messa principale
della domenica non eravamo
più di venti. E non c’era nemmeno
un giovane. L’immagi -
ne di quelle navate deserte è
quella della fine di un’epoca”.
Un ’epoca, aggiungo io, fatta
di badesse, regole e discipline
varie che è impensabile voler
ricostruire. E che non vale
certo la pena di rimpiangere.
marco.marzano@unibg.it
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VOL 6 Il celibato è una finzione: la vita sessuale dei preti

Inchiesta sui cattolici/6 Nel privato sono pochissimi quelli
che lo rispettano. E ancora meno quelli che si sentono in colpa



MARCO MARZANO
o incontrato Ferdinando in
un tiepido pomeriggio di fine
agosto, in collina, a qualche
chilometro da dove si sono
svolti i fatti di cui parleremo
per più di due ore. A darmi il
benvenuto quando varco il
cancello della sua bella casa
sono le urla gioiose dei suoi
tre bambini e il sorriso di Agata,
la sua giovane moglie.
Ferdinando comincia a raccontarmi
la sua storia. Quella
di un ragazzo che a diciotto
anni, ammalato di idealismo,
sente il desiderio fortissimo
di diventare prete. Contro le
aspettative della famiglia,
che reagisce con stupore alla
sua scelta e per realizzare gli
ideali evangelici dell’am or e,
del dono di sé al prossimo e
della giustizia, anche sociale,
un valore ancora popolare
trent’anni fa, quando appunto
Ferdinando compie quella
scelta.
GLI ANNI CHE trascorre in seminario
sono per tanti versi
fruttuosi. Tutto va bene, fuorché
per un dettaglio: nel terzo
anno di seminario, Ferdinando,
poco più che ventenne, si
innamora di una ragazza sua
coetanea conosciuta in parrocchia.
I due si frequentano,
si dichiarano la propria passione,
si amano anche fisicamente
pur senza arrivare mai
a un rapporto completo. Perché
Ferdinando studia da prete
e sa che se vuole continuare
deve rimanere celibe.
“C’è di più –dice oggi –pen -
savo, nella mia ingenuità, che
non dovevo negare la forza del
sentimento per quella ragazza,
ma che dovevo riversarla
in un’amicizia, allontanandola
dall’idea di un rapporto carnale.
Per questo, ho continuato
a frequentarla. Sentendomi
un mezzo eroe. E compiendo
naturalmente, ma lo capisco
solo ora, una terribile violenza
su me stesso, soffrendo per il
terrore di dover assistere al
suo fidanzamento con qualcun
altro”. Superata quella
crisi, Ferdinando viene ordinato
sacerdote e mandato in
una grossa parrocchia della
diocesi a fare il viceparroco. In
attesa di completare gli studi e
di realizzare un sogno: andare
in Africa come missionario.
Proprio in parrocchia Ferdinando
conosce Agata. Di lei
Ferdinando si innamora quasi
subito, ricambiato. Ma a partire
per l’Africa non vuole rinunciare.
Però anche a migliaia
di chilometri, Agata è il
centro dei suoi pensieri. I due
si scrivono centinaia di lettere.
Quando poi, per un mese
all’anno, Ferdinando torna in
Italia è ad Agata che dedica, in
gran segreto, la gran parte del
suo tempo. Dopo due anni di
questa vita Ferdinando, nella
savana, ha perso definitivamente
la pace interiore e il
sonno. La decisione di rientrare
è inevitabile e altrettanto
inevitabile è quella di riferire
tutto al suo parroco, un
uomo comprensivo, che un
giorno gli dice: “Ferdinando,
non devi sentirti in colpa. Non
hai fatto niente di male. Il celibato
di noi preti è una gigantesca
stronzata”. Ferdinando
racconta tutto anche al vescovo
che, al contrario, reagisce
con disgusto: “Stai facendo
prevalere la tua soggettività –
gli dice prima di accordargli
comunque un anno “sabbati -
co” di pausa dal sacerdozio –
Ma nella Chiesa la libertà di
coscienza non è la verità. La
verità sta nell’obbedienza e
nella rinuncia”. Parole pesanti
che Ferdinando non potrà
mai dimenticare e che gli sembrano
così lontane dal cuore
del Vangelo. Parole che invitano
a condurre una vita falsa,
priva di autenticità. O semmai
una vita doppia, da censori dei
vizi sull’altare e da uomini
normali nel privato.
È INCREDIBILE cons tatare
quante persone, ancora oggi,
credenti e non credenti, attribuiscano
valore al celibato obbligatorio
dei preti. Quanti lo
ritengano una regola ragionevole,
per quanto severa. Quello
che costoro dovrebbero sapere
è che a rispettare quella
norma non riesce quasi nessuno
tra i circa 32.000 sacerdoti
diocesani italiani (per non
parlare di quelli di altri continenti,
per i quali l’apparte -
nenza al clero e il celibato sono
spesso il comodo strumento
per non assumersi la responsabilità
di una relazione o di
una gravidanza, per farsi spostare
di diocesi quando combinano
qualche guaio con una
ragazza). Un buon numero di
loro, qualcuno dice addirittura
i tre quarti del totale, è omosessuale
e usa il celibato
come uno splendido alibi per
non dover fornire giustificazioni
del desiderio di non avere
relazioni sentimentali con
le donne e di non sposarsi.
TRA GLI ETEROSESSUALI ve
ne sono molti che hanno relazioni
regolari e durature, anche
con figli. Molti altri hanno
solo relazioni occasionali, più
o meno numerose. Una vita di
assoluta castità non è comunque,
anche per quei pochi under
settanta che la praticano,
sintomo di serenità spirituale
o di pace interiore. Perché
spesso dà luogo a fenomeni
patologici, come l’alcolismo
(molto diffuso) o altre forme
di dipendenza, e si accompagna
ad uno stato depressivo e
di profonda infelicità. Anche
una condotta sessuale attiva
può essere dai preti in modi
molto diversi: talvolta con terrificanti
sensi di colpa, talaltra
con la serenità di chi invece ha
compreso di aver diritto a una
vita affettiva autonoma dalle
imposizioni dell’istituzione.
Il desiderio di autenticità e
la rinuncia che hanno spinto
Ferdinando a compiere la sua
coraggiosa scelta di chiedere
la dispensa e sposarsi non è limitata
agli eterosessuali. Ho
intervistato qualche tempo fa
un prete gay che mi rivelò lo
stesso desiderio: vivere il suo
amore alla luce del sole. Oggi
ha lasciato anche lui. L’id ea
che il celibato sia lo strumento
principale per avere dei presbiteri
completamente devoti
alla loro comunità e che questa
loro devozione soddisfi i
bisogni affettivi dei sacerdoti,
che li gratifichi come li gratificherebbe
l’amore di una
compagna o di un compagno e
di una famiglia, è una menzogna
assoluta.
IL CELIBATO è in realtà la “re -
gola di ingaggio”che consente
alla Chiesa di disporre di funzionari
a tempo pieno ad essa
pienamente dedicati e ricattabili.
Semplificando all’es tr emo,
è come se l’istituzione dicesse
al suo funzionario: “Tu
sapevi quando hai accettato
l’ingaggio che c’era questa regola.
La puoi violare, ma ti
sentirai in colpa e sarai comunque
costretto a nasconderti.
Perché, quando non rispetti
il celibato, sentirai di aver
tradito la fiducia del tuo
gregge, al quale noi istituzione
(con il tuo concorso!) abbiamo
insegnato che tu devi essere
puro e casto. Noi ti perdoneremo
quando ignorerai il divieto.
E ti copriremo anche se
serve, ad esempio trasferendoti
in un altro luogo se hai una
donna che ti insegue o mandandoti
in clinica invece di denunciarti
se hai commesso
qualche crimine legato alla
sessualità.”
Il celibato diventa la premessa
della sacralizzazione
della figura asessuata del prete,
la condizione della sua superiorità
rispetto agli altri fedeli,
il segno più tangibile che
egli è più puro di loro e che la
sua vita coincide con il suo
ruolo pubblico. In questa metamorfosi
si disumanizza, riducendosi
a mero simbolo,
privato del diritto ad avere una
vita privata. Per qualche
prete questo regime psichico
è la premessa di un narcisismo
incontenibile, della convinzione
di essere più simile a Gesù
che ai propri simili. E di avere
un naturale diritto a comandare.
Per altri, come Ferdinando,
è una terribile camicia
di forza che spinge verso il
dolore e la morte interiore.
“Oggi mi arrabbio quando vedo
che nessuno nella Chiesa
mi ascolta quando dico che sarei
un pastore migliore da
quando ho conosciuto Agata,
la donna della mia vita, il mio
unico amore, la madre dei
miei figli che con me condivide
la fede e una vita religiosa
intensa e profonda, fatta non
solo dei nostri bambini, ma di
letture, conversazioni, esperienze
spirituali e di frequentazioni
comuni”. Io gli credo.
E voi?
marco.marzano@unibg.it ©
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VOL 5 - Ragazzi fedeli del dubbio: non è tempo per Papaboys

Inchiesta sui cattolici/5 Wojtyla e Ratzinger hanno sostenuto
soltanto i movimenti carismatici, formando giovani integralisti


L» MARCO MARZANO
oredana ha 25 anni, un aspetto
da brava ragazza cattolica
e una particolare dolcezza
nei modi. Ha frequentato la
Chiesa sin da bambina, ma, a
differenza di molti suoi coetanei,
nella Chiesa ci è rimasta
sino ad oggi. Fa parte di un
“gruppo giovani”, una decina
di ventenni in un quartiere
di quattromila abitanti
con un’età media piuttosto
alta. Un’esperienza felice in
confronto al deserto giovanile
assoluto di tante altre parrocchie.
Dieci ragazze e ragazzi
che compiono un percorso
formativo denso: un
anno sulla povertà, quello
successivo sulla giustizia,
poi la Costituzione, l’E ur opa,
l’immigrazione.
“La cosa bella del nostro
gruppetto è che ci sono anche
persone che non credono,
dei ragazzi che si sono aggregati
a noi perché non avevano
trovato altrove dei luoghi
dove stare insieme in
questo modo”. E dove potrebbero
andare, a chi potrebbero
rivolgersi quei ragazzi
non credenti se volessero
discutere di costituzione,
di immigrazione, di giustizia?
E se volessero, come
ha fatto qualche tempo fa il
gruppo di Loredana, svolgere
un periodo di lavoro volontario
in una zona sofferente
dell’Europa, per tradurre
in pratica quei valori?
FINO AGLI ANNI OTTANTA, i
luoghi dove potersi impegnare
in questo modo erano
numerosi in Italia, soprattutto
a sinistra. Oggi fatico a immaginarli.
Sono rari nella
Chiesa, ma ancor di più al di
fuori. E costituiscono forse
minuscoli laboratori della
democrazia del futuro. Al pari
della casa parrocchiale di
accoglienza per persone in
difficoltà economica o della
Caritas diocesana in cui Loredana
ha svolto il suo servizio
civile volontario. Chiedo
a Loredana se la convivenza
con suoi coetanei che non
credono in Dio non la disturbi,
se non senta l’esigenza di
convertirli o se non pensi che
poi alla fine proprio questo
avverrà, che gli atei e gli agnostici
scopriranno la fede.
“Questo non lo penso proprio.
Non sono nemmeno sicura
che conserverò io la mia
fede. So che potrei perderla.
Come ha rischiato di avvenire
già alcune volte. In certi
momenti difficili, nei quali
mi sono chiesta dove fosse
Dio, perché tollerasse tante
mostruose ingiustizie”. E
poi, prosegue Loredana, come
potrebbe essere certe la
fede o l’appartenenza in
un’epoca nella quale di certo
non vi è nulla: le relazioni
sentimentali, il lavoro, il luogo
di residenza?
Nelle parole di Loredana
mi pare di rinvenire una verità
profonda, già messa in luce
dalle analisi di un sociologo
della religione raffinato
come Alessandro Castegnaro:
i percorsi spirituali dei
ventenni di oggi sono caratterizzati
dal dubbio, la fiducia
(a qualunque figura di autorità,
che sia professore, medico,
datore di lavoro, presbitero
o altro) è concessa sempre
solo a tempo definito, sino
a prova contraria, in attesa
di smentite. Non ci sono legami
a vita nella “società liq
ui d a”. E non è sempre un
male. Nelle relazioni sociali,
l’incertezza rende più diffidenti
e forse più saggi, spinge
ad esaminare le cose con più
attenzione, riduce il fascino
dei cattivi maestri, favorisce
la convivenza tra diversi, nel
nome della comune assenza
di certezze. “Alcuni dei miei
compagni di avventura non
sono certi di essere atei –dice
ancora Loredana - io non sono
certa di essere cattolica.
Possiamo fare un percorso di
riflessione comune e vedere
quello che succede”.
ESPERIENZE come quella di
Loredana si sviluppano ai
margini estremi della Chiesa,
nella sua profonda periferia,
senza alcun incoraggiamento
istituzionale. Nella semi illegalità
ecclesiale e solo grazie
all’iniziativa di qualche
parroco coraggioso. Sicuramente
non è stato affine a
questo il cattolicesimo giovanile
esaltato da Woytjla e da
Ratzinger, che a ragazze pensanti
come Loredana preferiva
i papa boys catecumenali o
ciellini, gente che di incertezze
ne coltiva poche. La
centralità prolungata per
molti decenni nella Chiesa
cattolica della religiosità
chiusa e settaria dei movimenti
ha sortito l’effetto di
accentuare il suo isolamento
dai giovani di oggi, che sono
come li descrive Loredana:
diffidenti, incerti, cauti. E
che per questo non amano, a
differenza di quelli di un tempo
e fatta eccezione per le minoranze
di invasati, i valori
non negoziabili, la sessuofobia
ossessiva, la severa rigidità
punitiva della “Chiesa del
N o” di impronta woytjliana
-r ui ni ana -r at zin ge ri an a.
Quella chiesa reazionaria costantemente
in armi contro
la modernità, la libertà di coscienza
e l’autonomia individuale
ha favorito, accentuandone
le dimensioni (portato
naturale della secolarizzazione),
la fuga, l'esodo di centinaia
di migliaia di giovani
passati in precedenza per le
aule di catechismo, l’i ns egnamento
scolastico della religione
e tutti gli altri momenti
della socializzazione
religiosa.
Per decenni, appena in
grado di farlo, in genere dopo
la cresima (il cosiddetto “sa -
cramento dell’addio” o “del
s al ut o ”), i ragazzi e soprattutto
le ragazze, hanno abbandonato
le sacrestie, per
non farvi più ritorno. Sono rimasti
quasi solo quelli intruppati
nei movimenti o
quelli, molto spesso gli stessi
almeno tra i maschi, che hanno
scelto la via del seminario
e di una carriera da preti vissuta
all’insegna del tradizionalismo
e della sacralità sacerdotale.
Minoranze estreme
e radicali di giovani “di -
versi” dagli altri, ostili verso
tutto quello che appare ai loro
coetanei come naturale,
giusto e opportuno.
LOREDANA È INVECE, pe r
tanti versi, una ragazza come
tante. Che ogni tanto va fuori
per una “serata” con gli amici,
talvolta anche alzando il
gomito. Di tutto quell’appa -
rato repressivo di norme e
codici, soprattutto sulla sessualità,
così importante per il
papa polacco e quello tedesco,
Loredana se ne infischia
con serenità, come fanno,
senza sbandierarlo troppo,
tanti altri ragazzi nelle parrocchie.
“Se voglio far l’amo -
re con una persona che in
quel momento è al centro
della mia vita, io lo faccio senza
sentirmi per nulla in colpa”
mi dice sorridendo. “Per -
ché le regole che la Chiesa ha
dettato sinora in questo campo
secondo me sono sbagliate.
Così è come è sbagliata l’esclusione
dei divorziati dalla
comunione e ancora di più,
perché questo proprio mi ferisce,
la discriminazione verso
gli omosessuali, che devono
invece vedersi riconosciuti
i loro diritti. Compreso
forse (ma su questo ho ancora
qualche dubbio) quello di
sposarsi e di adottare dei
bambini”.
Mentre risento la registrazione
della chiacchierata con
lei penso che Loredana sia in
definitiva, malgrado l’età, una
cattolica adulta. Una giovane
cattolica adulta. Wojtyla
e Ratzinger e i loro sodali
hanno ostacolato la diffusione
di persone come lei nella
Chiesa, non solo favorendo i
movimenti, ma anche mancando
di fornire a ragazze come
Loredana qualsiasi forma
di “sponda” istituzionale, di
incoraggiamento “p o li ti c o”,
e rinunciando a investire sul
rinnovamento ecclesiale delle
parrocchie, strutture divenute
obsolete nella forma,
progressivamente abbandonate
a sé stesse e relegate al
ruolo di fabbriche di sacramenti.
Apparati burocratici
raramente in grado di fornire,
non foss’altro che per
mancanza di energie oltre
che per congeniti limiti culturali,
a persone come Loredana
l’occasione di maturare
intellettualmente e spiritualmente.
Anche su questo da
Roma si attendono segnali. Il
tempo a disposizione sta per
scadere.
marco.marzano@unibg.it
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VOL 4 - La Chiesa è solo maschio: la grande fuga delle donne

Inchiesta sui cattolici/4 Le ragazze vanno in parrocchia
meno delle loro madri e delle loro nonne. Ma su questo il Papa tace


MARCO MARZANO
simpatica Laura. È una donna
gioviale, aperta, psicologicamente
“ri so lt a” verrebbe da
dire. Sposata, tre figli, il lavoro
lasciato quasi subito dopo
la laurea, una vita dedicata al
quartiere, alla scuola, alla
parrocchia. Soprattutto alla
parrocchia. Da ragazza Laura
frequentava poco la chiesa,
complice la fede freddina dei
suoi genitori, giornalista il papà,
insegnante la mamma.
Laura in Chiesa ci andava raramente,
con i nonni. Dopo la
cresima sempre meno.
Poi ha conosciuto Franco,
che sarebbe diventato suo
marito e che in parrocchia ci
passava le giornate. “Sai come
succede a quell’età – mi racconta
oggi davanti ad una tazza
di caffè bollente –Mi sono
innamorata di lui. E del mondo
che frequentava. Ho scoperto
che mi piaceva l’a mbiente
della parrocchia, la
quantità e l’intensità delle relazioni
umane che permetteva
di costruire”. Sono arrivati
i figlioli, ora già grandicelli, i
due maggiori vanno all’u niversità.
Ma quell’entusiasmo
iniziale in Laura non sembra
svanito. La parrocchia è diventata
per lei un luogo di impegno
costante: prima nei
corsi di preparazione al matrimonio,
oggi nello “s paz io
co mpit i”, dove si aiutano i
bambini in difficoltà scolastiche.
È ANCHE UNA DONNA di sinistra
Laura, “cittadina attiva”,
impegnata. “Ma questo clima
democratico che tanto ti piace
lo trovi anche in parrocchia?”
le chiedo. “Non sempre – ri -
sponde –perché lì c’è un uomo
solo che decide per tutti, il parroco.
È aperto, disponibile ad
ascoltarci. Però alla fine decide
sempre lui. A volte è frus
tr an t e”. Certo è frustrante,
penso, però fa parte delle “re -
gole del gioco”parrocchiale: il
parroco decide e i parrocchiani
obbediscono.
Questo è l’assetto tradizionale,
l’eredità tridentina, della
Chiesa Cattolica e non ci sono
avvisaglie di un cambiamento.
Le chiedo ancora se non si senta
talvolta mortificata come
donna dal dover accettare
l’autorità indiscutibile (e inevitabilmente
maschile) del
suo parroco, se non sia mai stata
tentata dal mollare tutto. Mi
risponde che quella tentazione
non l’ha mai sfiorata. “Per -
ché non sono spinta da ambizioni
di potere, ma dal desiderio
di vivere la fede con la mia
comunità. Riguardo alla femminilità,
penso che la Chiesa
perda molte risorse non usando
come potrebbe le capacità
delle donne. Che riguardano
di più l’abilità di tessere relazioni,
il pragmatismo, il realismo
e molto meno la decisione,
il potere, il governo. Le
donne conoscono il senso della
misura, sanno far tornare gli
uomini con i piedi per terra.
Non hanno il desiderio costante
di affermarsi, non amano
la competizione, il conflitto”.
LAURA INSISTE su ll ’im po rtanza
di queste virtù “femmi -
nili”, su questa “dolcezza materna”
che le donne dovrebbero
poter far meglio sentire nella
vita della Chiesa. Una dolcezza
che non mette mai davvero
in discussione la subordinazione
gerarchica delle
donne (e dei laici in generale),
ma che invoca piuttosto un governo
(clericale) della parrocchia
più temperato e mite, un
autoritarismo soft. Mentre
Laura continua a parlare, mi
vengono in mente le mie studentesse,
ventenni come una
delle figlie di Laura. Penso che
loro una filosofia di vita come
quella di Laura non la accetterebbero
e non la accetteranno
mai. Può darsi che le temute
(da una parte del mondo
cattolico) teorie del gender
abbiano già fatto effetto e siano
già diventate patrimonio
comune per le giovani generazioni,
ma nessuna delle mie
studentesse accetterebbe di
essere considerata soprattutto
una creatura accudente,
che cuce, che rimedia, con la
pazienza di Penelope, i guasti
prodotti dalla prepotenza maschile.
Le mie studentesse, e
forse anche la figlia di Laura,
pretendono di avere le stesse
chanches degli uomini, anche
nel campo delle decisioni. E
della leadership. Anche per
questo forse, le ragazze, le
ventenni di oggi, in Chiesa non
ci vanno più. Sicuramente meno
delle loro madri. E ancor
meno delle loro nonne. Come
confermano i dati della splendida
ricerca di Alessandro Castegnaro
e dell’Osret sulla “fe -
de nel Nord-Est”. Il dato che
impressiona di più è proprio il
venir meno, anche in questo
campo, delle differenze di genere,
quelle che un tempo facevano
sì che gli uomini smettessero
presto di andare in
Chiesa e molte donne vi rimanessero
invece tutta la vita.
LE RAGAZZE NATE intorno al
1990 che assegnano molta importanza
alla religione sono il
14,5% del campione dell’Osret.
Contro il l’’11,6% dei loro
coetanei maschi. Una differenza
minima se confrontata
con quella dei nati intono al
1940: tra costoro le donne
“molto religiose” sono il doppio
degli uomini. E non basta.
“Le donne più scolarizzate sono
oggi tendenzialmente più
autonome e più critiche nei
confronti della Chiesa cattolica
dei loro coetanei maschi”:
Più studiano e più si abituano
a ragionare con la propria testa.
E più si allontanano dalla
Chiesa Cattolica. In misura
maggiore rispetto agli uomini.
Perché quello cattolico è un
ambiente nel quale loro non
sperimentano la parità di diritti
che hanno conosciuto altrove.
Perché alla fine è un ambiente
nel quale governano i
maschi, soprattutto quelli in
tonaca. E più si sale di livello,
più ci si dirige verso i palazzi
del potere, più il monopolio
maschile del potere è feroce e
inattaccabile.
Basta guardare al destino
delle ormai quattrocento teologhe
donne italiane, in parte
minima impiegate come docenti
nei seminari e nelle facoltà
teologiche, malgrado abbiano
tutti i titoli per potervi
accedere. O dare un’occhiata
agli elenchi dei responsabili
degli uffici liturgici e catechistici
diocesani per rintracciarvi
solo nomi maschili. Spesso
di sacerdoti, ma comunque di
maschi. Le donne stanno solo
alla base della piramide, è
femminile il 90 per cento della
popolazione dei catechisti.
Anche all’ultimo sinodo sulla
famiglia (un tema sul quale le
donne hanno qualche competenza!)
le donne erano una
ventina contro più di 250 uomini.
SU QUESTO TERRENO, pa pa
Francesco ha fatto pochissimo.
Perché sembra interpretare
il ruolo delle donne in una
chiave prettamente intimistica,
che sottolinea la loro vocazione
al “servizio”e alla cura,
al conforto, alla solidarietà.
Mai alla responsabilità.
Quella che le donne potrebbero
invece ottenere già oggi,
senza sconvolgere la dottrina,
nei Pontifici Consigli (per la
famiglia o per la cultura) o nelle
Congregazioni e nei tribunali.
Incarichi di responsabilità
per i quali è sufficiente la
competenza e non indispensabile
l’ordinazione sacerdotale.
Sarebbero scelte di grande
impatto simbolico. Pari a
quello che avrebbe la designazione
di una donna cardinale
o l’istituzione del diaconato
femminile. Decisioni che mostrerebbero
la volontà della
Chiesa di riconoscere e accettare
i risultati della più grande
“rivoluzione del nostro tempo”,
per citare Norberto Bobbio:
l’emancipazione femminile.
Per giungere un giorno
fino all’ordinazione sacerdotale.
Ma qui sconfiniamo
nell’utopia.
Se nella Chiesa prevalessero
ancora a lungo gli atteggiamenti
conservatori e discriminatori
verso le donne, continuerebbero
a frequentare la
Chiesa solo quelle donne in
grado di accettare, così come
probabilmente fanno anche in
altri ambiti, un ruolo subalterno.
Cioè una porzione decrescente
e marginale della nostra
società. Quella priva di
mezzi culturali per giungere
all’emancipazione e alla parità.
Le tantissime altre saranno
già altrove. Non necessariamente
più lontane dalla fede,
ma certo non più disponibili a
“obbedir tacendo”.
marco.marzano@unibg.

VOL 3 - La scomunica dei parroci: meglio soli e infelici che gay

Inchiesta sui cattolici/3 “Chi sono io per giudicare?” , ha detto
il Papa. Ma i suoi sacerdoti giudicano eccome. E molti fedeli soffrono


» MARCO MARZANO
ome dice lei stessa all’inizio
della chiacchierata, Rossana
“porta in giro quello che è”.
Quando me l’hanno presentata,
una sera, alla festa della
parrocchia, l’ho scambiata
per un uomo, Tanto è mascolino
il suo aspetto. Era in
compagnia di una ragazza
graziosa, la sua partner attuale.
Di essere omosessuale
Rossana l’ha sempre saputo.
“Non ho scelto niente. Sono
fatta così”, dice oggi. In casa
ha fatto coming out intorno ai
18 anni, dopo una relazione amorosa
finita male, con un
dolore impossibile da nascondere.
In quegli anni Rossana
non frequentava la parrocchia.
“Era il periodo della
stupidera–mi racconta –nel
quale si esce con compagnie
sbagliate, si cade in qualche
trappola”.
Tra intolleranza
e comprensione
Qualche anno più tardi fu
un’altra delusione amorosa a
portarla a conoscere un frate
umbro che le propose una
singolare esperienza spirituale,
un cammino di otto
giorni in territori desolati,
senza telefono, senza denaro,
con indosso un saio; tante
ore di meditazione in compagnia
di altri pellegrini e di
una guida spirituale. “È stata
un’esperienza fortissima, di
autentica conversione. Prima
ero convinta che il Signore
ce l’avesse con me, che la
mia omosessualità fosse un
castigo divino, che le cose mi
andassero male in amore
perché Dio voleva punirmi.
In quelle settimane nel deserto
ho iniziato a cambiare
punto di vista. I primi giorni
ho pianto molto a lungo. Lacrime
liberatorie”.
Fra' Paolo le consentiva
anche di fare la comunione:
“Purché tu non conviva, a
condizione che tu non vada a
letto con nessuno, che sia casta”.
La stessa cosa gliela aveva
ripetuta qualche tempo
dopo il suo parroco. “Per te
valgono le stesse regole stabilite
per gli eterosessuali:
niente convivenza né rapporti
sessuali occasionali”. A
niente è valsa l’obiezione di
Rossana, che lei, a differenza
degli eterosessuali, sposarsi
non può. “E allora devi smettere
di peccare, farla finita
con le donne –le hanno ripetuto
i tanti preti che ha incontrato
–oppure, se proprio
lo desideri, andare in un’a ltra
parrocchia. Dove non dai
scandalo. Ma al massimo a
Natale e a Pasqua. Non tutte
le domeniche! La possibilità
di fare la comunione la devi
considerare un regalo speci
al e”. Molte volte i confessori
le hanno negato l’a s s o l uzione:
“Ammiro l’amore che
tu hai per Gesù – le ha detto
una volta uno di loro – ma
non ti posso considerare uguale
agli altri. Mi provoca
sofferenza, ma sono chiamato
ad applicare la legge”.
Per fortuna, i preti non sono
tutti così. C’è anche, come
nel caso dei divorziati riaccoppiati,
chi tra i presbiteri
di quelle norme feroci e arcaiche
se ne infischia. “La
Chiesa predica l’amore e poi
mi condanna quando mi
prendo cura di un’altra persona,
quando le voglio bene e
la amo. Mentre mi accetta se
sono sola ed arida”, dice ancora
Rossana. Ma ormai Rossana
ha compreso che il prete
che non la assolve non è Dio,
che Lui l’accetta comunque e
che, in quei casi, è il prete che
sbaglia, non lei. “Amo la
Chiesa, nonostante la Chiesa”,
mi confessa sorridendo.
Non tutti gli omosessuali
cattolici italiani fanno una
vita ecclesiale come quella
solitaria di Rossana. Hanno
costituito dei gruppi, dove
aiutarsi, confrontare le proprie
esperienze, decidere la
linea nei rapporti con l’i s t i t uzione.
Qualche gruppo ha una
più forte connotazione
politica, è legato al movimento
LGBT, avanza richieste,
invoca diritti, ottenendo
il più delle volte dall’is ti tuzione
un secco diniego o il totale
silenzio. Altri gruppi
hanno un orientamento più
privato e discreto, si preoccupano
di rendere la vita
quotidiana dentro la Chiesa
più accettabile per i propri
membri. Il sogno di tutti i
gruppi, politicizzati o meno,
è sciogliersi in una Chiesa
che riconosca ai gay e alle lesbiche
piena cittadinanza
ecclesiale, che non li discrimini
più, che li accolga anche,
e forse soprattutto,
quando si presentano in coppia
alle porte di una comunità
parrocchiale, casomai inserendoli
in un gruppo famiglia,
accanto alle coppie etero.
Per aiutare anche loro ad
avere una vita di coppia piena
e ricca. Sogno lontanissimo
dal divenire realtà.
La spinta di Francesco
per ora non basta
Il primo sinodo aveva fatto
qualche passo significativo,
per poi precipitosamente rimangiarselo.
Alla vigilia del
secondo, la situazione non
sembra migliorata. La possibilità
che da quella clamorosa
frase del papa “Chi sono io
per giudicare un omosessuale
?” discendano reali cambiamenti,
anche solo pastorali,
è assai ridotta. Anche se
quella frase del papa qualche
effetto l’ha comunque prodotto.
Ha aumentato la sicurezza
con la quale molti
gruppi e forse anche molti
singoli come Rossana si rivolgono
all’istituzione, ha
infuso loro coraggio. Inducendo
anche alcuni di coloro
che, dentro la Chiesa, sono animati
da una reale volontà
di dialogo a venire allo scoperto,
a iniziare per la prima
volta un confronto serio con
le persone omosessuali. Ma
sono segnali flebili, isolati,
ancora troppo timidi se messi
a confronto con la velocità
del cambiamento sociale,
con la rapidità con la quale le
nostre opinioni pubbliche
stanno accettando di ridurre
la loro omofobia, di riconoscere
eguali diritti agli omosessuali
in un numero sempre
più ampio di sfere esistenziali.
In maniera ancora più radicale
che sul tema dei divorziati,
la Chiesa sperimenta
qui la sua difficoltà nell’a ffrontare
l’età contemporanea,
quell’era dell’a u t e n t i c ità
che ha sostituito la civiltà
del precetto. In questo nuovo
regime, appare illogico e
assurdo che la Chiesa sia desiderosa
di accogliere persone
senza una fede autentica
che bussano alla sua porta
per ragioni di mera opportunità
(ad esempio, le tantissime
coppie che si sposano in
Chiesa per “il contesto”, per
le insistenze delle famiglie,
per l’abito bianco, la musica
sacra e le colonne corinzie
sullo sfondo) e lasci ai margini
o fuori dalla porta le tante
persone come Rossana che
il desiderio profondo di Dio
lo portano impresso in ogni
momento della vita.
Meglio doppie vite
che seminari vuoti
Affrontare finalmente la
questione dell’o mo s e s s ua l ità
sarebbe per la Chiesa
quell’operazione di radicale
parresia invocata più volte
da Francesco. Fare i conti
con il grande tema dell’o m osessualità
del clero. Una questione
che riguarda tanti sacerdoti,
costretti a vivere
un’esistenza ipocrita, a condurre
un’orribile doppia vita,
a predicare dal pulpito
contro l’omosessualità e a
praticarla quando le porte
della canonica si chiudono.
O condannati a conoscere,
soprattutto negli anni di seminario
o nei primi di sacerdozio,
i tormenti di un’o m osessualità
negata e repressa,
molto spesso senza ricevere
da ll’istituzione timorosa di
perdere un nuovo funzionario
nessun conforto, nessun
aiuto. L’intransigenza cattolica
contro l’om o s e s s u a l i t à
rischia di avere, tra le sue
motivazioni, anche quella di
non voler fare i conti con un
gigantesca rimozione, forse
la più grande e clamorosa.
Ma rimuovere fa male. Peggiora
le situazioni, fa incancrenire
i problemi. Specialmente
in una società nella
quale non vige più la regola
del pubblico silenzio benevolente
e complice sulla vita
sessuale del clero. C’è proprio
urgente bisogno di parresia.
Speriamo arrivi presto.
marco.marzano@unibg

VOL 2 - Inchiesta sui cattolici/2 Alcuni parroci perdonano, altri no e vietano perfino di fare i padrini. Migliaia di fedeli ora sperano nel Sinodo

Divorzio, l’unico peccato
ancora senza assoluzione


i ricevono nell’appartamento
dove vivono, in una bella zona
residenziale di una grande
città del Nord. Me li ha presentati
un’amica comune. Sono
miei coetanei cinquantenni
Paola e Giulio. Una coppia
normale, ma non per la Chiesa
cattolica. Paola si è sposata
molto giovane, intorno ai
venti, per uscire velocemente
di casa. Dopo due anni, arriva
l’unico figlio e poco dopo
giunge la scoperta di avere un
marito infedele. Da qui le crisi,
la lenta separazione affettiva,
le prime uscite da sola, le
gite in montagna con gli amici.
“Non c’era più stima –dice
oggi con serenità –e per di più
la famiglia di mio marito si
impicciava continuamente
dei fatti nostri”. La relazione
si inclina verso la rottura.
“Diventammo separati in casa,
fino a che fu lui a dirmi che
voleva una separazione reale
e sarebbe andato a vivere altrove”.
Qualche anno di solitudine
inframmezzata da una
relazione non fortunata e poi
Paola conosce Giulio, separato
come lei.
L’esclusione permanente
dai sacramenti
Giulio fa il carabiniere e, spedito
in servizio lontano da casa,
dieci anni prima ha conosciuto
una giovanissima ragazza
siciliana, Concetta,
che ha sposato rapidamente
(“lei ha tanto insistito”, ricorda
lui con una residua fitta
di dolore). Pochi mesi dopo
il matrimonio Giulio scopre
che Concetta lo tradisce.
Giulio cercherà in tutti i modi
di salvare il suo matrimonio.
Fallendo. “Mi resi conto
–ammette oggi –che non era
servita la terapia di coppia,
né minacciarla di abbandono
e neppure accettare i continui
tradimenti insieme all’umiliazione
di vedermi sessualmente
rifiutato. Mi decisi
a chiedere la separazione,
lasciandole tutto: la proprietà
della casa e i pochi risparmi.
Tornai a casa, con l’i n t e nzione
di star lontano da relazioni
impegnative”. Ma poi
arriva Paola. Che gli fa cambiare
idea. E gli permette di
scoprire la possibilità di un amore
finalmente sereno. E
anche ricco di spiritualità.
Perché nei loro infelici matrimoni
Paola e Giulio avevano
frequentato attivamente
la Chiesa. Ma sempre da soli.
Senza i rispettivi partner.
Quando si mettono insieme,
Paola e Giulio scoprono
una comune sensibilità religiosa.
Iniziano a frequentare
i corsi per separati tenuti da
un frate cappuccino, conoscono
la comunità di Romena
che li accoglie, intraprendono
esperienze di meditazione
cristiana, cammini spirituali,
pellegrinaggi, fanno
volontariato. Le difficoltà arrivano
per loro solo quando
si imbattono nella rigidità
della dottrina. Quando un
parroco nega a Giulio la possibilità
di fare il padrino di un
suo nipote o quando qualche
confessore nega loro l’a s s oluzione
(quella che, almeno
in teoria, potrebbe non essere
negata all’autore di una
strage di mafia o a un pedofilo),
o ancora quando qualche
sacerdote li invita a recarsi
in una parrocchia diversa
dalla loro, “per non
sconcertare il resto dei fedeli”.
La Chiesa esclude l’a c c e sso
alla comunione eucaristica
dei divorziati che abbiano
una nuova unione. Un’e s c l usione
permanente, revocata
solo da un eventuale ritorno
del divorziato sui propri passi,
dall’interruzione della
nuova relazione e dalla ripresa
di quella consacrata
con il matrimonio religioso.
Per Giulio e Paola questo significherebbe
lasciarsi e tornare
nella tragedia delle loro
vecchie unioni. Impensabile.
Nel frattempo, loro hanno
fatto i conti con questa situazione,
riuscendo ad accettare
stoicamente le tante sofferenze
provocate dall’e ma rginazione
e soprattutto a
sentirsi amati da Dio come tutti gli altri credenti. Né più
né meno. Sperano di cuore
che al Sinodo di ottobre prevalgano
i riformatori, ma sono
anche convinti che non
sarà facile che accada.
Non tutti i divorziati si trovano
nella situazione di Paola
e Giulio. Per alcuni il problema
si pone solo occasionalmente,
quando c’è di mezzo
la comunione di un figlio o
la richiesta di fare da padrino
o da madrina per un battesimo
o una cresima. È solo in
quelle occasioni che per la
stragrande maggioranza dei
battezzati italiani riaccasati
dopo un divorzio si pone il
problema. La questione è più
seria solo per quella minoranza
che a messa ci va tutte
le domeniche o quasi e che in
molti casi è anche impegnata
in parrocchia o in oratorio.
Per costoro l’esclusione dalla
comunione è una sofferenza
reale. Un dolore spesso compreso
da tanti sacerdoti.
“Figurati se Nostro Signore
si arrabbia davvero se
qualcuno – mi ha confidato
un parroco emiliano – c a s omai
dopo aver tentato tutte le
strade per salvare il matrimonio,
si separa e si unisce,
con serietà e facendo tesoro
del fallimento precedente, in
una nuova relazione! Con
tutti i peccati che ci sono in
giro! Compresi quelli legati
all’affettività, rispetto ai quali
la scelta di divorziare e risposarsi
è un segno di onestà
e di correttezza. Quante volte
mi capita di dover dare la
comunione a persone sposate
dalla condotta non certo
irreprensibile e doverla negare
a persone per bene solo
perché divorziate”. “Stiamo
facendo un errore terribile –
mi dice un altro prete – i n s istendo
a mantenere questa
norma. L’errore di far pensare
che uccidere la moglie (un
peccato per il quale si può essere
assolti in confessione)
sia meno grave che separarsi”.
“La Chiesa è intransigente
- mi dice un parroco molisano
- con la rottura del matrimonio
mentre è tollerantissima
con i “preti che sbagliano”.
Se i sacerdoti fossero
sposati, la Chiesa troverebbe
il modo di affermare che anche
Gesù si era sposato. A noi
viene perdonato tutto, ai laici
quasi nulla”. Giudizi come
questi si riflettono sulla prassi,
nelle migliaia di scappatoie,
adattamenti, totali ignoranze
della norma, percorsi
pastorali autogestiti ormai
dilaganti nella Chiesa italiana.
Se la società cambia e la
norma no, quest’ultima diventa
inapplicabile, ridicolizzata,
inutile, dannosa.
Questa è una regola sociologica
generale. Che vale anche
per la Chiesa Cattolica.
Perché i corrotti
non indignano?
Se il danno che il divorziato
fa ricevendo la comunione
consiste anche, secondo la
dottrina, nello scandalo che
il suo gesto produce negli altri
membri della comunità, è
difficile negare che oggi
quella reazione sia prodotta,
più che dal divorzio, considerata
un’azione dolorosa a
livello essenzialmente individuale
e privato, da peccati
come la corruzione, la criminalità,
l’evasione fiscale, eccetera,
eccetera. Quelli suscitano
davvero scandalo in
tutti noi, cristiani e non. E
quelli continuano invece a
essere oggetto di una permanente
potenziale assoluzione
per la dottrina cattolica.
Il problema riguarda soprattutto
il controllo delle
coscienze. Se la Chiesa ammettesse
che la coscienza
precede la norma, che chi ha
infranto il vincolo matrimoniale
può aver avuto buone
ragioni per farlo o comunque
meritare di essere pienamente
riammesso nella comunità,
se la Chiesa riconoscesse
questo, essa degraderebbe
di fatto le proprie norme
a un rango inferiore rispetto
a quello in cui albergano
le coscienze individuali.
Significherebbe ammettere
che quello che conta per Paola
e Giulio è anche (e forse soprattutto,
dato che si tratta di
amore) quel che avviene
al l’interno dei loro cuori e
non nei codici ecclesiastici o
nei precetti. Che sia questo il
senso della “Chiesa della misericordia”
di cui parla papa
Francesco?
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VOL 1 - INCHIESTA DI MARCO MARZANO - In fuga dalle parrocchie, sedotti da santoni e sette: cosa resta dei cattolici

a Chiesa Cattolica è una delle
grandi passioni della mia vita,
perlomeno sul piano intellettuale,
dello studio, della ricerca.
Ma forse non solo. Una
passione profondamente ambivalente
dal momento che,
sin dalla prima adolescenza,
non credo più in Dio e che sono
tutto fuorché un ateo devoto,
non essendo nemmeno
lontanamente affascinato
dalla triade Dio-Patria-Famiglia
che tanto seduce i reazionari
alla Giuliano Ferrara. Al
contrario semmai, del cristianesimo
mi affascina la potenza
rivoluzionaria e anticlericale
del linguaggio evangelico,
il profilo “s ov v er s iv o ” di
Gesù, la natura scandalosa,
radicale e anticonformista di
molta parte del suo messaggio.
Sovente imputo questa
ambiguità all’ambiente familiare
nel quale sono cresciuto,
con un padre rigorosamente
ateo e miscredente e una madre
donna di parrocchia e catechista,
devota anche se non
codina, piuttosto direi “c a t t olica
adulta”, partigiana, ma
ragionante e tollerante. Di
mio padre penso di aver fatto
mia la vena anarcoide, la feroce
severità critica verso l’istituzione
e verso l’ip o cr i si a
perbenista. Da mia madre
credo di aver preso la fascinazione
verso l’utopia comunitaria,
la passione per il “noi”,
per le imprese collettive e insieme
per il rigore morale assoluto,
per una sorta di religioso
“comunismo del quotidiano”,
ascetico e frugale.
Magia, pellegrini
e superstizioni
Pur non sedendomi più sui
banchi di una chiesa ormai da
alcuni decenni, ho iniziato
già nei primi anni Novanta a
occuparmi di cattolicesimo.
Di cattolicesimo e politica
per la precisione. Ho scritto
un primo libro e, dopo una
pausa di alcuni anni, dalla
metà dei Duemila ho ripreso
a frequentare la Chiesa e non
ho più smesso sino ad oggi.
Ho iniziato con un pazzesco
viaggio-pellegrinaggio organizzato
a Medjugorje, un
pacchetto turistico comprato
“al buio”, senza sapere
quasi nulla della meta, realizzato
negli ultimi giorni del
2005, tra Natale e Capodanno.
Lì ho scoperto la presenza
di un “cattolicesimo magico”
(come ho poi intitolato il
libro che si apre proprio con
il racconto di quel viaggio),
popolare, direi anche discretamente
superstizioso e, almeno
in apparenza, extra ecclesiastico,
non istituzionale,
un mondo incantato popolato
da santoni, veggenti, apparizioni,
possessioni demoniache,
esorcismi, guarigioni
miracolose. Un universo
simbolico che, secondo le
previsioni di tanti, avrebbe
dovuto scomparire con l’a vvento
della modernità, degli
aeroplani, degli ospedali,
della cultura tecnica e scientifica
e che invece è ancora
tutto lì, in quel paesino incastonato
tra i monti dell’E r z egovina,
ma anche in mille altri
luoghi, soprattutto nel nostro
Paese (pensate solo a San
Giovanni Rotondo!). Qui da
noi quella forma di religiosità
occupa uno strato psico-sociale
collettivo profondo, che
sembra non estinguersi mai,
soprattutto ovviamente tra i
ceti popolari, e non solo del
Mezzogiorno.
Proprio a Medjugorje, conobbi
molti militanti del Rinnovamento
dello Spirito,
un’organizzazione carismatica
di origine nord americana
che del cattolicesimo magico
ha fatto il cuore della sua
vita comunitaria.
Nell’agosto del 2007 riuscii,
per un caso fortunato, a
farmi invitare da un gruppo
di militanti del Rinnovamento
ad una sorta di corso di formazione
all’e vangeliz zazione
(così veniva definito dagli
organizzatori), in una rinomata
località turistica del
bresciano. Lì assistetti a un o
tripudio di spiritualità miracolistica
e spettacolarizzata,
con “fratelli” e “sorelle” che
improvvisamente parevano
posseduti da uno spirito profetico
che li faceva scimmiottare
lo stile di Gesù Cristo riportato
nei Vangeli, o che esplodevano
in pianti e urla liberatori
nel corso di misteriose
preghiere di guarigione.
Accanto a questi, vidi episodi
decisamente più “m o ndani”
e ordinari, come la passione
di alcuni “fratelli” per
gli abbracci carnali, e non solo
a scopo di guarigione degli
afflitti. In quegli incontri anche
la carne, e non solo lo spirito,
esige la sua parte.
La fede inquieta
piena di dubbi
Mi chiesi molte volte che cosa
avesse a che fare tutto
q u e l l o c h e a v e v o v i s t o
ne ll’anno e mezzo appena
trascorso con il cattolicesimo
di mia madre, così tormentato,
inquieto, pieno di
dubbi. Un “cattolicesimo dei
punti interrogativi” come
quelli che scorsi anni fa sfogliando
le pagine della copia
della Bibbia che le era appartenuta.
Un cattolicesimo
problematico, intriso di amore
per il prossimo e insieme
di volontà reale di dialogo
con i diversi da sé, una religiosità
priva di quell’ansia
di convertire gli infedeli che
sembra essere la principale
preoccupazione dei carismatici
e di altri settari. Un
cristianesimo senza effetti
speciali o ricette facili per la
felicità eterna quello di mia
madre; il cattolicesimo della
riflessione intelligente sulla
Bibbia, dell’autonomia delle
coscienze. La religiosità degli
ambienti parrocchiali,
perlomeno di quelli che avevo
conosciuto negli anni Settanta:
spesso un po’ con fusionari
e casinisti, ma mai
dogmatici, né aggressivi o intolleranti.
Io me ne ero allontanato,
ma non l’ho mai considerarlo
un ostacolo da rimuovere
per costruire una società migliore.
Come questo cristianesimo
potesse stare insieme,
nella medesima organizzazione,
con i riti magici dei
Rinnovatori dello Spirito e
con tutti quelli, altrettanto
fantasiosi e originali, delle
altre “sette cattoliche” ( c i e llini,
neocatecumenali, etc.),
ecco questo rimaneva per me
un mistero profondo. Un enigma
non risolto dalle migliaia
di articoli di giornale
dedicati in questi decenni esclusivamente
ai pontefici e
semmai, talvolta, a qualche
eminente cardinale né dalle
analisi sociologiche in circolazione
che a queste contraddizioni
non facevano
mai cenno e che riferivano al
contrario di un cattolicesimo
italiano in piena salute,
felicemente impegnato in una
vittoriosa battaglia contro
la secolarizzazione e la
scristianizzazione del Paese.
Proprio per soddisfare
questa curiosità, per capire
meglio dove stesse l’i n g h i ppo,
iniziai, prima timidamente
e poi a tempo pieno,
un’inchiesta a tappeto sul
cattolicesimo italiano. Dopo
un anno e passa di indagini
approfondite, dopo aver sentito
centinaia di persone, visitato
innumerevoli luoghi,
assistito a una teoria infinita
di riti, rituali e cerimonie,
riemersi con l’immagine
piuttosto nitida che contraddistingue
il mio libro “Q ue l
che resta dei cattolici. Inchiesta
sulla crisi della Chiesa in
Italia”. In quel ritratto, il nostro
appare come un Paese
nel quale la secolarizzazione
galoppa esattamente alla  stessa velocità del resto
d’Europa e le chiese, disertate
in modo sempre più clamoroso
dai giovani, si svuotano
a un ritmo sostenuto; il
clero, sempre più ridotto nei
ranghi, invecchiato e demotivato,
fatica, in molti casi, a
resistere alla depressione,
mentre le nuove sette (appunto
carismatici, neocatecumenali,
ciellini, per citare
solo i gruppi più importanti)
avanzano senza posa, conquistano
parte dei territori
lasciati liberi dalle parrocchie
insieme ad altri nuovi,
impongono ovunque la loro
mentalità chiusa, rigida, intransigente,
di passiva e stupida
subalternità al volere
del capo supremo.
Il libro si concludeva con
una prognosi severa: se le cose
non cambiano, se le gerarchie
cattoliche continuano,
da una parte, a ignorare
scientemente il declino del
cattolicesimo parrocchiale
considerandolo inevitabile
e, dall’altro, ad incoraggiare
la crescita dei movimenti
settari interni, presto saremo
di fronte ad un cattolicesimo
che assumerà l’inedita
fisionomia di una “chiesa
s et ta r ia ”, cioè di una collezione
di sette (tutte tra loro
diverse, anche sul piano simbolico,
liturgico, del linguaggio
religioso), capitanata da
un papa romano che le rappresenterà
nello spazio pubblico,
oscurando consapevolmente
molte delle loro
differenze, sopprimendo,
con il suo carisma personale
e la sua visibilità mediatica,
le tante contraddizioni che
un’organizzazione a comportamenti
stagni invariabilmente
genera ed ospita al
suo interno. In questo scenario,
il cattolicesimo perderebbe
ogni capacità di parlare
con efficacia all’es t e r n o ,
ogni possibilità di contribuire
al bene comune e al progresso
civile generale, in definitiva
ogni traccia di civiltà.
L’involuzione voluta
da Giovanni Paolo II
Il principale sostenitore implicito
di questa evoluzione
(o meglio involuzione) era
stato naturalmente Karol
Wojtyla. Il suo successore
Ratzinger ne aveva ispirato
molte posizioni e proseguito,
una volta asceso al soglio
di Pietro, tanti indirizzi. Un
anno dopo la pubblicazione
del mio libro però un nuovo
capo supremo si è insediato
in Vaticano. Un tipo decisamente
diverso dai suoi due
ultimi predecessori, da moltissimi
punti di vista. La domanda
logica che tanti di noi
si pongono è: cosa può fare
papa Francesco per cambiare
la situazione del cattolicesimo,
per invertire la rotta
che conduce al definitivo
approdo alla “chiesa settaria”?
Cominciamo col dire quel
che un papa non può fare:
non può invertire la tendenza
profonda alla secolarizzazione,
cioè al distacco crescente
di tutti noi dalla tradizione
religiosa ereditata
dai padri, non può ricostruire
la “catena di memoria tra
le generazioni” defi nitivamente
interrottasi per effetto
dell’i n d i v id u a l i z z a z i o n e
e della libertà religiosa. Questo
compito non è realizzabile
da un solo individuo, ma
dipende da più ampi e generali
processi storico-sociali.
Quindi Francesco non può,
contrariamente a quello che
forse tanti oggi pensano attribuendogli
improbabili
virtù taumaturgico-carismatiche,
tornare a riempire
le chiese, impedire che i
cattolici diventino, nel nostro
contesto almeno, un evangelico
“piccolo resto”, una
minoranza tra le altre,
seppure importante.
Quel che invece il pontefice
romano può fare è cambiare
radicalmente la risposta
che la Chiesa fornisce al
processo di secolarizzazione,
ovvero può cercare di far
cessare quell’atteggiamento
difensivo che considera ogni
cambiamento sociale un
v u ln u s a l l’identità della
Chiesa, una minaccia alla
sua missione evangelizzatrice.
Quel che Francesco
può fare, in altri termini, è
trasformare davvero la
Chiesa in un “ospedale da
c a mp o ”, in un luogo dove
per tutti, credenti e non credenti,
obbedienti e critici, sicuri
e dubbiosi, sia possibile
essere accolti, dialogare,
confrontarsi. Un luogo di civiltà
e di progresso. Per tutti.
E al di là dei numeri degli arruolati,
dei convertiti, degli
intruppati.
Per far questo però ci vogliono
riforme
autentiche,
decisioni
che lascino
il segno
nella Chiesa
a venire, nel
mondo dopo
di noi, nella
Chiesa che
verrà dopo Francesco. I papi
passano, le riforme restano.
E, per come è fatta la Chiesa,
in virtù del suo assetto rigorosamente
monarchico, è
al papa e solo al papa che
compete la scelta di cambiare.
Tutti ricordiamo la
straordinaria umanità del
“papa buono” G i o v a n n i
XXIII, ma il suo lascito più
importante è consistito, senza
alcun dubbio, nella decisione
di convocare il Concilio
Vaticano II. Quell’evento
è, a distanza di più di mezzo
secolo e al di là delle riforme
che ha prodotto (invero soprattutto
quella della liturgia),
una miniera di temi,
simboli e linguaggi riformatori,
ancora utilissimi per le
forze che spingono la Chiesa
verso il suo rinnovamento
interno.
Nel frattempo la secolarizzazione
ha fatto, almeno
in Europa, enormi progressi,
ponendo alla Chiesa sfide
inedite e radicali, che essa
non può più evitare di affrontare
se non vuole correre
il rischio di diventare una
setta chiusa e nostalgica, di
essere abbandonata dalle
sue energie migliori, dalle
sue componenti più vive, riflessive
e mature. In una parola,
dai suoi laici più adulti.
Al presente, i terreni delle
auspicabili riforme riguardano
naturalmente in primo
luogo la condizione di chi
oggi soffre perché escluso
dalla possibilità di una piena
adesione alla comunità. E
quindi i divorziati risposati
credenti e gli omosessuali
cattolici. Ma la necessità dei
cambiamenti coinvolge anche
le popolazioni strutturalmente
ormai distanti dalla
Chiesa (ad esempio i giovani)
e il clero, attraversato
da una crisi profonda, non
solo numerica.
L’inchiesta sulla Chiesa
e sul Paese
Tutti questi argomenti saranno
al centro dell’i n c h i esta
che inizia oggi su queste
pagine. Cercheremo di capire
come sta cambiando e
come può cambiare la più
importante istituzione religiosa
(e non solo) del nostro
Paese. Lo sforzo sarà comune
perché voi lettori potrete
reagire ai miei contributi
settimanali inviando le vostre
lettere, commentando,
dissentendo, esprimendo la
vostra opinione. Ogni mio
pezzo inizierà con una storia,
una storia vera, di una
persona normale che ho incontrato
in questi lunghi anni
di frequentazione del
mondo cattolico. Spero che
le storie che riporterò vi inducano
a scrivere la vostra,
a raccontare, discutere, argomentare.
Per far sì che il
cambiamento che la Chiesa
attende sia davvero, almeno
su un piano sostanziale e dei
contenuti, un’o pe r az i on e
collettiva, che non sia appannaggio
di pochi o addirittura
di uno solo, e che invece
faccia seguito a tanti
dibattiti come quelli possibilmente
innescati da un’i nchiesta
come questa.
In previsione del Sinodo,
la Chiesa italiana avrebbe
dovuto avviare un grande
confronto sui temi importantissimi
che si discuteranno
a ottobre. Non mi
sembra che sia avvenuto.
Nella storia, i giornali sono
stati talvolta luoghi importanti
di cambiamento sociale,
spesso supplendo alla debolezza
di altre istituzioni.
Speriamo che sia così anche
in questo caso. Buon viaggio,
dunque! E a presto.
marco.marzano@unibg.it