mercoledì 30 settembre 2015

VOL 2 - Inchiesta sui cattolici/2 Alcuni parroci perdonano, altri no e vietano perfino di fare i padrini. Migliaia di fedeli ora sperano nel Sinodo

Divorzio, l’unico peccato
ancora senza assoluzione


i ricevono nell’appartamento
dove vivono, in una bella zona
residenziale di una grande
città del Nord. Me li ha presentati
un’amica comune. Sono
miei coetanei cinquantenni
Paola e Giulio. Una coppia
normale, ma non per la Chiesa
cattolica. Paola si è sposata
molto giovane, intorno ai
venti, per uscire velocemente
di casa. Dopo due anni, arriva
l’unico figlio e poco dopo
giunge la scoperta di avere un
marito infedele. Da qui le crisi,
la lenta separazione affettiva,
le prime uscite da sola, le
gite in montagna con gli amici.
“Non c’era più stima –dice
oggi con serenità –e per di più
la famiglia di mio marito si
impicciava continuamente
dei fatti nostri”. La relazione
si inclina verso la rottura.
“Diventammo separati in casa,
fino a che fu lui a dirmi che
voleva una separazione reale
e sarebbe andato a vivere altrove”.
Qualche anno di solitudine
inframmezzata da una
relazione non fortunata e poi
Paola conosce Giulio, separato
come lei.
L’esclusione permanente
dai sacramenti
Giulio fa il carabiniere e, spedito
in servizio lontano da casa,
dieci anni prima ha conosciuto
una giovanissima ragazza
siciliana, Concetta,
che ha sposato rapidamente
(“lei ha tanto insistito”, ricorda
lui con una residua fitta
di dolore). Pochi mesi dopo
il matrimonio Giulio scopre
che Concetta lo tradisce.
Giulio cercherà in tutti i modi
di salvare il suo matrimonio.
Fallendo. “Mi resi conto
–ammette oggi –che non era
servita la terapia di coppia,
né minacciarla di abbandono
e neppure accettare i continui
tradimenti insieme all’umiliazione
di vedermi sessualmente
rifiutato. Mi decisi
a chiedere la separazione,
lasciandole tutto: la proprietà
della casa e i pochi risparmi.
Tornai a casa, con l’i n t e nzione
di star lontano da relazioni
impegnative”. Ma poi
arriva Paola. Che gli fa cambiare
idea. E gli permette di
scoprire la possibilità di un amore
finalmente sereno. E
anche ricco di spiritualità.
Perché nei loro infelici matrimoni
Paola e Giulio avevano
frequentato attivamente
la Chiesa. Ma sempre da soli.
Senza i rispettivi partner.
Quando si mettono insieme,
Paola e Giulio scoprono
una comune sensibilità religiosa.
Iniziano a frequentare
i corsi per separati tenuti da
un frate cappuccino, conoscono
la comunità di Romena
che li accoglie, intraprendono
esperienze di meditazione
cristiana, cammini spirituali,
pellegrinaggi, fanno
volontariato. Le difficoltà arrivano
per loro solo quando
si imbattono nella rigidità
della dottrina. Quando un
parroco nega a Giulio la possibilità
di fare il padrino di un
suo nipote o quando qualche
confessore nega loro l’a s s oluzione
(quella che, almeno
in teoria, potrebbe non essere
negata all’autore di una
strage di mafia o a un pedofilo),
o ancora quando qualche
sacerdote li invita a recarsi
in una parrocchia diversa
dalla loro, “per non
sconcertare il resto dei fedeli”.
La Chiesa esclude l’a c c e sso
alla comunione eucaristica
dei divorziati che abbiano
una nuova unione. Un’e s c l usione
permanente, revocata
solo da un eventuale ritorno
del divorziato sui propri passi,
dall’interruzione della
nuova relazione e dalla ripresa
di quella consacrata
con il matrimonio religioso.
Per Giulio e Paola questo significherebbe
lasciarsi e tornare
nella tragedia delle loro
vecchie unioni. Impensabile.
Nel frattempo, loro hanno
fatto i conti con questa situazione,
riuscendo ad accettare
stoicamente le tante sofferenze
provocate dall’e ma rginazione
e soprattutto a
sentirsi amati da Dio come tutti gli altri credenti. Né più
né meno. Sperano di cuore
che al Sinodo di ottobre prevalgano
i riformatori, ma sono
anche convinti che non
sarà facile che accada.
Non tutti i divorziati si trovano
nella situazione di Paola
e Giulio. Per alcuni il problema
si pone solo occasionalmente,
quando c’è di mezzo
la comunione di un figlio o
la richiesta di fare da padrino
o da madrina per un battesimo
o una cresima. È solo in
quelle occasioni che per la
stragrande maggioranza dei
battezzati italiani riaccasati
dopo un divorzio si pone il
problema. La questione è più
seria solo per quella minoranza
che a messa ci va tutte
le domeniche o quasi e che in
molti casi è anche impegnata
in parrocchia o in oratorio.
Per costoro l’esclusione dalla
comunione è una sofferenza
reale. Un dolore spesso compreso
da tanti sacerdoti.
“Figurati se Nostro Signore
si arrabbia davvero se
qualcuno – mi ha confidato
un parroco emiliano – c a s omai
dopo aver tentato tutte le
strade per salvare il matrimonio,
si separa e si unisce,
con serietà e facendo tesoro
del fallimento precedente, in
una nuova relazione! Con
tutti i peccati che ci sono in
giro! Compresi quelli legati
all’affettività, rispetto ai quali
la scelta di divorziare e risposarsi
è un segno di onestà
e di correttezza. Quante volte
mi capita di dover dare la
comunione a persone sposate
dalla condotta non certo
irreprensibile e doverla negare
a persone per bene solo
perché divorziate”. “Stiamo
facendo un errore terribile –
mi dice un altro prete – i n s istendo
a mantenere questa
norma. L’errore di far pensare
che uccidere la moglie (un
peccato per il quale si può essere
assolti in confessione)
sia meno grave che separarsi”.
“La Chiesa è intransigente
- mi dice un parroco molisano
- con la rottura del matrimonio
mentre è tollerantissima
con i “preti che sbagliano”.
Se i sacerdoti fossero
sposati, la Chiesa troverebbe
il modo di affermare che anche
Gesù si era sposato. A noi
viene perdonato tutto, ai laici
quasi nulla”. Giudizi come
questi si riflettono sulla prassi,
nelle migliaia di scappatoie,
adattamenti, totali ignoranze
della norma, percorsi
pastorali autogestiti ormai
dilaganti nella Chiesa italiana.
Se la società cambia e la
norma no, quest’ultima diventa
inapplicabile, ridicolizzata,
inutile, dannosa.
Questa è una regola sociologica
generale. Che vale anche
per la Chiesa Cattolica.
Perché i corrotti
non indignano?
Se il danno che il divorziato
fa ricevendo la comunione
consiste anche, secondo la
dottrina, nello scandalo che
il suo gesto produce negli altri
membri della comunità, è
difficile negare che oggi
quella reazione sia prodotta,
più che dal divorzio, considerata
un’azione dolorosa a
livello essenzialmente individuale
e privato, da peccati
come la corruzione, la criminalità,
l’evasione fiscale, eccetera,
eccetera. Quelli suscitano
davvero scandalo in
tutti noi, cristiani e non. E
quelli continuano invece a
essere oggetto di una permanente
potenziale assoluzione
per la dottrina cattolica.
Il problema riguarda soprattutto
il controllo delle
coscienze. Se la Chiesa ammettesse
che la coscienza
precede la norma, che chi ha
infranto il vincolo matrimoniale
può aver avuto buone
ragioni per farlo o comunque
meritare di essere pienamente
riammesso nella comunità,
se la Chiesa riconoscesse
questo, essa degraderebbe
di fatto le proprie norme
a un rango inferiore rispetto
a quello in cui albergano
le coscienze individuali.
Significherebbe ammettere
che quello che conta per Paola
e Giulio è anche (e forse soprattutto,
dato che si tratta di
amore) quel che avviene
al l’interno dei loro cuori e
non nei codici ecclesiastici o
nei precetti. Che sia questo il
senso della “Chiesa della misericordia”
di cui parla papa
Francesco?
marco.marzano@unibg.it
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