mercoledì 30 settembre 2015

VOL 1 - INCHIESTA DI MARCO MARZANO - In fuga dalle parrocchie, sedotti da santoni e sette: cosa resta dei cattolici

a Chiesa Cattolica è una delle
grandi passioni della mia vita,
perlomeno sul piano intellettuale,
dello studio, della ricerca.
Ma forse non solo. Una
passione profondamente ambivalente
dal momento che,
sin dalla prima adolescenza,
non credo più in Dio e che sono
tutto fuorché un ateo devoto,
non essendo nemmeno
lontanamente affascinato
dalla triade Dio-Patria-Famiglia
che tanto seduce i reazionari
alla Giuliano Ferrara. Al
contrario semmai, del cristianesimo
mi affascina la potenza
rivoluzionaria e anticlericale
del linguaggio evangelico,
il profilo “s ov v er s iv o ” di
Gesù, la natura scandalosa,
radicale e anticonformista di
molta parte del suo messaggio.
Sovente imputo questa
ambiguità all’ambiente familiare
nel quale sono cresciuto,
con un padre rigorosamente
ateo e miscredente e una madre
donna di parrocchia e catechista,
devota anche se non
codina, piuttosto direi “c a t t olica
adulta”, partigiana, ma
ragionante e tollerante. Di
mio padre penso di aver fatto
mia la vena anarcoide, la feroce
severità critica verso l’istituzione
e verso l’ip o cr i si a
perbenista. Da mia madre
credo di aver preso la fascinazione
verso l’utopia comunitaria,
la passione per il “noi”,
per le imprese collettive e insieme
per il rigore morale assoluto,
per una sorta di religioso
“comunismo del quotidiano”,
ascetico e frugale.
Magia, pellegrini
e superstizioni
Pur non sedendomi più sui
banchi di una chiesa ormai da
alcuni decenni, ho iniziato
già nei primi anni Novanta a
occuparmi di cattolicesimo.
Di cattolicesimo e politica
per la precisione. Ho scritto
un primo libro e, dopo una
pausa di alcuni anni, dalla
metà dei Duemila ho ripreso
a frequentare la Chiesa e non
ho più smesso sino ad oggi.
Ho iniziato con un pazzesco
viaggio-pellegrinaggio organizzato
a Medjugorje, un
pacchetto turistico comprato
“al buio”, senza sapere
quasi nulla della meta, realizzato
negli ultimi giorni del
2005, tra Natale e Capodanno.
Lì ho scoperto la presenza
di un “cattolicesimo magico”
(come ho poi intitolato il
libro che si apre proprio con
il racconto di quel viaggio),
popolare, direi anche discretamente
superstizioso e, almeno
in apparenza, extra ecclesiastico,
non istituzionale,
un mondo incantato popolato
da santoni, veggenti, apparizioni,
possessioni demoniache,
esorcismi, guarigioni
miracolose. Un universo
simbolico che, secondo le
previsioni di tanti, avrebbe
dovuto scomparire con l’a vvento
della modernità, degli
aeroplani, degli ospedali,
della cultura tecnica e scientifica
e che invece è ancora
tutto lì, in quel paesino incastonato
tra i monti dell’E r z egovina,
ma anche in mille altri
luoghi, soprattutto nel nostro
Paese (pensate solo a San
Giovanni Rotondo!). Qui da
noi quella forma di religiosità
occupa uno strato psico-sociale
collettivo profondo, che
sembra non estinguersi mai,
soprattutto ovviamente tra i
ceti popolari, e non solo del
Mezzogiorno.
Proprio a Medjugorje, conobbi
molti militanti del Rinnovamento
dello Spirito,
un’organizzazione carismatica
di origine nord americana
che del cattolicesimo magico
ha fatto il cuore della sua
vita comunitaria.
Nell’agosto del 2007 riuscii,
per un caso fortunato, a
farmi invitare da un gruppo
di militanti del Rinnovamento
ad una sorta di corso di formazione
all’e vangeliz zazione
(così veniva definito dagli
organizzatori), in una rinomata
località turistica del
bresciano. Lì assistetti a un o
tripudio di spiritualità miracolistica
e spettacolarizzata,
con “fratelli” e “sorelle” che
improvvisamente parevano
posseduti da uno spirito profetico
che li faceva scimmiottare
lo stile di Gesù Cristo riportato
nei Vangeli, o che esplodevano
in pianti e urla liberatori
nel corso di misteriose
preghiere di guarigione.
Accanto a questi, vidi episodi
decisamente più “m o ndani”
e ordinari, come la passione
di alcuni “fratelli” per
gli abbracci carnali, e non solo
a scopo di guarigione degli
afflitti. In quegli incontri anche
la carne, e non solo lo spirito,
esige la sua parte.
La fede inquieta
piena di dubbi
Mi chiesi molte volte che cosa
avesse a che fare tutto
q u e l l o c h e a v e v o v i s t o
ne ll’anno e mezzo appena
trascorso con il cattolicesimo
di mia madre, così tormentato,
inquieto, pieno di
dubbi. Un “cattolicesimo dei
punti interrogativi” come
quelli che scorsi anni fa sfogliando
le pagine della copia
della Bibbia che le era appartenuta.
Un cattolicesimo
problematico, intriso di amore
per il prossimo e insieme
di volontà reale di dialogo
con i diversi da sé, una religiosità
priva di quell’ansia
di convertire gli infedeli che
sembra essere la principale
preoccupazione dei carismatici
e di altri settari. Un
cristianesimo senza effetti
speciali o ricette facili per la
felicità eterna quello di mia
madre; il cattolicesimo della
riflessione intelligente sulla
Bibbia, dell’autonomia delle
coscienze. La religiosità degli
ambienti parrocchiali,
perlomeno di quelli che avevo
conosciuto negli anni Settanta:
spesso un po’ con fusionari
e casinisti, ma mai
dogmatici, né aggressivi o intolleranti.
Io me ne ero allontanato,
ma non l’ho mai considerarlo
un ostacolo da rimuovere
per costruire una società migliore.
Come questo cristianesimo
potesse stare insieme,
nella medesima organizzazione,
con i riti magici dei
Rinnovatori dello Spirito e
con tutti quelli, altrettanto
fantasiosi e originali, delle
altre “sette cattoliche” ( c i e llini,
neocatecumenali, etc.),
ecco questo rimaneva per me
un mistero profondo. Un enigma
non risolto dalle migliaia
di articoli di giornale
dedicati in questi decenni esclusivamente
ai pontefici e
semmai, talvolta, a qualche
eminente cardinale né dalle
analisi sociologiche in circolazione
che a queste contraddizioni
non facevano
mai cenno e che riferivano al
contrario di un cattolicesimo
italiano in piena salute,
felicemente impegnato in una
vittoriosa battaglia contro
la secolarizzazione e la
scristianizzazione del Paese.
Proprio per soddisfare
questa curiosità, per capire
meglio dove stesse l’i n g h i ppo,
iniziai, prima timidamente
e poi a tempo pieno,
un’inchiesta a tappeto sul
cattolicesimo italiano. Dopo
un anno e passa di indagini
approfondite, dopo aver sentito
centinaia di persone, visitato
innumerevoli luoghi,
assistito a una teoria infinita
di riti, rituali e cerimonie,
riemersi con l’immagine
piuttosto nitida che contraddistingue
il mio libro “Q ue l
che resta dei cattolici. Inchiesta
sulla crisi della Chiesa in
Italia”. In quel ritratto, il nostro
appare come un Paese
nel quale la secolarizzazione
galoppa esattamente alla  stessa velocità del resto
d’Europa e le chiese, disertate
in modo sempre più clamoroso
dai giovani, si svuotano
a un ritmo sostenuto; il
clero, sempre più ridotto nei
ranghi, invecchiato e demotivato,
fatica, in molti casi, a
resistere alla depressione,
mentre le nuove sette (appunto
carismatici, neocatecumenali,
ciellini, per citare
solo i gruppi più importanti)
avanzano senza posa, conquistano
parte dei territori
lasciati liberi dalle parrocchie
insieme ad altri nuovi,
impongono ovunque la loro
mentalità chiusa, rigida, intransigente,
di passiva e stupida
subalternità al volere
del capo supremo.
Il libro si concludeva con
una prognosi severa: se le cose
non cambiano, se le gerarchie
cattoliche continuano,
da una parte, a ignorare
scientemente il declino del
cattolicesimo parrocchiale
considerandolo inevitabile
e, dall’altro, ad incoraggiare
la crescita dei movimenti
settari interni, presto saremo
di fronte ad un cattolicesimo
che assumerà l’inedita
fisionomia di una “chiesa
s et ta r ia ”, cioè di una collezione
di sette (tutte tra loro
diverse, anche sul piano simbolico,
liturgico, del linguaggio
religioso), capitanata da
un papa romano che le rappresenterà
nello spazio pubblico,
oscurando consapevolmente
molte delle loro
differenze, sopprimendo,
con il suo carisma personale
e la sua visibilità mediatica,
le tante contraddizioni che
un’organizzazione a comportamenti
stagni invariabilmente
genera ed ospita al
suo interno. In questo scenario,
il cattolicesimo perderebbe
ogni capacità di parlare
con efficacia all’es t e r n o ,
ogni possibilità di contribuire
al bene comune e al progresso
civile generale, in definitiva
ogni traccia di civiltà.
L’involuzione voluta
da Giovanni Paolo II
Il principale sostenitore implicito
di questa evoluzione
(o meglio involuzione) era
stato naturalmente Karol
Wojtyla. Il suo successore
Ratzinger ne aveva ispirato
molte posizioni e proseguito,
una volta asceso al soglio
di Pietro, tanti indirizzi. Un
anno dopo la pubblicazione
del mio libro però un nuovo
capo supremo si è insediato
in Vaticano. Un tipo decisamente
diverso dai suoi due
ultimi predecessori, da moltissimi
punti di vista. La domanda
logica che tanti di noi
si pongono è: cosa può fare
papa Francesco per cambiare
la situazione del cattolicesimo,
per invertire la rotta
che conduce al definitivo
approdo alla “chiesa settaria”?
Cominciamo col dire quel
che un papa non può fare:
non può invertire la tendenza
profonda alla secolarizzazione,
cioè al distacco crescente
di tutti noi dalla tradizione
religiosa ereditata
dai padri, non può ricostruire
la “catena di memoria tra
le generazioni” defi nitivamente
interrottasi per effetto
dell’i n d i v id u a l i z z a z i o n e
e della libertà religiosa. Questo
compito non è realizzabile
da un solo individuo, ma
dipende da più ampi e generali
processi storico-sociali.
Quindi Francesco non può,
contrariamente a quello che
forse tanti oggi pensano attribuendogli
improbabili
virtù taumaturgico-carismatiche,
tornare a riempire
le chiese, impedire che i
cattolici diventino, nel nostro
contesto almeno, un evangelico
“piccolo resto”, una
minoranza tra le altre,
seppure importante.
Quel che invece il pontefice
romano può fare è cambiare
radicalmente la risposta
che la Chiesa fornisce al
processo di secolarizzazione,
ovvero può cercare di far
cessare quell’atteggiamento
difensivo che considera ogni
cambiamento sociale un
v u ln u s a l l’identità della
Chiesa, una minaccia alla
sua missione evangelizzatrice.
Quel che Francesco
può fare, in altri termini, è
trasformare davvero la
Chiesa in un “ospedale da
c a mp o ”, in un luogo dove
per tutti, credenti e non credenti,
obbedienti e critici, sicuri
e dubbiosi, sia possibile
essere accolti, dialogare,
confrontarsi. Un luogo di civiltà
e di progresso. Per tutti.
E al di là dei numeri degli arruolati,
dei convertiti, degli
intruppati.
Per far questo però ci vogliono
riforme
autentiche,
decisioni
che lascino
il segno
nella Chiesa
a venire, nel
mondo dopo
di noi, nella
Chiesa che
verrà dopo Francesco. I papi
passano, le riforme restano.
E, per come è fatta la Chiesa,
in virtù del suo assetto rigorosamente
monarchico, è
al papa e solo al papa che
compete la scelta di cambiare.
Tutti ricordiamo la
straordinaria umanità del
“papa buono” G i o v a n n i
XXIII, ma il suo lascito più
importante è consistito, senza
alcun dubbio, nella decisione
di convocare il Concilio
Vaticano II. Quell’evento
è, a distanza di più di mezzo
secolo e al di là delle riforme
che ha prodotto (invero soprattutto
quella della liturgia),
una miniera di temi,
simboli e linguaggi riformatori,
ancora utilissimi per le
forze che spingono la Chiesa
verso il suo rinnovamento
interno.
Nel frattempo la secolarizzazione
ha fatto, almeno
in Europa, enormi progressi,
ponendo alla Chiesa sfide
inedite e radicali, che essa
non può più evitare di affrontare
se non vuole correre
il rischio di diventare una
setta chiusa e nostalgica, di
essere abbandonata dalle
sue energie migliori, dalle
sue componenti più vive, riflessive
e mature. In una parola,
dai suoi laici più adulti.
Al presente, i terreni delle
auspicabili riforme riguardano
naturalmente in primo
luogo la condizione di chi
oggi soffre perché escluso
dalla possibilità di una piena
adesione alla comunità. E
quindi i divorziati risposati
credenti e gli omosessuali
cattolici. Ma la necessità dei
cambiamenti coinvolge anche
le popolazioni strutturalmente
ormai distanti dalla
Chiesa (ad esempio i giovani)
e il clero, attraversato
da una crisi profonda, non
solo numerica.
L’inchiesta sulla Chiesa
e sul Paese
Tutti questi argomenti saranno
al centro dell’i n c h i esta
che inizia oggi su queste
pagine. Cercheremo di capire
come sta cambiando e
come può cambiare la più
importante istituzione religiosa
(e non solo) del nostro
Paese. Lo sforzo sarà comune
perché voi lettori potrete
reagire ai miei contributi
settimanali inviando le vostre
lettere, commentando,
dissentendo, esprimendo la
vostra opinione. Ogni mio
pezzo inizierà con una storia,
una storia vera, di una
persona normale che ho incontrato
in questi lunghi anni
di frequentazione del
mondo cattolico. Spero che
le storie che riporterò vi inducano
a scrivere la vostra,
a raccontare, discutere, argomentare.
Per far sì che il
cambiamento che la Chiesa
attende sia davvero, almeno
su un piano sostanziale e dei
contenuti, un’o pe r az i on e
collettiva, che non sia appannaggio
di pochi o addirittura
di uno solo, e che invece
faccia seguito a tanti
dibattiti come quelli possibilmente
innescati da un’i nchiesta
come questa.
In previsione del Sinodo,
la Chiesa italiana avrebbe
dovuto avviare un grande
confronto sui temi importantissimi
che si discuteranno
a ottobre. Non mi
sembra che sia avvenuto.
Nella storia, i giornali sono
stati talvolta luoghi importanti
di cambiamento sociale,
spesso supplendo alla debolezza
di altre istituzioni.
Speriamo che sia così anche
in questo caso. Buon viaggio,
dunque! E a presto.
marco.marzano@unibg.it

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