mercoledì 30 settembre 2015

VOL 3 - La scomunica dei parroci: meglio soli e infelici che gay

Inchiesta sui cattolici/3 “Chi sono io per giudicare?” , ha detto
il Papa. Ma i suoi sacerdoti giudicano eccome. E molti fedeli soffrono


» MARCO MARZANO
ome dice lei stessa all’inizio
della chiacchierata, Rossana
“porta in giro quello che è”.
Quando me l’hanno presentata,
una sera, alla festa della
parrocchia, l’ho scambiata
per un uomo, Tanto è mascolino
il suo aspetto. Era in
compagnia di una ragazza
graziosa, la sua partner attuale.
Di essere omosessuale
Rossana l’ha sempre saputo.
“Non ho scelto niente. Sono
fatta così”, dice oggi. In casa
ha fatto coming out intorno ai
18 anni, dopo una relazione amorosa
finita male, con un
dolore impossibile da nascondere.
In quegli anni Rossana
non frequentava la parrocchia.
“Era il periodo della
stupidera–mi racconta –nel
quale si esce con compagnie
sbagliate, si cade in qualche
trappola”.
Tra intolleranza
e comprensione
Qualche anno più tardi fu
un’altra delusione amorosa a
portarla a conoscere un frate
umbro che le propose una
singolare esperienza spirituale,
un cammino di otto
giorni in territori desolati,
senza telefono, senza denaro,
con indosso un saio; tante
ore di meditazione in compagnia
di altri pellegrini e di
una guida spirituale. “È stata
un’esperienza fortissima, di
autentica conversione. Prima
ero convinta che il Signore
ce l’avesse con me, che la
mia omosessualità fosse un
castigo divino, che le cose mi
andassero male in amore
perché Dio voleva punirmi.
In quelle settimane nel deserto
ho iniziato a cambiare
punto di vista. I primi giorni
ho pianto molto a lungo. Lacrime
liberatorie”.
Fra' Paolo le consentiva
anche di fare la comunione:
“Purché tu non conviva, a
condizione che tu non vada a
letto con nessuno, che sia casta”.
La stessa cosa gliela aveva
ripetuta qualche tempo
dopo il suo parroco. “Per te
valgono le stesse regole stabilite
per gli eterosessuali:
niente convivenza né rapporti
sessuali occasionali”. A
niente è valsa l’obiezione di
Rossana, che lei, a differenza
degli eterosessuali, sposarsi
non può. “E allora devi smettere
di peccare, farla finita
con le donne –le hanno ripetuto
i tanti preti che ha incontrato
–oppure, se proprio
lo desideri, andare in un’a ltra
parrocchia. Dove non dai
scandalo. Ma al massimo a
Natale e a Pasqua. Non tutte
le domeniche! La possibilità
di fare la comunione la devi
considerare un regalo speci
al e”. Molte volte i confessori
le hanno negato l’a s s o l uzione:
“Ammiro l’amore che
tu hai per Gesù – le ha detto
una volta uno di loro – ma
non ti posso considerare uguale
agli altri. Mi provoca
sofferenza, ma sono chiamato
ad applicare la legge”.
Per fortuna, i preti non sono
tutti così. C’è anche, come
nel caso dei divorziati riaccoppiati,
chi tra i presbiteri
di quelle norme feroci e arcaiche
se ne infischia. “La
Chiesa predica l’amore e poi
mi condanna quando mi
prendo cura di un’altra persona,
quando le voglio bene e
la amo. Mentre mi accetta se
sono sola ed arida”, dice ancora
Rossana. Ma ormai Rossana
ha compreso che il prete
che non la assolve non è Dio,
che Lui l’accetta comunque e
che, in quei casi, è il prete che
sbaglia, non lei. “Amo la
Chiesa, nonostante la Chiesa”,
mi confessa sorridendo.
Non tutti gli omosessuali
cattolici italiani fanno una
vita ecclesiale come quella
solitaria di Rossana. Hanno
costituito dei gruppi, dove
aiutarsi, confrontare le proprie
esperienze, decidere la
linea nei rapporti con l’i s t i t uzione.
Qualche gruppo ha una
più forte connotazione
politica, è legato al movimento
LGBT, avanza richieste,
invoca diritti, ottenendo
il più delle volte dall’is ti tuzione
un secco diniego o il totale
silenzio. Altri gruppi
hanno un orientamento più
privato e discreto, si preoccupano
di rendere la vita
quotidiana dentro la Chiesa
più accettabile per i propri
membri. Il sogno di tutti i
gruppi, politicizzati o meno,
è sciogliersi in una Chiesa
che riconosca ai gay e alle lesbiche
piena cittadinanza
ecclesiale, che non li discrimini
più, che li accolga anche,
e forse soprattutto,
quando si presentano in coppia
alle porte di una comunità
parrocchiale, casomai inserendoli
in un gruppo famiglia,
accanto alle coppie etero.
Per aiutare anche loro ad
avere una vita di coppia piena
e ricca. Sogno lontanissimo
dal divenire realtà.
La spinta di Francesco
per ora non basta
Il primo sinodo aveva fatto
qualche passo significativo,
per poi precipitosamente rimangiarselo.
Alla vigilia del
secondo, la situazione non
sembra migliorata. La possibilità
che da quella clamorosa
frase del papa “Chi sono io
per giudicare un omosessuale
?” discendano reali cambiamenti,
anche solo pastorali,
è assai ridotta. Anche se
quella frase del papa qualche
effetto l’ha comunque prodotto.
Ha aumentato la sicurezza
con la quale molti
gruppi e forse anche molti
singoli come Rossana si rivolgono
all’istituzione, ha
infuso loro coraggio. Inducendo
anche alcuni di coloro
che, dentro la Chiesa, sono animati
da una reale volontà
di dialogo a venire allo scoperto,
a iniziare per la prima
volta un confronto serio con
le persone omosessuali. Ma
sono segnali flebili, isolati,
ancora troppo timidi se messi
a confronto con la velocità
del cambiamento sociale,
con la rapidità con la quale le
nostre opinioni pubbliche
stanno accettando di ridurre
la loro omofobia, di riconoscere
eguali diritti agli omosessuali
in un numero sempre
più ampio di sfere esistenziali.
In maniera ancora più radicale
che sul tema dei divorziati,
la Chiesa sperimenta
qui la sua difficoltà nell’a ffrontare
l’età contemporanea,
quell’era dell’a u t e n t i c ità
che ha sostituito la civiltà
del precetto. In questo nuovo
regime, appare illogico e
assurdo che la Chiesa sia desiderosa
di accogliere persone
senza una fede autentica
che bussano alla sua porta
per ragioni di mera opportunità
(ad esempio, le tantissime
coppie che si sposano in
Chiesa per “il contesto”, per
le insistenze delle famiglie,
per l’abito bianco, la musica
sacra e le colonne corinzie
sullo sfondo) e lasci ai margini
o fuori dalla porta le tante
persone come Rossana che
il desiderio profondo di Dio
lo portano impresso in ogni
momento della vita.
Meglio doppie vite
che seminari vuoti
Affrontare finalmente la
questione dell’o mo s e s s ua l ità
sarebbe per la Chiesa
quell’operazione di radicale
parresia invocata più volte
da Francesco. Fare i conti
con il grande tema dell’o m osessualità
del clero. Una questione
che riguarda tanti sacerdoti,
costretti a vivere
un’esistenza ipocrita, a condurre
un’orribile doppia vita,
a predicare dal pulpito
contro l’omosessualità e a
praticarla quando le porte
della canonica si chiudono.
O condannati a conoscere,
soprattutto negli anni di seminario
o nei primi di sacerdozio,
i tormenti di un’o m osessualità
negata e repressa,
molto spesso senza ricevere
da ll’istituzione timorosa di
perdere un nuovo funzionario
nessun conforto, nessun
aiuto. L’intransigenza cattolica
contro l’om o s e s s u a l i t à
rischia di avere, tra le sue
motivazioni, anche quella di
non voler fare i conti con un
gigantesca rimozione, forse
la più grande e clamorosa.
Ma rimuovere fa male. Peggiora
le situazioni, fa incancrenire
i problemi. Specialmente
in una società nella
quale non vige più la regola
del pubblico silenzio benevolente
e complice sulla vita
sessuale del clero. C’è proprio
urgente bisogno di parresia.
Speriamo arrivi presto.
marco.marzano@unibg

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