mercoledì 30 settembre 2015

VOL 4 - La Chiesa è solo maschio: la grande fuga delle donne

Inchiesta sui cattolici/4 Le ragazze vanno in parrocchia
meno delle loro madri e delle loro nonne. Ma su questo il Papa tace


MARCO MARZANO
simpatica Laura. È una donna
gioviale, aperta, psicologicamente
“ri so lt a” verrebbe da
dire. Sposata, tre figli, il lavoro
lasciato quasi subito dopo
la laurea, una vita dedicata al
quartiere, alla scuola, alla
parrocchia. Soprattutto alla
parrocchia. Da ragazza Laura
frequentava poco la chiesa,
complice la fede freddina dei
suoi genitori, giornalista il papà,
insegnante la mamma.
Laura in Chiesa ci andava raramente,
con i nonni. Dopo la
cresima sempre meno.
Poi ha conosciuto Franco,
che sarebbe diventato suo
marito e che in parrocchia ci
passava le giornate. “Sai come
succede a quell’età – mi racconta
oggi davanti ad una tazza
di caffè bollente –Mi sono
innamorata di lui. E del mondo
che frequentava. Ho scoperto
che mi piaceva l’a mbiente
della parrocchia, la
quantità e l’intensità delle relazioni
umane che permetteva
di costruire”. Sono arrivati
i figlioli, ora già grandicelli, i
due maggiori vanno all’u niversità.
Ma quell’entusiasmo
iniziale in Laura non sembra
svanito. La parrocchia è diventata
per lei un luogo di impegno
costante: prima nei
corsi di preparazione al matrimonio,
oggi nello “s paz io
co mpit i”, dove si aiutano i
bambini in difficoltà scolastiche.
È ANCHE UNA DONNA di sinistra
Laura, “cittadina attiva”,
impegnata. “Ma questo clima
democratico che tanto ti piace
lo trovi anche in parrocchia?”
le chiedo. “Non sempre – ri -
sponde –perché lì c’è un uomo
solo che decide per tutti, il parroco.
È aperto, disponibile ad
ascoltarci. Però alla fine decide
sempre lui. A volte è frus
tr an t e”. Certo è frustrante,
penso, però fa parte delle “re -
gole del gioco”parrocchiale: il
parroco decide e i parrocchiani
obbediscono.
Questo è l’assetto tradizionale,
l’eredità tridentina, della
Chiesa Cattolica e non ci sono
avvisaglie di un cambiamento.
Le chiedo ancora se non si senta
talvolta mortificata come
donna dal dover accettare
l’autorità indiscutibile (e inevitabilmente
maschile) del
suo parroco, se non sia mai stata
tentata dal mollare tutto. Mi
risponde che quella tentazione
non l’ha mai sfiorata. “Per -
ché non sono spinta da ambizioni
di potere, ma dal desiderio
di vivere la fede con la mia
comunità. Riguardo alla femminilità,
penso che la Chiesa
perda molte risorse non usando
come potrebbe le capacità
delle donne. Che riguardano
di più l’abilità di tessere relazioni,
il pragmatismo, il realismo
e molto meno la decisione,
il potere, il governo. Le
donne conoscono il senso della
misura, sanno far tornare gli
uomini con i piedi per terra.
Non hanno il desiderio costante
di affermarsi, non amano
la competizione, il conflitto”.
LAURA INSISTE su ll ’im po rtanza
di queste virtù “femmi -
nili”, su questa “dolcezza materna”
che le donne dovrebbero
poter far meglio sentire nella
vita della Chiesa. Una dolcezza
che non mette mai davvero
in discussione la subordinazione
gerarchica delle
donne (e dei laici in generale),
ma che invoca piuttosto un governo
(clericale) della parrocchia
più temperato e mite, un
autoritarismo soft. Mentre
Laura continua a parlare, mi
vengono in mente le mie studentesse,
ventenni come una
delle figlie di Laura. Penso che
loro una filosofia di vita come
quella di Laura non la accetterebbero
e non la accetteranno
mai. Può darsi che le temute
(da una parte del mondo
cattolico) teorie del gender
abbiano già fatto effetto e siano
già diventate patrimonio
comune per le giovani generazioni,
ma nessuna delle mie
studentesse accetterebbe di
essere considerata soprattutto
una creatura accudente,
che cuce, che rimedia, con la
pazienza di Penelope, i guasti
prodotti dalla prepotenza maschile.
Le mie studentesse, e
forse anche la figlia di Laura,
pretendono di avere le stesse
chanches degli uomini, anche
nel campo delle decisioni. E
della leadership. Anche per
questo forse, le ragazze, le
ventenni di oggi, in Chiesa non
ci vanno più. Sicuramente meno
delle loro madri. E ancor
meno delle loro nonne. Come
confermano i dati della splendida
ricerca di Alessandro Castegnaro
e dell’Osret sulla “fe -
de nel Nord-Est”. Il dato che
impressiona di più è proprio il
venir meno, anche in questo
campo, delle differenze di genere,
quelle che un tempo facevano
sì che gli uomini smettessero
presto di andare in
Chiesa e molte donne vi rimanessero
invece tutta la vita.
LE RAGAZZE NATE intorno al
1990 che assegnano molta importanza
alla religione sono il
14,5% del campione dell’Osret.
Contro il l’’11,6% dei loro
coetanei maschi. Una differenza
minima se confrontata
con quella dei nati intono al
1940: tra costoro le donne
“molto religiose” sono il doppio
degli uomini. E non basta.
“Le donne più scolarizzate sono
oggi tendenzialmente più
autonome e più critiche nei
confronti della Chiesa cattolica
dei loro coetanei maschi”:
Più studiano e più si abituano
a ragionare con la propria testa.
E più si allontanano dalla
Chiesa Cattolica. In misura
maggiore rispetto agli uomini.
Perché quello cattolico è un
ambiente nel quale loro non
sperimentano la parità di diritti
che hanno conosciuto altrove.
Perché alla fine è un ambiente
nel quale governano i
maschi, soprattutto quelli in
tonaca. E più si sale di livello,
più ci si dirige verso i palazzi
del potere, più il monopolio
maschile del potere è feroce e
inattaccabile.
Basta guardare al destino
delle ormai quattrocento teologhe
donne italiane, in parte
minima impiegate come docenti
nei seminari e nelle facoltà
teologiche, malgrado abbiano
tutti i titoli per potervi
accedere. O dare un’occhiata
agli elenchi dei responsabili
degli uffici liturgici e catechistici
diocesani per rintracciarvi
solo nomi maschili. Spesso
di sacerdoti, ma comunque di
maschi. Le donne stanno solo
alla base della piramide, è
femminile il 90 per cento della
popolazione dei catechisti.
Anche all’ultimo sinodo sulla
famiglia (un tema sul quale le
donne hanno qualche competenza!)
le donne erano una
ventina contro più di 250 uomini.
SU QUESTO TERRENO, pa pa
Francesco ha fatto pochissimo.
Perché sembra interpretare
il ruolo delle donne in una
chiave prettamente intimistica,
che sottolinea la loro vocazione
al “servizio”e alla cura,
al conforto, alla solidarietà.
Mai alla responsabilità.
Quella che le donne potrebbero
invece ottenere già oggi,
senza sconvolgere la dottrina,
nei Pontifici Consigli (per la
famiglia o per la cultura) o nelle
Congregazioni e nei tribunali.
Incarichi di responsabilità
per i quali è sufficiente la
competenza e non indispensabile
l’ordinazione sacerdotale.
Sarebbero scelte di grande
impatto simbolico. Pari a
quello che avrebbe la designazione
di una donna cardinale
o l’istituzione del diaconato
femminile. Decisioni che mostrerebbero
la volontà della
Chiesa di riconoscere e accettare
i risultati della più grande
“rivoluzione del nostro tempo”,
per citare Norberto Bobbio:
l’emancipazione femminile.
Per giungere un giorno
fino all’ordinazione sacerdotale.
Ma qui sconfiniamo
nell’utopia.
Se nella Chiesa prevalessero
ancora a lungo gli atteggiamenti
conservatori e discriminatori
verso le donne, continuerebbero
a frequentare la
Chiesa solo quelle donne in
grado di accettare, così come
probabilmente fanno anche in
altri ambiti, un ruolo subalterno.
Cioè una porzione decrescente
e marginale della nostra
società. Quella priva di
mezzi culturali per giungere
all’emancipazione e alla parità.
Le tantissime altre saranno
già altrove. Non necessariamente
più lontane dalla fede,
ma certo non più disponibili a
“obbedir tacendo”.
marco.marzano@unibg.

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