mercoledì 30 settembre 2015

VOL 6 Il celibato è una finzione: la vita sessuale dei preti

Inchiesta sui cattolici/6 Nel privato sono pochissimi quelli
che lo rispettano. E ancora meno quelli che si sentono in colpa



MARCO MARZANO
o incontrato Ferdinando in
un tiepido pomeriggio di fine
agosto, in collina, a qualche
chilometro da dove si sono
svolti i fatti di cui parleremo
per più di due ore. A darmi il
benvenuto quando varco il
cancello della sua bella casa
sono le urla gioiose dei suoi
tre bambini e il sorriso di Agata,
la sua giovane moglie.
Ferdinando comincia a raccontarmi
la sua storia. Quella
di un ragazzo che a diciotto
anni, ammalato di idealismo,
sente il desiderio fortissimo
di diventare prete. Contro le
aspettative della famiglia,
che reagisce con stupore alla
sua scelta e per realizzare gli
ideali evangelici dell’am or e,
del dono di sé al prossimo e
della giustizia, anche sociale,
un valore ancora popolare
trent’anni fa, quando appunto
Ferdinando compie quella
scelta.
GLI ANNI CHE trascorre in seminario
sono per tanti versi
fruttuosi. Tutto va bene, fuorché
per un dettaglio: nel terzo
anno di seminario, Ferdinando,
poco più che ventenne, si
innamora di una ragazza sua
coetanea conosciuta in parrocchia.
I due si frequentano,
si dichiarano la propria passione,
si amano anche fisicamente
pur senza arrivare mai
a un rapporto completo. Perché
Ferdinando studia da prete
e sa che se vuole continuare
deve rimanere celibe.
“C’è di più –dice oggi –pen -
savo, nella mia ingenuità, che
non dovevo negare la forza del
sentimento per quella ragazza,
ma che dovevo riversarla
in un’amicizia, allontanandola
dall’idea di un rapporto carnale.
Per questo, ho continuato
a frequentarla. Sentendomi
un mezzo eroe. E compiendo
naturalmente, ma lo capisco
solo ora, una terribile violenza
su me stesso, soffrendo per il
terrore di dover assistere al
suo fidanzamento con qualcun
altro”. Superata quella
crisi, Ferdinando viene ordinato
sacerdote e mandato in
una grossa parrocchia della
diocesi a fare il viceparroco. In
attesa di completare gli studi e
di realizzare un sogno: andare
in Africa come missionario.
Proprio in parrocchia Ferdinando
conosce Agata. Di lei
Ferdinando si innamora quasi
subito, ricambiato. Ma a partire
per l’Africa non vuole rinunciare.
Però anche a migliaia
di chilometri, Agata è il
centro dei suoi pensieri. I due
si scrivono centinaia di lettere.
Quando poi, per un mese
all’anno, Ferdinando torna in
Italia è ad Agata che dedica, in
gran segreto, la gran parte del
suo tempo. Dopo due anni di
questa vita Ferdinando, nella
savana, ha perso definitivamente
la pace interiore e il
sonno. La decisione di rientrare
è inevitabile e altrettanto
inevitabile è quella di riferire
tutto al suo parroco, un
uomo comprensivo, che un
giorno gli dice: “Ferdinando,
non devi sentirti in colpa. Non
hai fatto niente di male. Il celibato
di noi preti è una gigantesca
stronzata”. Ferdinando
racconta tutto anche al vescovo
che, al contrario, reagisce
con disgusto: “Stai facendo
prevalere la tua soggettività –
gli dice prima di accordargli
comunque un anno “sabbati -
co” di pausa dal sacerdozio –
Ma nella Chiesa la libertà di
coscienza non è la verità. La
verità sta nell’obbedienza e
nella rinuncia”. Parole pesanti
che Ferdinando non potrà
mai dimenticare e che gli sembrano
così lontane dal cuore
del Vangelo. Parole che invitano
a condurre una vita falsa,
priva di autenticità. O semmai
una vita doppia, da censori dei
vizi sull’altare e da uomini
normali nel privato.
È INCREDIBILE cons tatare
quante persone, ancora oggi,
credenti e non credenti, attribuiscano
valore al celibato obbligatorio
dei preti. Quanti lo
ritengano una regola ragionevole,
per quanto severa. Quello
che costoro dovrebbero sapere
è che a rispettare quella
norma non riesce quasi nessuno
tra i circa 32.000 sacerdoti
diocesani italiani (per non
parlare di quelli di altri continenti,
per i quali l’apparte -
nenza al clero e il celibato sono
spesso il comodo strumento
per non assumersi la responsabilità
di una relazione o di
una gravidanza, per farsi spostare
di diocesi quando combinano
qualche guaio con una
ragazza). Un buon numero di
loro, qualcuno dice addirittura
i tre quarti del totale, è omosessuale
e usa il celibato
come uno splendido alibi per
non dover fornire giustificazioni
del desiderio di non avere
relazioni sentimentali con
le donne e di non sposarsi.
TRA GLI ETEROSESSUALI ve
ne sono molti che hanno relazioni
regolari e durature, anche
con figli. Molti altri hanno
solo relazioni occasionali, più
o meno numerose. Una vita di
assoluta castità non è comunque,
anche per quei pochi under
settanta che la praticano,
sintomo di serenità spirituale
o di pace interiore. Perché
spesso dà luogo a fenomeni
patologici, come l’alcolismo
(molto diffuso) o altre forme
di dipendenza, e si accompagna
ad uno stato depressivo e
di profonda infelicità. Anche
una condotta sessuale attiva
può essere dai preti in modi
molto diversi: talvolta con terrificanti
sensi di colpa, talaltra
con la serenità di chi invece ha
compreso di aver diritto a una
vita affettiva autonoma dalle
imposizioni dell’istituzione.
Il desiderio di autenticità e
la rinuncia che hanno spinto
Ferdinando a compiere la sua
coraggiosa scelta di chiedere
la dispensa e sposarsi non è limitata
agli eterosessuali. Ho
intervistato qualche tempo fa
un prete gay che mi rivelò lo
stesso desiderio: vivere il suo
amore alla luce del sole. Oggi
ha lasciato anche lui. L’id ea
che il celibato sia lo strumento
principale per avere dei presbiteri
completamente devoti
alla loro comunità e che questa
loro devozione soddisfi i
bisogni affettivi dei sacerdoti,
che li gratifichi come li gratificherebbe
l’amore di una
compagna o di un compagno e
di una famiglia, è una menzogna
assoluta.
IL CELIBATO è in realtà la “re -
gola di ingaggio”che consente
alla Chiesa di disporre di funzionari
a tempo pieno ad essa
pienamente dedicati e ricattabili.
Semplificando all’es tr emo,
è come se l’istituzione dicesse
al suo funzionario: “Tu
sapevi quando hai accettato
l’ingaggio che c’era questa regola.
La puoi violare, ma ti
sentirai in colpa e sarai comunque
costretto a nasconderti.
Perché, quando non rispetti
il celibato, sentirai di aver
tradito la fiducia del tuo
gregge, al quale noi istituzione
(con il tuo concorso!) abbiamo
insegnato che tu devi essere
puro e casto. Noi ti perdoneremo
quando ignorerai il divieto.
E ti copriremo anche se
serve, ad esempio trasferendoti
in un altro luogo se hai una
donna che ti insegue o mandandoti
in clinica invece di denunciarti
se hai commesso
qualche crimine legato alla
sessualità.”
Il celibato diventa la premessa
della sacralizzazione
della figura asessuata del prete,
la condizione della sua superiorità
rispetto agli altri fedeli,
il segno più tangibile che
egli è più puro di loro e che la
sua vita coincide con il suo
ruolo pubblico. In questa metamorfosi
si disumanizza, riducendosi
a mero simbolo,
privato del diritto ad avere una
vita privata. Per qualche
prete questo regime psichico
è la premessa di un narcisismo
incontenibile, della convinzione
di essere più simile a Gesù
che ai propri simili. E di avere
un naturale diritto a comandare.
Per altri, come Ferdinando,
è una terribile camicia
di forza che spinge verso il
dolore e la morte interiore.
“Oggi mi arrabbio quando vedo
che nessuno nella Chiesa
mi ascolta quando dico che sarei
un pastore migliore da
quando ho conosciuto Agata,
la donna della mia vita, il mio
unico amore, la madre dei
miei figli che con me condivide
la fede e una vita religiosa
intensa e profonda, fatta non
solo dei nostri bambini, ma di
letture, conversazioni, esperienze
spirituali e di frequentazioni
comuni”. Io gli credo.
E voi?
marco.marzano@unibg.it ©
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