mercoledì 30 settembre 2015

VOL 7 - Basta un’email a scuotere la dittatura della badessa

Inchiesta sui cattolici/7 In Italia le monache non hanno altra
scelta che la clausura, eredità di un mondo che non esiste più


MARCO MARZANO
ngela è una donna di incredibile
vivacità malgrado la stazza
minuta: allegra, piena di energia,
con una voce squillante.
Nessuno se la immaginerebbe
in un monastero, immersa
in un’esistenza fatta di
silenzi, preghiere e meditazioni.
Eppure è proprio questa
la vita che ha condotto fino
a un paio d’anni fa, prima
di uscire e dedicarsi a un’impresa
di tutt’altro genere. In
monastero lei ci è entrata a
vent’anni, finito il liceo nella
bella città veneta dove è nata.
A farle prendere quella decisione
sono state due suoi amori
sfrenati: il primo per la
preghiera, il secondo per la
vita comunitaria. Passioni divenute,
col tempo e con l’aiuto
di un sacerdote suo insegnante
di lettere, talmente
travolgenti da spingere Angela
a considerare il matrimonio
una prospettiva che
non faceva per lei.
“IL MIO FIDANZATO di allora
– mi racconta – che sognava
una vita in comune con me e
una casa piena di bambini dovette
farsene presto una ragione.
Lo lasciai ed entrai in
convento”. Le chiedo perché
mai, negli anni Novanta, una
ragazza di vent’anni intelligente,
vivace e appassionata
alla cultura come lei abbia fatto
quella scelta così radicale,
di forte isolamento dal resto
del mondo. I monasteri femminili,
almeno in Italia e a differenza
di quelli maschili
(dove le persone escono, girano,
insegnano all’es tern o)
sono tutti di clausura. Angela
mi risponde che ad animarla
era stato il desiderio di raggiungere
un equilibrio, quello
che una regola monastica
dà al corpo e all’intera vita.
“In convento –mi spiega –c’è
un tempo per tutto: uno per lo
spirito, uno per il corpo, uno
per lo studio”. Mentre Angela
parla penso che l’im p e gn o
costante di tanti di noi da giovani
suoi coetanei è consistito
nell’andare tenacemente
in direzione opposta rispetto
a quella imboccata dall’ex
monaca che mi sta dinanzi.
Volevamo liberarci dalla disciplina
imposta dall’e st erno,
emanciparci dalla violenza
di una vita regolata da altri:
dai padri, dagli insegnanti,
dai capoufficio, da tutte le autorità.
Il monastero assomiglia
invece a una caserma,
un ’istituzione totale all’i nterno
della quale Angela appena
entrata ha dovuto lottare
per avere spazi di libertà
minimi, ad esempio perché le
fosse consentito di usare la
posta elettronica. “Nei monasteri
la consuetudine prevedeva
che la posta in uscita fosse
consegnata aperta alla superiora,
che la poteva così facilmente
ispezionare. La posta
in entrata veniva invece
consegnata chiusa a ogni monaca,
ma era abitudine di tutte
noi chiedere alla superiora
se volesse leggere quello che
vi era scritto. La mi richiesta
di usare la posta elettronica
destabilizzava quel sistema.
Le altre monache ripetevano
con terrore: ma così la posta
non è più controllata! Alla fine
cedettero e mi fu permesso
di usare l’email”.
IN MONASTERO, ad Angela
viene data la possibilità di studiare
e di passare occasionalmente
una giornata all’ester -
no delle mura. Quando però
lei avanza la richiesta di accogliere
l’invito di alcuni professori
e andare a studiare a
Milano la risposta della superiora
è secca: ci puoi andare,
Angela, ma a patto che tu prima
vada in psicoterapia, perché
non si tratta di un desiderio
normale”. La superiora, la
badessa. Nei conventi la sua
autorità è assoluta. La venerazione
affettiva che le monache
nutrono per lei, suggerisce
Angela, è paragonabile a
quella delle bambine per una
madre. O a quella, talvolta ossessiva,
nutrita per la Madonna.
Le monache sono eterne
fanciulle, la superiora è l’ape
regina, la sovrana indiscussa,
colei che tutto decide nella vita
delle sue subalterne.
Una vita non allegra quella
che si conduce nei monasteri
femminili oggi, segnata dalle
malattie e dalla morti continue.
Quando Angela arrivò
nel suo monastero friulano,
vent’anni fa, le sue consorelle
erano circa trenta. Quasi tutte
anziane, necessitanti di quotidiana
assistenza. Sono morte
quasi tutte negli anni successivi,
in uno stillicidio doloroso.
“La prima volta che vidi
il corpo morto di una sorella
fu durissima –confessa Angela
–ma mi dovetti abituare”.E
a nulla valeva, per liberare
Angela dalla sua angoscia, la
liturgia festosa, quasi pasquale,
che seguiva la morte di ogni
monaca, condotta all’insegna
del sospirato ricongiungimento
con lo sposo e della fine
della vita terrena come occasione
di liberazione.
QUELLO DELLA MORTE non è
certo un evento raro nei conventi,
se si pensa all’altissima
età media delle monache e al
fatto che più dei quattro quinti
di quelle strutture non vedono
vocazioni da decenni e si
avviano ad una fine istituzionale
certa e nemmeno troppo
lontana. Nel 1960 c’erano in Italia
poco meno di tredicimila
monache e quasi mille novizie,
divenute circa ottomila e
trecento nel 1990. Nel 2013, il
numero si è ancora notevolmente
assottigliato superando
di poco le cinquemila unità,
con solo 146 novizie.
Non è felice nemmeno la vita
affettiva dietro quelle mura.
“Mi sono mancati gli uomini
– dice Angela – e tra le
sorelle si instaurava molto
spesso una forma di dipendenza
affettiva ai limiti della
mo rb osi tà ”. Una patologia
che mi sembra il segno evidente
di un’o mo s e ss u a li t à
vissuta in forma distorta e
non serena. “Nel mondo cattolico
– dice ancora Angela –
l’avversione per l’omo sessualità
è ancora fortissima. In
particolare per quella femminile,
pensata come una forma
di gravissimo tradimento
dell’amore per Cristo e quindi
di negazione della vocazione”.
E poi ci sono i preti che dovrebbero
formare le monache
e che spesso sono di una
qualità disastrosa. “Mi si
spezza il cuore a dirlo – pro -
segue Angela –ma certe omelie
sono stupri a cielo aperto,
recitate da persone che non si
preparano, che non sanno cosa
dire, che riempiono i venti
minuti dell’omelia di parole
vaghe. E noi donne, spesso
più colte e preparate di loro,
dobbiamo ascoltare i pazzi di
turno, senza neanche poter
uscire”.
IL MONACHESIMO femminile
è l’espressione di un mondo
che non esiste più. Un mondo
nel quale le donne potevano
trovare un’alternativa a una
vita matrimoniale molto
spesso infelice e segnata dalla
miseria, dalle violenze coniugali
e dalla cura di una teoria
infinita di pargoli. Un mondo
nel quale il convento diveniva
un luogo di cura delle donne,
dove anche quelle tristemente
maritate potevano ricevere,
al di là della grata, il conforto
e l’incoraggiamento di
una monaca. O anche una preghiera
per i propri defunti.
Oggi molti di noi, pur continuando
a credere in Dio o in
qualcosa di simile, di tutto
questo sembrano non aver
più bisogno.
I segni di questa trasformazione
sono innumerevoli. Un
amico cattolico mi ha raccontato
di recente di essere entrato
in una libreria di Strasburgo
e di avervi trovato uno scaffale
di “relig ione” smunto e
popolato solo di libri su Papa
Francesco. In compenso
quello accanto, dedicato alla
“spiritualità”, era ricolmo di
volumi su ogni genere di meditazione
e di buddismo. Così
come fornitissimo era quello
più a destra dedicato all’eso -
terismo. “Venivo da una settimana
passata in Belgio, un
tempo terra cattolicissima –
proseguiva il suo racconto il
mio amico – Nella cattedrale
di Gand alla messa principale
della domenica non eravamo
più di venti. E non c’era nemmeno
un giovane. L’immagi -
ne di quelle navate deserte è
quella della fine di un’epoca”.
Un ’epoca, aggiungo io, fatta
di badesse, regole e discipline
varie che è impensabile voler
ricostruire. E che non vale
certo la pena di rimpiangere.
marco.marzano@unibg.it
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