sabato 17 ottobre 2015

Diktat delle multinazionali, non disperdere il seme

VIRGINIA DELLA SALA
Isola Liri, in provincia di
Frosinone, vive Antonio Taglione,
ex agricoltore di 80
anni. Qualche settimana fa
ha scritto una lettera al Fatto,
a mano, le parole tracciate
con cura. “Ci voglio mettere
la faccia”. “Ho una pensione
minima e riesco a stento
ad arrivare a fine mese.
Prima abitavo a Roma, ma da
quando mi sono trasferito
qui con mia moglie, ho trovato
serenità coltivando un
piccolo pezzo di terreno”,
racconta dopo essere rientrato
dal lavoro nell'orto.
“Conosco la terra ma ho problemi
a trovare semi autoctoni
da piantare, quelli locali.
Si vendono solo quelli delle
multinazionali: ma perché
devo comprarli?”.
SPIEGA CHE GLI PIACEREBBE
coltivare quelli tramandati
da padre in figlio, selezionati
in modo naturale dai suoi vicini
di orto. “Quelli commerciali
non portano fioritura,
non danno buona resa. Richiedono
l’uso di agenti chimici
e pesticidi e non sono in
grado di resistere ai cambiamenti
climatici". E costano
tanto.
Maria Grazia Mammuccini
è la vice presidente della
divisione italiana ed europea
di Navdanya International,
un ’associazione che sostiene
il diritto del seme e della
biodiversità in agricoltura.
“Per secoli - spiega - sono
stati i contadini a selezionare
i semi: li conservavano e li
isolavano scegliendoli dalla
parte migliore del raccolto.
Identificavano le piante e i
frutti migliori e ne ricavavano
i semi”. Una pratica, questa,
che comprendeva anche
lo scambio tra gli agricoltori.
“Era un modo naturale
per fare in modo che le migliori
varietà si fondessero,
attenuando i difetti l'una
dell'altra e potenziando la
resa - spiega la Mammucini.
Fino al dopoguerra, quando
è subentrata l'agricoltura industriale.
“Prima è stata introdotta
la selezione dei semi
da parte di enti scientifici.
Poi, le grandi imprese sementiere
hanno preteso che
i semi fossero tutelati anche
da diritti di proprietà intellettuale.
Sono nate leggi,
normative comunitarie: una
varietà, per essere venduta,
deve essere iscritta al Registro
Nazionale delle Varietà,
deve superare test e prove
che durano anni".
Il seme, infatti, deve dimostrare
di corrispondere al
cosiddetto Dus, deve essere
distinto, uniforme e stabile.
In parole semplici significa
che le varietà devono avere
caratteristiche chiare, che le
distinguano l'una dall'altra,
mentre i semi devono essere
tutti uguali, dare la stessa resa e rimanere stabili nel tempo.
“La selezione scientifica -
dice la Mammuccini - è una
pratica che ha comunque
portato ottimi risultati: non
si può negare. Il problema è
venuto dopo”. La certificazione
ufficiale delle sementi
è stata introdotta dalla Comunità
economica europea
negli anni Sessanta e, secondo
chi sostiene il diritto alla
biodiversità, di fatto impedisce
ai piccoli contadini di gestire
i loro raccolti liberamente,
di scambiarsi e di
vendere i loro semi.
“La certificazione è un sistema
che si propone di tutelare
l’utilizzatore, soprattutto
se pensiamo alle migliaia
e migliaia di piccoli agricoltori
che le impiegano”,
spiega al Fatto Marco Nardi,
segretario generale di Assosementi.
Ma se la disciplinasemen -
tiera comunitaria e nazionale
vieta la commercializzazione
di sementi che non appartengano
a varietà regolarmente
registrate e che
non siano certificate, i contadini,
nonostante le regole,
comprano e si scambiano i
semi. Anche per risparmiare.
“Esistono aree di illegalità
diverse da specie a specie.
Per il frumento duro, che
è la specie più coltivata in Italia,
la quota non certificata
è vicina al 35 per cento del totale”.
Per il grano tenero, il
riso e la soia, la quota di seme
non certificato utilizzato si
aggira intorno al 20 per cento.
IL DIBATTITO SULLA li b er a
riproduzione delle sementi
va avanti da anni. Secondo uno
studio dei Verdi europei,
più del 50 per cento del mercato
dei semi è controllato da
sole cinque multinazionali:
Pioneer, Syngenta, Monsanto,
Limagrain e Kws. Se si aggiungono
le altre aziende, si
arriva anche al 70 per cento.
Un monopolio che ha generato
un veloce aumento dei
prezzi: dal 1995 al 2011 il costo
medio per seminare un
ettaro di soia è aumentato
del 325 per cento, mentre
quello del mais del 259.
Inoltre, le piccole e medie
aziende sementiere che vogliono
essere autonome devono
fare i conti con le multinazionali.
Attualmente in
Italia sono circa 300. Non
tutte però producono semi
propri, da vendere autonomamente.
La maggior parte
viene inglobata nella catena
produttiva delle multinzionali
e produce i semi per loro.
“Sono circa 16mila gli agricoltori
che ogni anno moltiplicano
le sementi tramite
contratti con le aziende sementiere
- spiega ancora
Marco Nardi. “E la moltiplicazione
delle sementi ha ri216mila ettari di campo”. Una
catena di montaggio ad
appalti. “Così il monopolio
dei semi resta alle multinazionali
che influenzano il
mercato”, dice Mammuccini.
Antonio porta a passeggio
il cane intorno al castello ducale
di Isola del Liri. Ha capito
tutto quello che succede,
i problemi che ci sono
.Condivide, approva alcuni
passaggi, altri meno. Ma gli
resta una domanda. “Perché
dovrei comprare semi da chi
non conosco, se invece posso
farlo da Giovanni, il mio vicino.
A chi facciamo del male?
L’ho visto con i miei occhi:
le sue piante sono migliori
delle mie”.
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