sabato 17 ottobre 2015

Il pm Di Matteo resta solo “Una brutta sensazione” Un altro pentito: “Il tritolo per lui è a Palermo”. Ma non si trova. Sfogo a Taormin

Il pm Nino Di Matteo ha una
“brutta sensazione”,
ma attorno a lui il silenzio
è assoluto. Della politica,
delle istituzioni e dei media. A
Palermo parla un nuovo pentito,
Francesco Chiarello, boss
del Borgo Vecchio, interrogato
da due pm della Direzione
distrettuale antimafia di Palermo
che si occupano di mafia
militare, Caterina Malagoli
e Francesca Mazzocco, e conferma
uno dei segreti che Cosa
Nostra custodisce meglio:
“L’esplosivo per l’attentato al
pm Nino Di Matteo è stato trasferito
in un altro nascondiglio
sicuro”. Che ancora non si
trova: lo hanno cercato nelle
borgate marinare e nelle campagne
di Monreale, sono state
fatte irruzioni e perquisizioni,
ma di quei duecento chili di
tritolo nascosti da qualche
parte in città, o in periferia,
non c’è traccia. Si sa solo che
sono pronti ad essere utilizzati
non appena le “menti raffinatissime”
decideranno che il
momento è arrivato. Di Matteo
lo sa e le sue parole suonano
come un’estrema denuncia
di solitudine di fronte a
un rischio che aumenta ogni
giorno nel disinteresse generale.
PER GLI INVESTIGATORI, i nfatti,
le parole del pentito sono
un riscontro importante alle
rivelazioni di Vito Galatolo,
che l’anno scorso parlò del
progetto di attentato al pm più
blindato d’Italia voluto dal superlatitante
Matteo Messina
Denaro: “Fu sollecitato attraverso
un pizzino che ci venne
letto dal boss di San Lorenzo
Girolamo Biondino in una riunione
a Ballarò il pomeriggio
del 9 dicembre 2012”. Oggi
Chiarello conferma l’esisten -
za dell'esplosivo e i nomi dei
protagonisti: a parlargliene,
dice, è stato Camillo Graziano,
suo compagno di cella: “Mi
disse che per fortuna suo padre
era stato scarcerato, così aveva
potuto spostare il tritolo”.
E il padre di Camillo è Vincenzo
Graziano, il vice di Vito
Galatolo che lo ha indicato come
il custode dei 200 chili di
tritolo comprati in Calabria fra
la fine del 2012 e l’inizio del
2013, da utilizzare contro Di
Matteo. Dichiarazioni raccolte
in un verbale immediatamente
inviato alla Procura di
Caltanissetta che ha riunito in
un fascicolo le indagini e i riscontri
fin qui compiuti sul
progetto di attentato: oltre a
Galatolo e Chiarello a parlare
de ll’attentato è stato anche
Carmelo D’Amico ai pm della
Dda di Messina, e tracce della
volontà dei boss sono venute a
galla in una serie di intercettazioni
per ora top secret.
L’unico a tenere la bocca
chiusa è proprio Vincenzo
Graziano, il custode del segreto:
la notte del suo arresto si lasciò
sfuggire solo una battuta
con i militari della Finanza che
lo stavano ammanettando:
“L’esplosivo per Di Matteo
dovete cercarlo nei piani alti”.
Un’allusione ad ambienti oltre
Cosa Nostra, come aveva fatto
lo stesso Galatolo, rivelando
che Matteo Messina Denaro avrebbe
messo a disposizione
un artificiere: “Avevamo l’or -
dine che non dovevamo presentarci
con questa persona e
questo ci stupiva: capimmo
che era esterna a Cosa nostra e
che poteva essere qualcuno
dello Stato che era interessato
a fare questa strage. Serviva a
far capire a tutti che la mafia
era ancora viva”.
Ieri mattina in Procura le
facce degli agenti di scorta sono
tornate tese nell’area blindata
della Procura dove Di
Matteo era appena tornato da
u n’udienza ordinaria: maltrattamenti
in famiglia e abbandono
non autorizzato di rifiuti.
Ci sono anche questi reati
nell’ordinaria giornata di lavoro
del pm che scava nei misteri
della trattativa Stato-mafia
in un clima di crescente tens
i o n e . M a
d el l ’es p l os ivo
Di Matteo
n o n v u o l e
p a r l a r e : a
Taormina, alla
presentazione
del suo
libro, ha detto
di avere “una
brutta sensazione
”, ma adesso non vuole
approfondire quell’espressio -
ne. Anzi, non vuole dire nulla.
E attorno a lui il silenzio istituzionale
è totale.
IL CLIMA non è cambiato da
quando, nel dicembre del
2013, una delegazione del Csm
venne a Palermo per esprimere
solidarietà ai magistrati antimafia
minacciati: erano appena
state pubblicate dai giornali
le parole di Riina (“questo
Di Matteo non ce lo dobbiamo
dimenticare e Corleone non
dimentica”) ma il Csm preferì
incontrare Silvana Saguto,
presidente della sezione Misure
di prevenzione del Tribunale,
oggi indagata per corruzione
e abuso d’ufficio, proprio
per la gestione dei beni
confiscati a Cosa Nostra. Il vice
presidente Michele Vietti
cercò di metterci una pezza:
“Se avessi visto Di Matteo, lo
avrei abbracciato. Ma non l’ho
visto”. Forse perchè nessuno
lo aveva invitato: né lui, né i
suoi colleghi Teresi, Tartaglia
e Del Bene,
che restarono
chiusi nell
e p r o p r i e
stanze. E ancora
oggi non
si sa che fine
abbia fatto il
t ra sf e ri me nto
d’u ffic io
proposto dal
Csm “per ragioni di sicurezza”
e sospeso a richiesta del magistrato
che voleva attendere l’esito
della sua domanda alla Direzione
nazionale antimafia.
La domanda fu bocciata, sul
trasferimento il silenzio è totale.
Come quello della politica
sulle conferme del tritolo: in
questi giorni dai politici Nino
Di Matteo ha ricevuto una sola
telefonata di solidarietà, quella
del deputato del M5S Alessandro
Di Battista. Ieri si è aggiunto
un post di Beppe Grillo
sul blog. Su Twitter cresce la
campagna #iostocondimatteo
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