sabato 17 ottobre 2015

L’INTERVISTA SANDRA MILO A quasi 83 anni, continua a recitare: “Anche due spettacoli alla volta” Io, un pericolo per le donne costretta sempre a stupire Fellini era l’amore assoluto

M» MALCOM PAGANI
emorie di Sandrocchia: “Alberto
Sordi era un accentratore
terribile e si considerava
nei pressi di dio. Per lui al
mondo c’era soltanto Sordi.
Sordi e basta”. “Flaiano sapeva
nascondere la malinconia”.
“Rodolfo Sonego era
un generoso. E in un mondo
di egoisti e di gente che
prende a piene mani senza
curarsi troppo di restituire,
era ovvio che il suo offrirsi
senza calcolo gli avrebbe
causato tremende sofferenze”.
Sulla via degli 83 anni,
Sandra Milo ricorda tutto.
Amici, amanti, fratelli, conoscenti:
“E non rimpiango
niente perché il rimpianto è
la cosa più insensata e inutile
che esista. Al bivio fai una
scelta, tiri una linea, percorri
una strada al posto di
un’altra. È chiaro che ogni
decisione corrisponde a una
rinuncia, ma la vita è fatta
così. Sono comunque più le
persone che ho abbandonato
volontariamente di quelle
che ho perso. Il mio motto è
‘alla prossima’. Prima o poi,
ne sono certa, ci si incontrerà
nuovamente”. La risata
sottile. La finta ingenuità
come secondo abito: “Er o
l’oca giuliva, la bella che doveva
rimanere muta, l’appariscente
bionda che non capiva
niente, l’ornamento di
un cinema italiano che, salvo
rare eccezioni, è sempre
stato un feudo maschile.
Compresi in fretta dov’ero e
perseguii il successo in maniera
morbida, insinuante,
sottile, senza fretta né ansie
apparenti”. Sandra Milo
continua a recitare: “Anche
due spettacoli nello stesso
periodo. Ho una gran memoria
e gli impresari si sorprendono
‘ma allora è brava’.
Ho smesso di offendermi.
Forse il mio destino è
questo. Stupire ad ogni costo”.
Questione di esibizionismo?
Non c’è attore che non sia esibizionista,
ma per non essere
schiacciata, soprattutto
all’inizio, servì più astuzia
che volontà di mostrarsi.
Quello del cinema –diceva –
era un microcosmo maschile.
A Cinecittà ero arrivata per
affermarmi. Volevo farcela
e per riuscire nell’intento mi
mimetizzai. Alle mie collexcelsior faghe
sembravo leggera, vacua,
inoffensiva. Ero pericolosa
invece, ma se ne resero
conto quando era troppo
tardi.
Il primo a offrirle un’occa -
sione fu Antonio Pietrangeli
ne Lo scapolo.
Uno dei pochi insieme ad
Antonioni ad avere il coraggio
di mettere la donna in
primo piano e a cercare di
capirla veramente.
Tra il 1955 e il ‘61, lavorando
con registi come Becker,
Cayatte, Sautet, Steno e
Rossellini, lei girò 18 film.
Mi sono divertita, anche se
al cinema, per senso ancestrale
del dovere ho sempre
anteposto figli e famiglia. I
mariti non volevano che recitassi,
ogni tanto invece
non andava a me. Con il cinema
ho avuto un rapporto
strano.
Era tormentate anche le relazioni
sentimentali. Molti
matrimoni, tre figli, qualche
visita di troppo in tribunale.
Il solo Moris Ergas, padre di
una delle mie figlie e produttore
de Il Generale della Roveredi
Rossellini, mi intentò
44 cause.
Sempre con la regia di Rossellini,
Ergas aveva finanziato
anche Vanina Vanini.
A Venezia, Festival del
1961, il pubblico si scatenò.
Con il ruolo di una principessa
romana che si infatua
di un carbonaro, quell’anno
speravo di vincere la Coppa
Volpi che avevo sfiorato
l’anno prima con Adua e le
compagne di Pietrangeli. In
sala accadde l’impensabile.
Rossellini, forse per precedenti
dissidi con Ergas, era
rimasto a casa. Mi trovai in
prima linea. Il pubblico, imbarbarito,
iniziò a fischiare a
proiezione in corso. Ululati,
urla, piedi sbattuti sul pavimento.
Un circo. Io iniziai a
piangere e non smisi più.
Enrico Lucherini inventò
per lei il soprannome Canina
Canini.
Il Corriere della Sera riprese
l’idea e da allora, per lungo
tempo, un tempo in cui i
giornali contavano qualcosa
e indirizzavano la pubblica
opinione, mi chiamarono
tutti così.
Conobbe l’insuccesso.
Tutto d’un fiato. Il giorno
prima, mentre nuotavo davanti
alla spiaggia dell’Eceva collexcelsior,
mi sentivo una regina
infastidita dalla presenza
degli altri bagnanti. Il
giorno dopo ero un’appestata.
Mi rinchiusi in casa a scrivere
poesie. Lasciai il cinema.
Ergas in fondo era contento.
Nel ’56, all’epoca in
cui avrei dovuto interpretare
La risaia di Matarazzo, era
arrivato a dire a Carlo
Ponti che il ruolo della mondina
non mi si addiceva perché
soffrivo di tremendi
reumatismi.
Poi arrivarono Fellini, l’oc -
casione di 8 1/2, l’Oscar per
il miglior film straniero, la
rivincita.
Credo di essermi innamorata
di Fellini la prima volta
che l’ho visto. Federico era
speciale. Aveva una mente
complessa, un occhio acuto
capace di andare molto oltre
le apparenze. Scopriva cose
che gli altri ignoravano. Anche
se poi affrontava i suoi
temi con facilità, rendendoli
comprensibili a tutti, non era
facile capirlo né lui amava
farsi leggere chiaramente.
Ha mai ascoltato una sua intervista
in tv?
Un paio.
Per farsi un’idea bastano e avanzano.
Io credo di averle
viste quasi tutte. Sono melodiose,
armoniche, piacevoli.
Una serie di parole bellissime
e di frasi magnifiche che
di lui non rivelano niente.
Dove si rivelava allora Fellini?
Nella lungimiranza. Federico
raccontava quasi sempre
la fine di un mondo, ma lo fa dell’Eceva
in anticipo sugli altri.
Cos’è La dolce vita se non
la prefigurazione del
tramonto definitivo
della cultura e della
bellezza? E cos’è
Prova d’o rc h es t ra ,
uno dei suoi film
più lucidi, se non
l’annuncio di un
caos immanente?
Fellini sapeva dove
saremmo finiti.
Aveva quindi
ragione Arbasino?
Lui
ricorda una
dolce v i t a
molto diversa
da quella
t ra m an d a t a
ai contemporanei
e un
Moravia annoiato,
intento
a contare
le macchine
di passaggio
in Via
del Corso il
sabato sera.
In un’ora ne
p a s s a r o n o
sette.
Aveva torto. Federico
immaginava
quel che
sarebbe accaduto,
non fotografava
la realtà.
La trasfigurava.
Per forza
che a Via del
Corso, Roma
appariva diversa
da Via Vene- to. La dolce vita era Via Veneto.
Una strada diversa da
tutte le altre. Forse la più
brillante del mondo. Ungaretti,
le star del cinema americano,
la grande nobiltà al
centro di un’epoca ancora
splendida in cui se si possedeva
il talento di annusare il
futuro, ma solo in quel caso,
si poteva sentire già l’odore
di morte, di fine, di sipario
tirato.
A presentarle Fellini fu
Flaiano, uno che quel talento
ce l’aveva: “Via Veneto è
sempre più irriconoscibile”
scriveva nel ’62.
Tra loro c’è stato un periodo
di adorazione reciproca, poi
le cose andarono come andarono
e il sodalizio finì. Ci
fu sicuramente l’es a sp er azione
dovuta a un rapporto
sperequato, plasticamente
rappresentato dal viaggio a- mericano in cui Federico
viaggiò in prima ed Ennio in
economica. Ma la ragione
della loro rottura risiedeva
altrove.
Dove?
In Fellini l’artista prevaleva
talmente tanto sull’uo mo
che una volta scambiati sapere,
saggezza e conoscenza
con l’interlocutore, Federico
considerava esaurito anche
il rapporto. Era come se
conoscendo fin troppo bene
chi aveva davanti, gli mancasse
all’improvviso l’al imento
fondamentale dell’amicizia:
la curiosità.
Era spietatezza?.
Era necessità. Tutte le cose
hanno una fine, ma a Federico
ho visto chiudere da un
giorno all’altro rapporti intensissimi.
E ho visto soffrire
in maniera straziante sia
Sonego sia Flaiano. Sembravano
amanti delusi. Erano
persone che idealizzavano
allo spasimo e poi si ritrovavano
con la cenere in mano a
chiedersi i perché della fine.
Fellini era libero dal ricatto
dei sentimenti. Se qualcuno
lo tradiva, reagiva con il disprezzo
senza mai concedersi
il lusso della malinconia.
Non soffriva né sentiva
dolore. Lo cancellava. E ripartiva.
Aveva sempre bisogno
di stimoli nuovi, di passare
da un’infatuazione intellettuale
o amorosa a
un’altra.
Lei con Fellini ha vissuto una
storia d’amore clandestina
per 17 anni.
Abbiamo dormito insieme
negli alberghetti lividi, nelle
abitazioni prestate dagli amici
complici e anche a casa
sua. Ma non ci siamo mai
svegliati insieme. Ci incontravamo
di notte e ci salutavamo
prima dell’alba. Così,
per 17 anni. Da un certo punto
di vista era più comprensibile
il suo rapporto con sua
moglie che con me.
È stata gelosa di Fellini?
Qualche volta, non in maniera
esagerata, anche per
merito suo. Fellini mi raccontava
sempre le sue avventure.
Come le dicevo, era
un uomo molto curioso del
prossimo e delle donne. Magari
era attratto da una ragazza
che passava per strada,
la seguiva e poi vabbè,
non c’è bisogno di dire altro.
Federico descriveva tutto.
L’allegria, la scoperta, l’e ccitazione,
la delusione. Parlare
delle proprie debolezze
significa mettere l’altro sul
tuo stesso piano. Quando invece
racconti bugie a chi ami
lo allontani da te e lo poni su
un piano inferiore. Questo
Fellini con me non l’ha mai
fatto.
Lui viveva con Giulietta
Masina. Lei era l’a m a nte .
Come ha fatto ad accettare
il patto?
È una cosa per cui in effetti
gli serbo un po’ di rancore,
ma ho sempre accettato la situazione
perché Federico era
per me l’amore assoluto.
Non ho mai giudicato. Si è
vero: gli alberghetti, la precarietà,
la paura di essere
scoperti, ma anche la sensazione
che se fossimo finiti a
vivere insieme avremmo iniziato
a litigare: “Dove vai
st ase ra? ” “Non mi porti?”,
“Stai spendendo troppo”. Cose che avviliscono. Per
me Fellini era unico e io avevo
avuto le mie esperienze.
Ero in grado di fare dei
confronti. Sa qual è l’aspetto
più anomalo di questa storia?
Il più straordinario?
Qual è?
Che io l’abbia chiusa e lo abbia
lasciato nel momento in
cui mi ha detto “ora ho capito
che ti amo, sei la donna
della mia vita e voglio passare
il tempo che mi resta
con te”. Eravamo a Cinecittà
e nel parlarmi, Federico covava
uno strano presentimento:
“Ho la sensazione
che non ti vedrò più”.
Aveva capito?
Non lo so. So che io mi sono
spaventata. Ho temuto che
la realtà uccidesse la fantasia.
Avreste potuto rimanere amici.
Davvero crede a queste cose?
Io non ci ho mai creduto.
L’unico modo per conservare
qualcosa che ancora oggi
mi scuote era andare via per
sempre. Se fossi rimasta a
metà del guado o mi fossi limitata
a rifiutare un progetto
comune che non condividevo,
avrei costretto entrambi
allo spettacolo delle
recriminazioni: “Tu non hai
voluto”e delle giustificazioni:
“L’ho fatto per noi”. Un
po’di miseria sarebbe entrata
nelle nostra storia che la
miseria non aveva mai conosciuto
e l’avrebbe inquinata.
Non ho voluto. Forse è stato
l’atto più coraggioso della
mia vita.
Lei con Fellini lavorò in 8 1/2
e in Giulietta degli spiriti.
Mancò invece il terzo capolavoro.
In Am a rc o rd avrebbe
dovuto interpretare
la Gradisca.
Mi ero sposata con un chirurgo
e ormai da 8 anni mi
ero ritirata dalle scene. Lui,
Ottavio, di vedermi ancora
attrice proprio non voleva
saperne. Fellini mi telefonò
per convocarmi a Cinecittà
per un colloquio e all’i mprovviso
rinacque la passione.
Sicura di convincerlo in
seguito, presi tempo con
mio marito e raggiunsi Federico.
Voleva costruire con
me il personaggio. Mi raccontò
che la Gradisca era una
donna tutta terra, sangue,
amore, sesso, tette sul bancone
della tabaccheria e
Lambrusco.
Le fece vedere un disegno?
Nel bozzetto aveva disegnato
una donna bruna, formosa,
con la frangia e i capelli
neri lunghi un po’raccolti da
cui scendevano tanti boccoli
neri sulle spalle. Io ero bionda.
Quella Gradisca non mi
convinceva. Lo aggredii: “A
me sembra di legno, ’sta Gradisca.
Tu mi dici che è gioia,
avidità, carne, sensualità,
voglia di vivere, di ridere e di
mangiare e poi me la fai con
tutti ’sti boccoli? Solo una
donna sola e nevrotica perde
tempo a farsi i boccoli. Una
persona vera non ha tempo
per queste cose e vive ben
più intensamente. Cambiò idea,
mi tagliarono i boccoli,
e procedemmo spediti verso
il provino. Indossavo un
cappotto di vellutino rosso
con la ciniglia nera: “dammi
il tuo basco” gli dissi. Lui se
lo tolse. Me lo diede. Sembrava
fatta e invece tra me e
Fellini si mise mio marito.
Non era sicura di convincerlo?
Mi sbagliavo. Fu molto chiaro:
“Se fai Amarcord perdi i
tuoi figli, non li vedi mai più
e dirò al mondo intero che
sei una sfasciafamiglie”. ’Sta
storie della sfasciafamiglie
mi fece rinunciare al film.
Mi vergognavo. A Fellini lo
disse Vittoria Mancini, una
mia amica. Lui mi scrisse una
lettera stupenda, mi fece
spedire 100 rose rosse a casa
e poi si ammalò. Cristaldi, il
produttore, era preoccupatissimo.
Telefonò a Magali
Noël che con Federico aveva
già lavorato in due occasioni
e la portò in proiezione:
“Guarda Sandra e cerca di
somigliarle. Se non trova una
come lei, il film non si fa”.
Lei, intelligentissima, si adattò.
Trucco e movenze identiche.
Fellini si convinse.
Amarcord partì.
Finita l’avventura con Fellini,
lei ebbe una relazione
con Craxi.
Ci incontrammo e ballammo
al Don Lisander. Primo
approccio non memorabile.
Quel ragazzone sudato non
mi affascinava. Poi mi conquistò.
Non ho mai più conosciuto
nessuno che avesse
un amore profondo per
l’Italia come lui. È stato coraggioso,
ha messo in riga gli
americani a Sigonella, è
morto esule. Oggi lo difendono
tutti. Ma oggi è troppo
tardi. Gli italiani sono come
i bambini. Prima adorano il
giocattolo nuovo, poi lo fanno
a pezzi.
Ai tempi del macabro
scherzo telefonico in cui le
annunciavano in diretta la
falsa morte di suo figlio Ciro
e delle sue urla: “Cirooo,
Cirooo”, demolirono anche
lei.
Altro esempio di deprecabile
pecoronismo. All’i ni zi o
ebbi una solidarietà straordinaria,
persino esagerata.
Quel galantuomo di Cossiga
venne addirittura a chiedermi
scusa a nome di tutti gli
italiani. Poi il vento cambiò,
dissero che avevo orchestrato
tutto per farmi pubblicità
e piovvero insulti e
derisione. Che le posso dire?
Tra Bl ob e i programmi di
Gregorio Paolini, almeno, è
diventato un pezzo di storia
della tv.
Sandra Milo non si stanca
mai?
Ogni tanto penso che forse
sì, morirò anch’io.
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