sabato 17 ottobre 2015

Pomodori cinesi in Italia Marci e pieni di pesticidi

Giallo pomodoro. Ecco
il paradosso: siamo
tra i primi tre produttori
mondiali - dietro
agli Usa e in lotta con la Cina -
ma importiamo centinaia di
migliaia di tonnellate proprio
dal rivale asiatico. Pomodori
concentrati, trattati con pesticidi,
perfino scaduti. Arrivano
in Italia, vengono lavorati e finiscono
a tavola e nei supermercati
con l’etichetta Made
in Italy. “I primi responsabili
della contraffazione dei nostri
prodotti più pregiati siamo
noi italiani”, sostiene Gian
Maria Fara, presidente di Eurispes
e autore del rapporto
nazionale sulle Agromafie
con Gian Carlo Caselli. Dalla
prima edizione, tre anni fa,
punta il dito sui pomodori taroccati.
Una crociata condotta
anche da Coldiretti. Ultime a
parlarne Le Iene in un’inchie -
sta di Nadia Toffa che è arrivata
nelle fabbriche cinesi dove
nascono i pomodori “italia -
ni”. Ma per qualche furbo che
si arricchisce in molti ci rimettono.
I lavoratori delle fabbriche
lager cinesi. Poi il marchio
italiano, che vede i prodotti
dop contaminati da pomodori
di bassa qualità. Infine i consumatori,
che si mangiano cibi
di provenienza ignota.
Ortaggi d’imp ortazione
tagliati con quelli italiani
“I pomodori cinesi talvolta
risultano prodotti in colonie
penali dove i contadini lavorano
in condizioni disumane.
Sono quasi dei lager”, spiegano
Caselli e Fara. Nessuno,
però, in Italia sembra curarsene
troppo. Così il nostro
Paese si ritrova a essere esportatore
e importatore di
pomodori. Ci sono 105 mila
tonnellate l’anno di prodotto
fresco o refrigerato che arrivano
da Israele e Marocco.
Ma questo non è il pericolo. Il
guaio sono le 155 mila tonnellate
di concentrato di pomodoro.
Di queste 120 mila sono
cinesi. “Il concentrato sono
pomodori privati dell’acqua,
più leggeri e meno costosi da
trasportare”, spiega Lorenzo
Bazana, responsabile del settore
Ortofrutta di Coldiretti.
Come accade con la droga, in
Italia ci sono produttori che
usano “tag lia re” i pomodori
tricolori con quelli cinesi.
“Così si vince la concorrenza
”, racconta Coldiretti. La
grandissima maggioranza –
il 98%, secondo il rapporto
sulle agromafie – finisce in
provincia di Salerno. Qui
vengono lavorati. Basta questo
per poter poi mettere sulla
confezione l’etichetta: Made
in Italy. “Per la gioia delle
mafie che si infilano in tutti i
passaggi della filiera agroalimentare:
produzione, trasformazione
e lavorazione,
trasporto e distribuzione”,
spiega Fara. Quando il prodotto
è finito, eccolo pronto
per il commercio. Ed ecco il
secondo paradosso: il 71% del
pomodoro cinese targato Italia,
torna all’estero. Spesso
proprio in Cina, dove viene
spacciato per un’ec ce ll en za
tricolore (insomma, uno scaricabarile
tra italiani e cinesi
a chi frega meglio). Ma tocca
anche a tedeschi, inglesi. E a
noi italiani: il 29% finisce sulle
nostre tavole. Con parecchie
incognite: “In Europa
sono state bandite centinaia
di sostanze pesticide tossiche.
Molte, non tutte, sono
vietate anche in America.
Mentre in Cina spesso sono
usate”, sostiene Bazana. Non
basta: “A volte per produrre
il concentrato si utilizzano
anche pomodori scaduti. Costano
meno a chi compra e
aiutano i produttori a liberarsi
di merce inutile”. In
pratica chi crede di mangiare
una deliziosa polpa di pomodori
italiani rischia di mettersi
in pancia della roba scaduta
o mezza tossica. Come
evitarlo? E quali sono i prodotti
a rischio?
Impossibile risalire
alla filiera produttiva
“Difficile che gli ortaggi cinesi
si nascondano nelle
confezioni con i prodotti dove
è scritto “100% di pomodori
italiani”. Chi lo scrive se
ne assume la responsabilità e
deve sottostare a rigidi contr
oll i”, spiega Bazana. Aggiunge:
“Più il prodotto è lavorato
e maggiori sono i rischi
che sia tagliato. Pomodori
a pezzettoni e pelati dovrebbero
essere garantiti, c’è
forse il rischio che siano allungati
con liquido ricavato
da concentrato cinese”. Difficile
ricostruire invece la
provenienza dei sughi, dei
prodotti da pizza, dei succhi,
dei pomodori contenuti nelle
salse o nei prodotti surgelati.
Ecco il punto: le leggi
non prevedono che sia indicata
la provenienza dei singoli
ingredienti. “Sarebbe un
bel contributo alla traspare
nza ”, chiede da sempre
Coldiretti. Ma i controlli?
“Quelli italiani sono tra i più
stringenti. Ma non si possono
adottare regole severe solo
in Italia, si finirebbe per
danneggiare i nostri porti
dove arriva la merce”. Servirebbero
regole comuni. Ma
non solo per i pomodori.
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