sabato 17 ottobre 2015

Inchiesta sui cattolici/8 I più giovani, quelli entrati nell’era Ratzinger sono i più conservatori, ossessionati dalla liturgia - Imparare la sottomissione nelle caserme dei seminari

MARCO MARZANO
ei seminari sono stato molte
volte negli ultimi anni. Ho
tenuto conferenze, fatto interviste,
conosciuto tante
persone. Una volta, qualche
anno fa, proprio per capire
meglio alcune caratteristiche
del luogo, ho chiesto e
ottenuto di potervi trascorrere
una decina di giorni.
Talvolta ho avuto l’impressione
di entrare in una cattedrale
del deserto, in un
grande edificio semi spopolato,
eredità di un glorioso
passato già pronto per divenire
un reperto di archeologia
clericale. Altre volte ho
avuto la sensazione di una
maggiore residua vivacità.
Le cifre sul reclutamento del
clero sono spietate.
IL NUMERO TOTALE dei sacerdoti
diocesani in Italia,
con un'età media intorno ai
sessant'anni, è passato dalle
41.833 unità del 1975 alle
31.580 del 2012 (fonte Osret).
In quattro decenni, la Chiesa
ha perso più di diecimila preti,
circa un quarto del totale.
Nell'ultimo ventennio, il numero
complessivo dei sacerdoti
diocesani (che include
anche i numerosi presbiteri
stranieri) è diminuito di circa
300 unità all'anno (per effetto
del saldo tra decessi, abbandoni
e nuovi ingressi). Il
numero di preti in servizio
potrebbe in realtà essere inferiore,
perché vi sono taluni
che, pur risultando formalmente
presenti nei ranghi
del clero, non esercitano più
di fatto il ministero pastorale,
risultando “s o s p e s i
dall’i n c a r i c o” o “a riposo”.
Questo significa che i circa
2800 candidati al sacerdozio
per il clero diocesano del
2012 (che peraltro non diventeranno
tutti preti) saranno
comunque insufficienti
per arginare l’emorra -
gia di preti e per garantire la
sopravvivenza dell'ancora
fittissima rete territoriale di
parrocchie (25.700 sempre
nel 2012). I deficit di personale
ecclesiastico non sono
uniformi lungo la Penisola e
sono maggiormente evidenti
in alcune aree, ad esempio
in un territorio di fortissima
tradizione cattolica come il
Veneto. Qui l’importazione
di clero da altre aree del
mondo diventerà necessaria,
dato che nel 1970 c’erano
584 candidati al sacerdozio e
nel 2012 il loro numero è sceso
a soli 202. Quasi un terzo.
I SEMINARISTI sono dunque
relativamente pochi. La loro
provenienza rispecchia la
vitalità delle periferie cattoliche
italiane. Un certo numero
(decrescente) viene
ancora dalle parrocchie e
spesso da famiglie super cattoliche,
altri (una quantità
sempre più consistente) dai
movimenti ecclesiali. Tra
questi ultimi è più facile trovare
dei convertiti, delle persone,
non sempre giovani,
convertitisi di recente al cattolicesimo
e per questo talvolta
sprovvisti della formazione
di base, delle stesse nozioni
elementari del catechismo.
In quale istituzione fanno
ingresso gli aspiranti sacerdoti?
I seminari sono strutture
concepite quasi cinque
secoli orsono durante il Concilio
di Trento per migliorare
e uniformare la qualità
della formazione dei presbiteri
cattolici. Sono istituzioni
semi totali, simili, nel funzionamento
di fondo, alle caserme
o ai collegi maschili.
Luoghi nei quali i ragazzi
passano cinque intere giornate
a settimana: studiando,
pregando e socializzando tra
loro e con i preti loro professori.
Nel weekend vanno in
parrocchia. Ma non nella loro
parrocchia, bensì in quella
alla quale vengono assegnati
in servizio dai superiori dello
stesso seminario.
La somiglianza con le caserme
oi collegi maschili va
al di là dell’o rg a n i z z a z i o n e
del tempo e riguarda il carattere
della formazione. Come
in caserma non solo si impara
a maneggiare un fucile o a
guidare un carro armato, ma
si apprende una disciplina,
uno spirito di corpo, una forma
mentis molto peculiare e
distinta da quella prevalente
nel resto della società, così in
seminario non si apprende
solo la teologia e l'indispensabile
bagaglio culturale del
prete, ma anche il senso di
appartenenza a una casta di
eletti, di uomini speciali, di
creature fuori dal comune,
meritevoli di maggior rispetto
e considerazione rispetto
ai comuni mortali. E insieme
a questo si coltiva il legame
viscerale con l'istituzione
ecclesiastica, si genera un
vincolo di appartenenza totale
che prevede, da parte del
sacerdote, la totale consacrazione
alla vita della Chiesa,
la perenne obbedienza alla
sua volontà della Chiesa e
il rispetto, almeno formale e
pubblico, della norma celibataria.
Da parte sua, la
Chiesa fornisce al suo funzionario,
nel corso di tutta la
sua vita da prete, il sostentamento,
l’assistenza e un’eterna
protezione in caso di
qualche guaio, soprattutto
se legato, in senso lato, alla
sfera della sessualità. il futuro prete impari a ritenersi
investito di una pericolosa
aura di sacralità, che diventi
un “uomo del sacro”.
Alcuni riescono a non cadere
in questa trappola, ma molti
(soprattutto, a sentire i professori,
i più giovani, quelli
entrati nell’era di Ratzinger)
purtroppo non ce la fanno e
cominciano a sviluppare una
passione quasi ossessiva per
la liturgia, per gli abiti e le vesti,
“per i pizzi e i merletti”
(per citare l’’espressione di
un amico teologo), per l’este -
tica del sacro e della tradizione.
Questa gente, una volta in
parrocchia, sceglierà di circondarsi
di un gruppetto di
tradizionalisti adoranti e
spingerà la Chiesa ancora di
più nella ridotta culturale
delle processioni e della religiosità
popolare e superstiziosa,
nel ghetto della resistenza
alla modernità.
DAL SEMINARIO si può naturalmente
anche essere allontanati:
ad esempio, perché si
è giudicati inadatti al sacerdozio
o perché non si riesce a
passare gli esami. In realtà,
questo avviene di rado perché
è difficile che un’istitu -
zione in difficoltà di reclutamento
rinunci a formare
nuovi funzionari. Un altro
motivo di esclusione potrebbe
essere rappresentato
da ll ’omosessualità. Anche
qui credo che la severità dei
rettori si sia nel tempo ammorbidita.
Qualche decennio
orsono bastavano delle
movenze effeminate, un taglio
di capelli non proprio virile
per essere allontanati dal
seminario. Oggi la situazione
è diversa e soprattutto
molti vescovi premono perché
le esclusioni dal seminario
siano ridotte al minimo.
In qualche caso, i ragazzi
scartati vengono mandati in
seminari più “tolleranti”con
gli omosessuali e lì diventano
tranquillamente preti.
L’omosessualità tanto spesso
severamente redarguita
dalle autorità ecclesiastiche
viene così nei fatti ampiamente
tollerata al proprio interno.
Quel che viene da chiedersi
è se la Chiesa Cattolica potrà
mai davvero cambiare fino
a quando non rivede in
profondità e radicalmente la
propria struttura clericale.
Come potranno mai accettare
di delegare il proprio potere
ai laici persone formatesi
in ambienti chiusi e castali
come i seminari? Perché i
giovani apprendisti sacerdoti
non possono essere educati
in normali istituzioni
formative, nelle, quali dopo
la scuola, si va a casa, si vive in
famiglia, si va in parrocchia
insieme a tutti gli altri fedeli,
si esce con gli amici (non solo
seminaristi) e la fidanzata (o
il fidanzato)? E perché non
possono fare questa vita anche
le donne che lo desiderassero?
Avremmo presbiteri
meno capaci, meno adatti a
guidare le loro comunità? O
avremmo solo una Chiesa
più evangelica, con meno gerarchie
e più eguaglianza,
più adatta a svolgere nel nostro
tempo la sua predicazione?
A voi la risposta.
marco.marzano@unibg.it
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