Da oggi mons. Domenico
Mogavero, vescovo di
Mazara del Vallo, inizia
la sua rubrica domenicale
sul Fatto Quotidiano
» DOMENICO MOGAVERO
Èla festa di tutti i Santi e il
Vangelo proclama le Beatitudini,
che essi hanno vissuto e
realizzato. Chissà se le folle che
in quel mattino di primavera avevano
scalato il monte
con Gesù presagivano
l’evento a cui stavano
per assistere e che avrebbe
cambiato diversi atteggiamenti!
Chissà se il Maestro
era stato indotto a dare quel
messaggio inaudito proprio
perché circondato da un tale uditorio,
non particolarmente
predisposto all’ascolto di parole
inattese!Èla festa di tutti i Santi e il
Vangelo proclama le Beatitudini,
che essi hanno
vissuto e realizzato. Chissà se le
folle che in quel mattino di primavera
avevano scalato il monte
con Gesù presagivano l’evento a
cui stavano per assistere e che avrebbe
cambiato diversi atteggiamenti!
Chissà se il Maestro era
stato indotto a dare quel messaggio
inaudito proprio perché
circondato da un tale uditorio,
non particolarmente predisposto
all’ascolto di parole inattese!
DI FATTO il contesto ha indotto
Gesù, profondo conoscitore delle
folle e dei suoi umori, a cogliere
al volo un’opportunità così ghiotta.
Egli, perciò, da maestro detta il
suo Vangelo-pensiero con autorevolezza
indiscussa e con chiarezza
inoppugnabile, promulgando
il “manif esto” del nuovo
Regno e, perché no, dell’uo mo
nuovo per un mondo diverso.
I discepoli sono in prima fila
attorno a lui e tutto è pronto per
l’annuncio, in un clima di grande
attesa e di intensa emozione. E
Gesù non delude proprio nessuno;
anzi suscita stupore e ammirazione
perché le sue non sono le
parole di un israelita come tutti.
“Egli infatti insegnava loro come
uno che ha autorità” (Mt 7,29),
come annota puntualmente l’evangelista.
Il testo è scandito da un martellante
“beati” (felici, contenti,
appagati...) che arriva in forma
accattivante alle orecchie. Infatti,
chi potrebbe mai rifiutare, o
anche solo disattendere, un messaggio
così gratuito e invitante?
Ma quando la frase compiuta oltrepassa
l’orecchio e, attraverso
il cuore, giunge alla ragione, è inevitabile
un senso di smarrimento
e di sconcerto.
Possibile – si saranno chiesto
in tanti –che la felicità abiti nella
casa della povertà? Che i miti e i
pacifici conquisteranno allegramente
il mondo, loro che da sempre
rifiutano la logica del potere,
delle armi, della sopraffazione,
della corruzione, della violenza?
Che ci sarà giustizia finalmente
per quelli che a lungo e invano
l’hanno desiderata e implorata?
Che godranno di una grande
gioia quanti aprono il loro cuore
all’accoglienza verso tutti e alla
condivisione di
quanto possiedono,
liberati finalmente
dall’angu -
stia di vedersi rubato
da sotto i piedi
il terreno delle
loro certezze e
dei loro beni?
È ragionevolmente
concepibile
che qualcuno,
perseguitato perché
giusto, possa
trovare in quella condizione tribolata
motivi di serenità e di gaudio?
E non è il colmo “illudere” con
promesse di felicità le vittime di
persecuzioni, calunnie, insulti
provocati ingiustamente a motivo
della propria fedeltà a Cristo?
Se a parlare fosse stato un qualunque
cialtrone venditore di fumo
tanti avrebbero abboccato
senza opporre resistenza critica.
Ma non è il nostro caso: ha parlato
la Sapienza e sotto sotto non
c’è alcun tranello. Tutte le sue parole
sono vere; anzi sono la Verità.
UNA VERITÀ SCOMODA, tu tt avia,
che non può essere mandata
giù come una fresca bibita nei
giorni di calura.
È una Verità che inchioda perché
indica come via della gioia,
che riempie il cuore e la vita, non
la scorciatoia della scuola poetica
toscana (“Chi vuol essere lieto,
sia: di doman non c’è certezza”),
ma il sentiero della croce che, sotto
la scorza scarnificante, offre il
calice del gaudio soave, con un
retrogusto gradevole di amarezza.
In fondo, le beatitudini sono sì
per tutti, ma non tutti hanno il coraggio
di alzare quel calice e l’au -
dacia di sfidare il palato per assaporarle.
In tanti si sono lasciati
affascinare e non sono rimasti delusi,
perché di sicuro è una scommessa
con una posta in palio altissima,
ma vale la pena rischiare
perché, a conti fatti, non c’è nulla
da perdere. Basta crederci e fidarsi.
*Vescovo di Mazara del Vallo
e commissario Cei
per l'immigrazione
© RIPRODUZIONE RISERVATA
giovedì 19 novembre 2015
mercoledì 11 novembre 2015
Inchiesta sui cattolici/10 Tra le persone normali il sinodo è lontano, gli ordini delle gerarchie irrilevanti, tranne che per pochi nostalgici
Con Francesco sta finendo
il tempo dei “fedeli bambini”
MARCO MARZANO
uella di oggi è l’ultima puntata
della mia inchiesta sulla
Chiesa Cattolica italiana al
tempo di Francesco. Si conclude
così quello che per me è
stato un viaggio a tratti entusiasmante,
nel quale ho imparato
molte cose, conosciuto
persone splendide e iniziato
un fitto dialogo con i lettori di
questo giornale che, per cominciare,
si rifletterà nell’ebook
che, accanto a tutti i miei
articoli, comprenderà alcune
delle tante lettere che ho ricevuto
da voi e che poi spero
continuerà fecondo nel tempo.
Questo è il momento del
bilancio, delle immagini di
sintesi che si possono ricavare
dall’osservazione delle varie
tappe del mio viaggio
all ’interno della Chiesa italiana.
LA PIÙ VIVIDA delle istantanee,
quella che per prima mi
viene alla mente, è l’opposi -
zione piuttosto netta tra la
Chiesa di vertice e quella di
base, tra la casta sacerdotale e
il popolo di Dio. Quest’ultimo
mi è apparso infatti, nelle tante
periferie esistenziali in cui
l’ho cercato, perfettamente
secolarizzato, cioè formato da
persone adulte in grado di ragionare
con la propria testa,
molto a loro agio nel mondo e
con i non credenti, impegnate
in una miriade di progetti locali
di solidarietà, non ossessionate
dal sesso, dalla colpa e
dal peccato, ma piuttosto interessate
a manifestare la loro
fede pregando, meditando sul
Vangelo e soprattutto amando
il prossimo. Nei casi migliori,
costoro rappresentano,
ai miei occhi, il volto di Dio,
cioè sono la dimostrazione vivente
degli effetti positivi che
la fede (anche, e forse soprattutto,
quella incerta, anche
quella più tormentata e sofferta)
può produrre in chi la
possiede. Questi “cattolici adulti”
ignorano serenamente i
documenti prodotti dalla gerarchia,
seguono i vari sinodi
in modo distratto, dato che
non hanno né il tempo né la
voglia di star dietro alle dotte
dispute dottrinarie sulla famiglia
e dintorni che al contrario
tanto impegnano la gerontocrazia
clericale. E questo
sia perché di famiglia ne
hanno molto spesso una propria,
con tante esigenze che si
sommano a quelle della parrocchia,
della Caritas, del volontariato,
eccetera, sia perché
pensano che quelle dispute
non li riguardano un granché,
perché ritengono che
quello che viene dai palazzi
del potere clericale non riguardi
davvero la loro vita. Una
vita, la loro, calata perfettamente
in questo tempo storico
e nella quale si dà per
scontato quello che è scontato
per tutti noi: e cioè che usare
un anticoncezionale non è
peccato ma è anzi un gesto di
responsabilità, che il matrimonio
non è l’unico regime
accettabile per una relazione
amorosa, che gli omosessuali
sono persone perfettamente
normali e non difetti della
creazione, che una strage di
mafia o uno sterminio di massa
rappresentano colpe un
tantino più gravi di un divorzio.
E via di questo passo.
LE RIFORME che la Chiesa
stenta così tanto ad avviare,
sulle quali si tormentano in
punta di teologia e di diritto
tanti cardinali, loro le hanno
già realizzate. Le loro esistenze
non assomigliano ormai
più in nulla a quelle dei loro
antenati, a quelle dell’epoca a
cui tanti gerarchi vorrebbero
che tutti tornassimo. Verrebbe
da dire che, per tanti versi,
questi cattolici sono già diventati
protestanti, hanno già
saltato il fosso che li separa da
un cristianesimo all’alte zza
dei tempi e delle sensibilità
contemporanee. Quasi tutti
costoro amano papa Francesco,
un capo che finalmente
sembra essersi messo, pur con
tante contraddizioni ancora
irrisolte, in sintonia con i loro
sentimenti, con il loro desiderio
di disporre di una lettura
del messaggio evangelico meno
retrograda e reazionaria,
più aperta e disposta ad esaltare
i temi dell’amore, della
misericordia, della giustizia.
Nella Chiesa di base non ci
sono ovviamente solo cattolici
di questo genere. Ci sono
anche, e non sono pochi, concentrati
soprattutto nei movimenti
ecclesiali (Cl, neocatecumenali,
eccetera) o nei territori
dove il laicato è maturato
di meno, cattolici premoderni
o infantili, quelli che ad
usare la propria testa non sono
capaci o non hanno l’inten -
zione, quelli che hanno ancora
bisogno di venerare l’auto -
rità costituita, quelli che si
sentono piccoli piccoli al cospetto
di una veste cardinalizia
o anche solo della tonaca di
un prete, quelli che si confessano
due volte alla settimana e
al prete raccontano soprattutto
quante volte si sono masturbati
e non quante altre
hanno sottratto denari alla cosa
pubblica o peggio, quelli
che, in quanto cattolici ossequiosi
del precetto, coltivano
un odio settario per tutti coloro,
e cioè il resto del mondo
al di là del loro piccolo manipolo,
che ignora bellamente la
dottrina morale della Chiesa e
le sue ricette di vita. Per questo
genere di cattolici, quel
che succede al Sinodo e dintorni
è assai più rilevante. Il rischio
che loro paventano è infatti
quello di un cambiamento,
anche minimo, nell’i mpianto
dottrinale costruito,
con reazionaria meticolosità
e sapienza, dai due predecessori
di Francesco. Se ciò avvenisse,
la Chiesa si avvierebbe,
ai loro occhi, a smarrire se
stessa, a confondersi con l’odiata
modernità, a imbroccare
la china della resa definitiva
ai demoni dell’ind ivi dua lismo
libertario e della democrazia.
All’incrocio di tutti i cammini,
quello dei cattolici adulti
e quello degli infantili, quello
della chiesa di base e quello
della gerarchica, nel crocevia
centrale di tutto l’intricato viluppo
di percorsi ecclesiali
campeggia, lacerata e sofferente,
ossimorica quanto nessun
altra, la figura del prete.
Per la gerarchia il funzionario
chiamato a disciplinare, con
supina fedeltà al vertice, i
comportamenti del gregge,
per la base molto spesso un
prezioso sodale in un percorso
di emancipazione umana
ed intellettuale, il presbitero
cattolico è sempre di più, nella
nostra epoca, un luogo di contraddizioni
viventi e dolorose,
che talvolta si riverberano in
seri disagi psichici, che spesso
si tramutano in malattie, anche
se solo dell’animo.
IL TEMA DEL CELIBATOe della
vita affettiva e sessuale del
clero è la più evidente cartina
di tornasole di queste enormi
contraddizioni. Per i cattolici
adulti, si tratta di un argomento
totalmente irrilevante: costoro
sarebbero contenti se il
vincolo fosse abolito; per loro,
che il prete abbia o no una fidanzata
o un fidanzato è del
tutto affar suo, è una questione
privata. Quel che conta è
che egli sia preparato, competente,
onesto e disponibile,
che aiuti la comunità a divenire
sempre più adulta, autonoma
e consapevole di sé.
Al contrario, per i cattolici
infantili, l’asessualità del prete,
la sua purezza fisica riveste
u n’importanza enorme, è la
premessa per reputare sacra
la figura sacerdotale, per accostarla
a quella immensa e
salvifica del Cristo. E di conseguenza
per considerare
santa la Chiesa come struttura
di mediazione tra Dio e l’uo -
mo. Negare questo assunto
vuol dire, per i credenti bambini,
compiere un vero e proprio
sacrilegio. Quello che, nel
mio piccolo, ho compiuto io ai
loro occhi quando ho scritto,
in una delle ultime puntate
d el l’inchiesta, che la castità
del clero è una finzione.
Sono stato sommerso da
lettere colme di indignazione
e di rabbia incontenibile e genuina.
Come se avessi bestemmiato.
Solo perché ho dichiarato
che i preti sono uomini
come tutti gli altri. Né più
né meno. E che quando si sforzano
di non esserlo spesso
procurano a sé e ai fedeli che li
circondano danni psichici e
morali non proprio irrilevanti.
Su questa traccia, sulla
scorta di molte delle vostre
reazioni alle mie parole, voglio
lavorare alacremente nel
prossimo futuro. Sempre nella
convinzione di rendere omaggio
a quella che rimangono
le mie divinità personali
predilette: la libertà di pensiero
e l’amore per la verità. Buona
domenica a tutti.
(10. fine)
marco.marzano@unibg.it ©
RIPRODUZIONE RISERVATA
il tempo dei “fedeli bambini”
MARCO MARZANO
uella di oggi è l’ultima puntata
della mia inchiesta sulla
Chiesa Cattolica italiana al
tempo di Francesco. Si conclude
così quello che per me è
stato un viaggio a tratti entusiasmante,
nel quale ho imparato
molte cose, conosciuto
persone splendide e iniziato
un fitto dialogo con i lettori di
questo giornale che, per cominciare,
si rifletterà nell’ebook
che, accanto a tutti i miei
articoli, comprenderà alcune
delle tante lettere che ho ricevuto
da voi e che poi spero
continuerà fecondo nel tempo.
Questo è il momento del
bilancio, delle immagini di
sintesi che si possono ricavare
dall’osservazione delle varie
tappe del mio viaggio
all ’interno della Chiesa italiana.
LA PIÙ VIVIDA delle istantanee,
quella che per prima mi
viene alla mente, è l’opposi -
zione piuttosto netta tra la
Chiesa di vertice e quella di
base, tra la casta sacerdotale e
il popolo di Dio. Quest’ultimo
mi è apparso infatti, nelle tante
periferie esistenziali in cui
l’ho cercato, perfettamente
secolarizzato, cioè formato da
persone adulte in grado di ragionare
con la propria testa,
molto a loro agio nel mondo e
con i non credenti, impegnate
in una miriade di progetti locali
di solidarietà, non ossessionate
dal sesso, dalla colpa e
dal peccato, ma piuttosto interessate
a manifestare la loro
fede pregando, meditando sul
Vangelo e soprattutto amando
il prossimo. Nei casi migliori,
costoro rappresentano,
ai miei occhi, il volto di Dio,
cioè sono la dimostrazione vivente
degli effetti positivi che
la fede (anche, e forse soprattutto,
quella incerta, anche
quella più tormentata e sofferta)
può produrre in chi la
possiede. Questi “cattolici adulti”
ignorano serenamente i
documenti prodotti dalla gerarchia,
seguono i vari sinodi
in modo distratto, dato che
non hanno né il tempo né la
voglia di star dietro alle dotte
dispute dottrinarie sulla famiglia
e dintorni che al contrario
tanto impegnano la gerontocrazia
clericale. E questo
sia perché di famiglia ne
hanno molto spesso una propria,
con tante esigenze che si
sommano a quelle della parrocchia,
della Caritas, del volontariato,
eccetera, sia perché
pensano che quelle dispute
non li riguardano un granché,
perché ritengono che
quello che viene dai palazzi
del potere clericale non riguardi
davvero la loro vita. Una
vita, la loro, calata perfettamente
in questo tempo storico
e nella quale si dà per
scontato quello che è scontato
per tutti noi: e cioè che usare
un anticoncezionale non è
peccato ma è anzi un gesto di
responsabilità, che il matrimonio
non è l’unico regime
accettabile per una relazione
amorosa, che gli omosessuali
sono persone perfettamente
normali e non difetti della
creazione, che una strage di
mafia o uno sterminio di massa
rappresentano colpe un
tantino più gravi di un divorzio.
E via di questo passo.
LE RIFORME che la Chiesa
stenta così tanto ad avviare,
sulle quali si tormentano in
punta di teologia e di diritto
tanti cardinali, loro le hanno
già realizzate. Le loro esistenze
non assomigliano ormai
più in nulla a quelle dei loro
antenati, a quelle dell’epoca a
cui tanti gerarchi vorrebbero
che tutti tornassimo. Verrebbe
da dire che, per tanti versi,
questi cattolici sono già diventati
protestanti, hanno già
saltato il fosso che li separa da
un cristianesimo all’alte zza
dei tempi e delle sensibilità
contemporanee. Quasi tutti
costoro amano papa Francesco,
un capo che finalmente
sembra essersi messo, pur con
tante contraddizioni ancora
irrisolte, in sintonia con i loro
sentimenti, con il loro desiderio
di disporre di una lettura
del messaggio evangelico meno
retrograda e reazionaria,
più aperta e disposta ad esaltare
i temi dell’amore, della
misericordia, della giustizia.
Nella Chiesa di base non ci
sono ovviamente solo cattolici
di questo genere. Ci sono
anche, e non sono pochi, concentrati
soprattutto nei movimenti
ecclesiali (Cl, neocatecumenali,
eccetera) o nei territori
dove il laicato è maturato
di meno, cattolici premoderni
o infantili, quelli che ad
usare la propria testa non sono
capaci o non hanno l’inten -
zione, quelli che hanno ancora
bisogno di venerare l’auto -
rità costituita, quelli che si
sentono piccoli piccoli al cospetto
di una veste cardinalizia
o anche solo della tonaca di
un prete, quelli che si confessano
due volte alla settimana e
al prete raccontano soprattutto
quante volte si sono masturbati
e non quante altre
hanno sottratto denari alla cosa
pubblica o peggio, quelli
che, in quanto cattolici ossequiosi
del precetto, coltivano
un odio settario per tutti coloro,
e cioè il resto del mondo
al di là del loro piccolo manipolo,
che ignora bellamente la
dottrina morale della Chiesa e
le sue ricette di vita. Per questo
genere di cattolici, quel
che succede al Sinodo e dintorni
è assai più rilevante. Il rischio
che loro paventano è infatti
quello di un cambiamento,
anche minimo, nell’i mpianto
dottrinale costruito,
con reazionaria meticolosità
e sapienza, dai due predecessori
di Francesco. Se ciò avvenisse,
la Chiesa si avvierebbe,
ai loro occhi, a smarrire se
stessa, a confondersi con l’odiata
modernità, a imbroccare
la china della resa definitiva
ai demoni dell’ind ivi dua lismo
libertario e della democrazia.
All’incrocio di tutti i cammini,
quello dei cattolici adulti
e quello degli infantili, quello
della chiesa di base e quello
della gerarchica, nel crocevia
centrale di tutto l’intricato viluppo
di percorsi ecclesiali
campeggia, lacerata e sofferente,
ossimorica quanto nessun
altra, la figura del prete.
Per la gerarchia il funzionario
chiamato a disciplinare, con
supina fedeltà al vertice, i
comportamenti del gregge,
per la base molto spesso un
prezioso sodale in un percorso
di emancipazione umana
ed intellettuale, il presbitero
cattolico è sempre di più, nella
nostra epoca, un luogo di contraddizioni
viventi e dolorose,
che talvolta si riverberano in
seri disagi psichici, che spesso
si tramutano in malattie, anche
se solo dell’animo.
IL TEMA DEL CELIBATOe della
vita affettiva e sessuale del
clero è la più evidente cartina
di tornasole di queste enormi
contraddizioni. Per i cattolici
adulti, si tratta di un argomento
totalmente irrilevante: costoro
sarebbero contenti se il
vincolo fosse abolito; per loro,
che il prete abbia o no una fidanzata
o un fidanzato è del
tutto affar suo, è una questione
privata. Quel che conta è
che egli sia preparato, competente,
onesto e disponibile,
che aiuti la comunità a divenire
sempre più adulta, autonoma
e consapevole di sé.
Al contrario, per i cattolici
infantili, l’asessualità del prete,
la sua purezza fisica riveste
u n’importanza enorme, è la
premessa per reputare sacra
la figura sacerdotale, per accostarla
a quella immensa e
salvifica del Cristo. E di conseguenza
per considerare
santa la Chiesa come struttura
di mediazione tra Dio e l’uo -
mo. Negare questo assunto
vuol dire, per i credenti bambini,
compiere un vero e proprio
sacrilegio. Quello che, nel
mio piccolo, ho compiuto io ai
loro occhi quando ho scritto,
in una delle ultime puntate
d el l’inchiesta, che la castità
del clero è una finzione.
Sono stato sommerso da
lettere colme di indignazione
e di rabbia incontenibile e genuina.
Come se avessi bestemmiato.
Solo perché ho dichiarato
che i preti sono uomini
come tutti gli altri. Né più
né meno. E che quando si sforzano
di non esserlo spesso
procurano a sé e ai fedeli che li
circondano danni psichici e
morali non proprio irrilevanti.
Su questa traccia, sulla
scorta di molte delle vostre
reazioni alle mie parole, voglio
lavorare alacremente nel
prossimo futuro. Sempre nella
convinzione di rendere omaggio
a quella che rimangono
le mie divinità personali
predilette: la libertà di pensiero
e l’amore per la verità. Buona
domenica a tutti.
(10. fine)
marco.marzano@unibg.it ©
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martedì 27 ottobre 2015
Inchiesta sui cattolici/9 Lontano dai Palazzi vaticani e dai mille vincoli della dottrina, cresce una generazione indipendente
I fedeli che non hanno
più bisogno della Chiesa
» MARCO MARZANO
aura e Francesco mi ricevono
un sabato pomeriggio nel
loro grande e bell’a p p a r t amento
in collina. “Siamo qui
da poco – mi raccontano –
prima vivevamo in una casa
più piccola, ma vorremmo
allargare la famiglia e poi ci
piace ospitare spesso gli amici,
fare tante cene”. Sono
una coppia cattolica, ma non
hanno l’aspetto rétro di due
baciapile. Sono due persone
normali, alle soglie dei 40: lei
è piena di una e contagiosa energia,
lui più cauto e riflessivo.
Si sono conosciuti da
studenti, viaggiando sul treno
che dalla loro cittadina li
portava nel capoluogo regionale.
Si sono subito piaciuti,
frequentati, amati. Da lì però
ad arrivare al matrimonio ce
ne è voluto di tempo. Dodici
lunghi anni. “So da sempre di
essere innamorata di Francesco,
ma per tanto tempo mi
ha spaventato quel “per sempre”
del matrimonio cattolico.”
Quando ha conosciuto
Maura, Francesco non era
nemmeno tanto cattolico.
Per lui, come per tantissimi
altri, la cresima era stato il
“sacramento dell’addio”. Da
allora in Chiesa non ci aveva
praticamente più messo piede.
Quando incontra Maura
gli sembra però che una parte
rilevante del suo fascino
stia nella profondità con la
quale lei guarda alla vita, alle
relazioni, all’amicizia, all’amore.
E ALLORA INIZIA, con cautela,
ad avvicinarsi anche lui al
cattolicesimo, alla vita di
parrocchia. Scoprendo che
gli piace, che lì si fanno cose
interessanti, che ci si occupa
del prossimo, soprattutto dei
più deboli, ma anche della
propria coscienza, che si
possono conoscere persone
interessanti, fare conversazioni
profonde, che si può
crescere, intellettualmente e
umanamente. E che non si è
obbligati a rinunciare né agli
umanissimi dubbi né alla
propria libertà, anche se questa
coincide con la scelta di
andare a convivere con Maura.
Una decisione proibita
dalla dottrina ufficiale della
Chiesa, ma che Maura e
Francesco compiono in tutta
serenità, sostenuti dalle loro
famiglie e dal prete che hanno
scelto come guida spirituale.
Lo stesso al quale si rivolgono
quando finalmente
decidono che è venuto il momento
del matrimonio. “Fre -
quentare il corso di preparazione
al matrimonio è stata
una delle esperienze più belle
della nostra vita –ricorda -
no oggi entrambi - sia perché
don Giulio ci fatto davvero riflettere
sul senso profondo
dell’esperienza cristiana, sia
perché abbiamo iniziato a
sperimentare una vita comunitaria
di cui oggi non potremmo
fare a meno”.
ACCOMPAGNATI da don Giulio
infatti, Mauro e Francesca
cominciano a conoscere le
altre coppie che con loro frequentano
il corso. E con alcuni
non solo diventano amici
fraterni, ma costruiscono
una vita comunitaria che dura
ancora oggi: “Ci vediamo
almeno una volta al mese ci
troviamo in una casa, mangiamo
poi affrontiamo l’esa -
me di un tema che ci sta a cuore
sul quale una coppia ha
preparato un lavoro introduttivo.
In genere, partiamo
da una lettura comune, da un
libro, ma poi discutiamo liberamente,
spesso parlando
anche di fatti personali, della
nostra vita intima. È un’occa -
sione straordinaria per crescere,
come persone e come
coppie. E per intessere reciproche
solidarietà”. Come
quella scattata intorno ad una
coppia di recente trapiantata
in paese e che ha dovuto
affrontare la malattia e la
morte del proprio bambino
lontano dalla famiglia di origine
e dagli amici di sempre.
“Quello stato è un momento
tragico e intenso – r icor da
oggi Francesco – Abbiamo
sentito sulla nostra pelle la
sofferenza dei nostri amici,
ma abbiamo aiutato loro e noi
stessi a elaborarla, a comprenderla.
E a conviverci”.
Quello di Maura e Francesco
è un gruppo forte e impegnato,
ma non è un circolo
settario o una confraternita
di auto aiuto. Prima di tutto
perché il gruppo è aperto: si è
costituito durante quel corso
prematrimoniale, ma ora include
nuove coppie. E anche
singoli, ad esempio quelli rimasti
da soli dopo una separazione.
E poi perché non esaurisce
la vita sociale di chi
vi fa parte, non esclude che
tutti coloro che vi partecipano
frequentino altri ambienti,
abbiano altri legami.
Chiedo a Maura se accetterebbero
tra di loro anche una
coppia gay, casomai con
figli. Mi risponde con entusiasmo
di sì, che arricchirebbe
la loro esperienza comunitaria.
Quella di cattolici
che camminano con le proprie
gambe, che non hanno
abdicato alla loro autonomia.
Anche di fronte alle prove
più dure. Come quella della
morte, un anno fa, di quel
prete eccezionale che li aveva
guidati sino a lì, e sempre
stimolati, sostenuti, incoraggiati.
È STATA UN COLPO terribile
per l’intera comunità cittadina
quella morte. Per Maura e
Francesco è stato un dolore
immenso. Eppure non li ha
fatti desistere. Anzi, quella
morte inattesa ha indotto
tutta la comunità a fare il contrario,
a perseverare, a continuare
il percorso. Certo
non dimenticando don Giulio,
ma neanche trasformandolo
in un santino da adorare
in effige, in un imbalsamato
oggetto di culto. Proprio lui
poi, che partecipava agli incontri
serali del gruppo mescolato
accanto agli altri, cristiano
tra i cristiani.
Le persone come Maura e
Francesco sono il volto più
bello e puro del cattolicesimo,
quello che sfrutta la secolarizzazione
come occasione
per liberarsi degli orpelli
del sacro e del precetto,
della religione vissuta come
obbligo rituale e di quella
compromessa col potere. Per
riscoprire la forza della spiritualità,
lo slancio della fede.
Maura e Francesco non si sono
certo sposati in chiesa per
far piacere alla mamma o
perché le fotografie vengono
meglio. Per giunta, loro e i loro
amici non hanno bisogno
dei giganteschi patrimoni
immobiliari ecclesiastici, né
de ll’otto per mille o del sostentamento
del clero.
LA LORO ESPERIENZA non è
nemmeno alla lontana imparentata
con quella di chi specula
sulla superstizione popolare,
su chi fa fortuna con
veggenti, stigmate e miracoli.
Quella di Maura e suo marito
è una spiritualità disinteressata
ed essenziale, che
non ha quasi bisogno nemmeno
dei locali della parrocchia
e che certo se ne infischia
del celibato obbligatorio
dei preti, delle solennità
cardinalizie, dei pizzi e merletti
di molti giovani sacerdoti.
Così come di tutta la ridicola
impalcatura ecclesiastica
di norme e divieti sul sesso.
Il papa venuto quasi dalla fine
del mondo appare in sintonia
con questo mondo, entusiasma
e incoraggia tanti
che vi appartengono, ma sono
convinto che persone come
i due protagonisti della
mia storia di oggi potrebbero
anche fare a meno dell’istitu -
zione rappresentata dal pontefice
romano.
Quel che a loro non si può
levare è piuttosto il Vangelo,
e la bellezza che tanti suoi
passaggi ancora è in grado di
produrre in chi li legge. Forse
non può mancare loro nemmeno
un pastore, una guida
spirituale che li aiuti nella
lettura e nella comprensione
del Vangelo, che accompagni
e solleciti. Forse questo è ancora
indispensabile, ma certo
deve trattarsi di una figura
più umana, umile e laica di
quelle mediamente prodotte
dai seminari. Un presbitero
come don Giulio. Ma che potrebbe
anche avere un nome
femminile. E casomai dei figli,
da amare ed educare. E da
lasciare, come fanno tutti gli
altri, a casa con la babysitter
nelle serate di ritrovo della
comunità. È solo un sogno o è
il futuro della Cristianesimo
anche a queste latitudini?
marco.marzano@unibg.it
più bisogno della Chiesa
» MARCO MARZANO
aura e Francesco mi ricevono
un sabato pomeriggio nel
loro grande e bell’a p p a r t amento
in collina. “Siamo qui
da poco – mi raccontano –
prima vivevamo in una casa
più piccola, ma vorremmo
allargare la famiglia e poi ci
piace ospitare spesso gli amici,
fare tante cene”. Sono
una coppia cattolica, ma non
hanno l’aspetto rétro di due
baciapile. Sono due persone
normali, alle soglie dei 40: lei
è piena di una e contagiosa energia,
lui più cauto e riflessivo.
Si sono conosciuti da
studenti, viaggiando sul treno
che dalla loro cittadina li
portava nel capoluogo regionale.
Si sono subito piaciuti,
frequentati, amati. Da lì però
ad arrivare al matrimonio ce
ne è voluto di tempo. Dodici
lunghi anni. “So da sempre di
essere innamorata di Francesco,
ma per tanto tempo mi
ha spaventato quel “per sempre”
del matrimonio cattolico.”
Quando ha conosciuto
Maura, Francesco non era
nemmeno tanto cattolico.
Per lui, come per tantissimi
altri, la cresima era stato il
“sacramento dell’addio”. Da
allora in Chiesa non ci aveva
praticamente più messo piede.
Quando incontra Maura
gli sembra però che una parte
rilevante del suo fascino
stia nella profondità con la
quale lei guarda alla vita, alle
relazioni, all’amicizia, all’amore.
E ALLORA INIZIA, con cautela,
ad avvicinarsi anche lui al
cattolicesimo, alla vita di
parrocchia. Scoprendo che
gli piace, che lì si fanno cose
interessanti, che ci si occupa
del prossimo, soprattutto dei
più deboli, ma anche della
propria coscienza, che si
possono conoscere persone
interessanti, fare conversazioni
profonde, che si può
crescere, intellettualmente e
umanamente. E che non si è
obbligati a rinunciare né agli
umanissimi dubbi né alla
propria libertà, anche se questa
coincide con la scelta di
andare a convivere con Maura.
Una decisione proibita
dalla dottrina ufficiale della
Chiesa, ma che Maura e
Francesco compiono in tutta
serenità, sostenuti dalle loro
famiglie e dal prete che hanno
scelto come guida spirituale.
Lo stesso al quale si rivolgono
quando finalmente
decidono che è venuto il momento
del matrimonio. “Fre -
quentare il corso di preparazione
al matrimonio è stata
una delle esperienze più belle
della nostra vita –ricorda -
no oggi entrambi - sia perché
don Giulio ci fatto davvero riflettere
sul senso profondo
dell’esperienza cristiana, sia
perché abbiamo iniziato a
sperimentare una vita comunitaria
di cui oggi non potremmo
fare a meno”.
ACCOMPAGNATI da don Giulio
infatti, Mauro e Francesca
cominciano a conoscere le
altre coppie che con loro frequentano
il corso. E con alcuni
non solo diventano amici
fraterni, ma costruiscono
una vita comunitaria che dura
ancora oggi: “Ci vediamo
almeno una volta al mese ci
troviamo in una casa, mangiamo
poi affrontiamo l’esa -
me di un tema che ci sta a cuore
sul quale una coppia ha
preparato un lavoro introduttivo.
In genere, partiamo
da una lettura comune, da un
libro, ma poi discutiamo liberamente,
spesso parlando
anche di fatti personali, della
nostra vita intima. È un’occa -
sione straordinaria per crescere,
come persone e come
coppie. E per intessere reciproche
solidarietà”. Come
quella scattata intorno ad una
coppia di recente trapiantata
in paese e che ha dovuto
affrontare la malattia e la
morte del proprio bambino
lontano dalla famiglia di origine
e dagli amici di sempre.
“Quello stato è un momento
tragico e intenso – r icor da
oggi Francesco – Abbiamo
sentito sulla nostra pelle la
sofferenza dei nostri amici,
ma abbiamo aiutato loro e noi
stessi a elaborarla, a comprenderla.
E a conviverci”.
Quello di Maura e Francesco
è un gruppo forte e impegnato,
ma non è un circolo
settario o una confraternita
di auto aiuto. Prima di tutto
perché il gruppo è aperto: si è
costituito durante quel corso
prematrimoniale, ma ora include
nuove coppie. E anche
singoli, ad esempio quelli rimasti
da soli dopo una separazione.
E poi perché non esaurisce
la vita sociale di chi
vi fa parte, non esclude che
tutti coloro che vi partecipano
frequentino altri ambienti,
abbiano altri legami.
Chiedo a Maura se accetterebbero
tra di loro anche una
coppia gay, casomai con
figli. Mi risponde con entusiasmo
di sì, che arricchirebbe
la loro esperienza comunitaria.
Quella di cattolici
che camminano con le proprie
gambe, che non hanno
abdicato alla loro autonomia.
Anche di fronte alle prove
più dure. Come quella della
morte, un anno fa, di quel
prete eccezionale che li aveva
guidati sino a lì, e sempre
stimolati, sostenuti, incoraggiati.
È STATA UN COLPO terribile
per l’intera comunità cittadina
quella morte. Per Maura e
Francesco è stato un dolore
immenso. Eppure non li ha
fatti desistere. Anzi, quella
morte inattesa ha indotto
tutta la comunità a fare il contrario,
a perseverare, a continuare
il percorso. Certo
non dimenticando don Giulio,
ma neanche trasformandolo
in un santino da adorare
in effige, in un imbalsamato
oggetto di culto. Proprio lui
poi, che partecipava agli incontri
serali del gruppo mescolato
accanto agli altri, cristiano
tra i cristiani.
Le persone come Maura e
Francesco sono il volto più
bello e puro del cattolicesimo,
quello che sfrutta la secolarizzazione
come occasione
per liberarsi degli orpelli
del sacro e del precetto,
della religione vissuta come
obbligo rituale e di quella
compromessa col potere. Per
riscoprire la forza della spiritualità,
lo slancio della fede.
Maura e Francesco non si sono
certo sposati in chiesa per
far piacere alla mamma o
perché le fotografie vengono
meglio. Per giunta, loro e i loro
amici non hanno bisogno
dei giganteschi patrimoni
immobiliari ecclesiastici, né
de ll’otto per mille o del sostentamento
del clero.
LA LORO ESPERIENZA non è
nemmeno alla lontana imparentata
con quella di chi specula
sulla superstizione popolare,
su chi fa fortuna con
veggenti, stigmate e miracoli.
Quella di Maura e suo marito
è una spiritualità disinteressata
ed essenziale, che
non ha quasi bisogno nemmeno
dei locali della parrocchia
e che certo se ne infischia
del celibato obbligatorio
dei preti, delle solennità
cardinalizie, dei pizzi e merletti
di molti giovani sacerdoti.
Così come di tutta la ridicola
impalcatura ecclesiastica
di norme e divieti sul sesso.
Il papa venuto quasi dalla fine
del mondo appare in sintonia
con questo mondo, entusiasma
e incoraggia tanti
che vi appartengono, ma sono
convinto che persone come
i due protagonisti della
mia storia di oggi potrebbero
anche fare a meno dell’istitu -
zione rappresentata dal pontefice
romano.
Quel che a loro non si può
levare è piuttosto il Vangelo,
e la bellezza che tanti suoi
passaggi ancora è in grado di
produrre in chi li legge. Forse
non può mancare loro nemmeno
un pastore, una guida
spirituale che li aiuti nella
lettura e nella comprensione
del Vangelo, che accompagni
e solleciti. Forse questo è ancora
indispensabile, ma certo
deve trattarsi di una figura
più umana, umile e laica di
quelle mediamente prodotte
dai seminari. Un presbitero
come don Giulio. Ma che potrebbe
anche avere un nome
femminile. E casomai dei figli,
da amare ed educare. E da
lasciare, come fanno tutti gli
altri, a casa con la babysitter
nelle serate di ritrovo della
comunità. È solo un sogno o è
il futuro della Cristianesimo
anche a queste latitudini?
marco.marzano@unibg.it
L’amore e il sesso dei preti: “Un incubo vivere nascosti
» FERRUCCIO SANSA
All’inizio c’è sempre
quella domanda:
“Mi promette che
non scriverà il mio
nome?”. Certo. E allora cominciano
a parlare, come se
aspettassero da anni. Racconti
che cominciano spesso
con una parola: dolore.
“Ero in una corsia di ospedale.
Stavo assistendo i malati.
Quando ho visto quella
donna ho sentito un dolore
fortissimo – racconta don
Andrea –. Ho capito che
niente sarebbe stato più lo
stesso. La mia vita, il mio
rapporto con Dio, il voto che
avevo fatto, tutto era messo
in discussione”.
“Il superiore consigliò
di non dirlo a nessuno”
Andrea, 45 anni, adesso sta
con Laura, una donna separata
con due figli. Racconta:
“Non facciamo male a nessuno,
anche nella mia vita di
sacerdote sento di aver ritrovato
entusiasmo. Ma è
brutto non poterlo dire, vivere
di nascosto”. Ecco allora
gli appuntamenti a Torino,
la paura di tenersi per
mano, i baci nel buio di un
cinema come due adolescenti,
le notti nella casa
prestata da un amico. “Ma
l’amore non è solo intimità,
è affrontare insieme la vita”.
Andrea non se lo dice, ma ha
già fatto la sua scelta: rimarrà
sacerdote. Come Ludovico
con il suo accento toscano
e quel clergyman che sta
stretto al torace robusto di
35enne: “Ne ho parlato con
il mio superiore”. E che cosa
ha risposto? “Tieniti la compagna
e non dirlo a nessuno”.
Ma non c’è solo il primo
smarrimento. Il grande salto.
C’è la scoperta dell’altra
persona e di se stessi. Stavolta
a parlare è una donna:
Marisa è appena uscita da una
storia con il suo confessore,
don Maurizio, cinqu
an t’anni passati, sacerdote
in un paese della pianura
veneta. “Mi aveva colpito
la sua solidità. Ma appena
l’ho toccato è andato in
pezzi. Poi il sesso… non l’aveva
mai fatto. Era terrorizzato.
E io…ho provato pena.
Non sapevo come lasciarlo,
capivo di avergli devastato
la vita”.
Lui, lei e il marito:
“Ma il divorzio no”
Sacerdoti inesperti. Altri
sorprendentemente “scafa -
ti”. Luciano è un prete vicino
a Cl. “A Rimini, durante il
Meeting, ho incontrato Sara
”, racconta. Sorvola sul
fatto che lei fosse con il marito
e i figli. La prima compagna?
Luciano tace. “Ero il
suo padre spirituale”, spiega.
Sara gli raccontava di
quel rapporto tiepido con il
marito, delle fatiche di madre.
“Una sera eravamo sul
divano, leggevamo un libro.
Le ho preso la mano…”. Sacerdote
e amante, neanche
troppo clandestino. Sara e
Luciano vanno in vacanza
insieme. Ma lei non vuole
divorziare, la fede glielo impedisce.
A Luciano va bene
così.
Ora vivono insieme
con la piccola Erika
“Sembra strano, ma spesso
noi sacerdoti mostriamo poco
senso di responsabilità.
Avere una vita affettiva regolare,
una famiglia ti insegna
a prenderti degli impegni
con gli altri”, racconta
don Massimiliano, sacerdote
molto amato dai giovani
della sua parrocchia in Emilia.
Ne sa qualcosa: “C’era
questa ragazza… devo proprio
raccontare?”. Erika resta
incinta, partorisce una
bambina: “Quando è nata
non volevo riconoscerla. Io,
un prete!”.Ma ilmagistrato
lo convoca. Alla fine Massimiliano
decide: “Ora viviamo
tutti insieme in una casa
della Curia. Finché troverò
un lavoro e lascerò la tonaca”.
È
difficile sopportare
quella solitudine: “È vero, lo
sapevamo anche prima di
prendere i voti. Ma in seminario
non ci hanno mai insegnato
ad affrontare il desiderio.
Ci hanno insegnato a
rimuoverlo”, parla don Riccardo
della diocesi di Savona.
“Non sono solo”, si limita
a dire. Un compagno? Fa
cenno di sì con la testa. “Ci
siamo conosciuti in un locale
gay di Nizza, in Francia”.
Non è il primo, non sarà l’ul -
timo.
Il missionario e la figlia
del predecessore
“La cosa peggiore è che il nascondimento
travolge tutta
la nostra vita. Cominci a
mentire sulla tua vita affettiva
e ti ritrovi a vivere nella
menzogna”, don Tullio vive
in Africa. Passa giorni senza
scambiare una parola in italiano.
“È una solitudine insopportabile”,
sbotta via Skype.
Ma non cerca giustificazioni:
“Ho una compagna”, poi
fa una smorfia. Disprezzo,
anche verso se stesso. “E la
cosa più ridicola è che lei è
figlia del missionario austriaco
che c’era prima di
me. E nella diocesi vicina il
parroco ha un compagno”.
Parla soltanto di questo Tullio,
un peso che non riesce a
sostenere. Non ti dice nemmeno
che passa le giornate a
curare i malati di Aids e di
malaria.
“La mancanza d’amore, di
affetto... l’umiliazione della
dimensione fisica della vita...
ci stanno travolgendo,
noi e la Chiesa”, la voce di
don Tullio si fa acuta, piena
di rabbia: “E pensare che la
castità se la sono inventata
per difendere il patrimonio
della Chiesa. Non c’è scritto
nella Bibbia. Anzi, san Paolo
dice: se uno non sa badare alla
famiglia, come potrà avere
cura della Chiesa di Dio? Finirà
che i preti potranno
sposarsi. È inevitabile. E noi
avremo tutti sofferto per
niente
All’inizio c’è sempre
quella domanda:
“Mi promette che
non scriverà il mio
nome?”. Certo. E allora cominciano
a parlare, come se
aspettassero da anni. Racconti
che cominciano spesso
con una parola: dolore.
“Ero in una corsia di ospedale.
Stavo assistendo i malati.
Quando ho visto quella
donna ho sentito un dolore
fortissimo – racconta don
Andrea –. Ho capito che
niente sarebbe stato più lo
stesso. La mia vita, il mio
rapporto con Dio, il voto che
avevo fatto, tutto era messo
in discussione”.
“Il superiore consigliò
di non dirlo a nessuno”
Andrea, 45 anni, adesso sta
con Laura, una donna separata
con due figli. Racconta:
“Non facciamo male a nessuno,
anche nella mia vita di
sacerdote sento di aver ritrovato
entusiasmo. Ma è
brutto non poterlo dire, vivere
di nascosto”. Ecco allora
gli appuntamenti a Torino,
la paura di tenersi per
mano, i baci nel buio di un
cinema come due adolescenti,
le notti nella casa
prestata da un amico. “Ma
l’amore non è solo intimità,
è affrontare insieme la vita”.
Andrea non se lo dice, ma ha
già fatto la sua scelta: rimarrà
sacerdote. Come Ludovico
con il suo accento toscano
e quel clergyman che sta
stretto al torace robusto di
35enne: “Ne ho parlato con
il mio superiore”. E che cosa
ha risposto? “Tieniti la compagna
e non dirlo a nessuno”.
Ma non c’è solo il primo
smarrimento. Il grande salto.
C’è la scoperta dell’altra
persona e di se stessi. Stavolta
a parlare è una donna:
Marisa è appena uscita da una
storia con il suo confessore,
don Maurizio, cinqu
an t’anni passati, sacerdote
in un paese della pianura
veneta. “Mi aveva colpito
la sua solidità. Ma appena
l’ho toccato è andato in
pezzi. Poi il sesso… non l’aveva
mai fatto. Era terrorizzato.
E io…ho provato pena.
Non sapevo come lasciarlo,
capivo di avergli devastato
la vita”.
Lui, lei e il marito:
“Ma il divorzio no”
Sacerdoti inesperti. Altri
sorprendentemente “scafa -
ti”. Luciano è un prete vicino
a Cl. “A Rimini, durante il
Meeting, ho incontrato Sara
”, racconta. Sorvola sul
fatto che lei fosse con il marito
e i figli. La prima compagna?
Luciano tace. “Ero il
suo padre spirituale”, spiega.
Sara gli raccontava di
quel rapporto tiepido con il
marito, delle fatiche di madre.
“Una sera eravamo sul
divano, leggevamo un libro.
Le ho preso la mano…”. Sacerdote
e amante, neanche
troppo clandestino. Sara e
Luciano vanno in vacanza
insieme. Ma lei non vuole
divorziare, la fede glielo impedisce.
A Luciano va bene
così.
Ora vivono insieme
con la piccola Erika
“Sembra strano, ma spesso
noi sacerdoti mostriamo poco
senso di responsabilità.
Avere una vita affettiva regolare,
una famiglia ti insegna
a prenderti degli impegni
con gli altri”, racconta
don Massimiliano, sacerdote
molto amato dai giovani
della sua parrocchia in Emilia.
Ne sa qualcosa: “C’era
questa ragazza… devo proprio
raccontare?”. Erika resta
incinta, partorisce una
bambina: “Quando è nata
non volevo riconoscerla. Io,
un prete!”.Ma ilmagistrato
lo convoca. Alla fine Massimiliano
decide: “Ora viviamo
tutti insieme in una casa
della Curia. Finché troverò
un lavoro e lascerò la tonaca”.
È
difficile sopportare
quella solitudine: “È vero, lo
sapevamo anche prima di
prendere i voti. Ma in seminario
non ci hanno mai insegnato
ad affrontare il desiderio.
Ci hanno insegnato a
rimuoverlo”, parla don Riccardo
della diocesi di Savona.
“Non sono solo”, si limita
a dire. Un compagno? Fa
cenno di sì con la testa. “Ci
siamo conosciuti in un locale
gay di Nizza, in Francia”.
Non è il primo, non sarà l’ul -
timo.
Il missionario e la figlia
del predecessore
“La cosa peggiore è che il nascondimento
travolge tutta
la nostra vita. Cominci a
mentire sulla tua vita affettiva
e ti ritrovi a vivere nella
menzogna”, don Tullio vive
in Africa. Passa giorni senza
scambiare una parola in italiano.
“È una solitudine insopportabile”,
sbotta via Skype.
Ma non cerca giustificazioni:
“Ho una compagna”, poi
fa una smorfia. Disprezzo,
anche verso se stesso. “E la
cosa più ridicola è che lei è
figlia del missionario austriaco
che c’era prima di
me. E nella diocesi vicina il
parroco ha un compagno”.
Parla soltanto di questo Tullio,
un peso che non riesce a
sostenere. Non ti dice nemmeno
che passa le giornate a
curare i malati di Aids e di
malaria.
“La mancanza d’amore, di
affetto... l’umiliazione della
dimensione fisica della vita...
ci stanno travolgendo,
noi e la Chiesa”, la voce di
don Tullio si fa acuta, piena
di rabbia: “E pensare che la
castità se la sono inventata
per difendere il patrimonio
della Chiesa. Non c’è scritto
nella Bibbia. Anzi, san Paolo
dice: se uno non sa badare alla
famiglia, come potrà avere
cura della Chiesa di Dio? Finirà
che i preti potranno
sposarsi. È inevitabile. E noi
avremo tutti sofferto per
niente
martedì 20 ottobre 2015
Sinodo, scontro all’ultima porpora tra le due Chiese Anche se gli alti prelati minimizzano, la visione conservatrice e quella progressista si combatteranno
MARCO MARZANO
Intervistati dai giornali, gli
alti prelati si lamentano
immancabilmente del fatto
che il dibattito all’inter -
no della Chiesa Cattolica venga
rappresentato come uno
scontro tra conservatori e
progressisti. Le cose sarebbero,
a giudizio dei porporati,
sempre più complesse, articolate,
sfumate. Io credo che non
sia vero. La cultura cattolica
ha difficoltà congenite ad accettare
la possibilità del conflitto,
visto sempre come lacerazione,
frattura, odio. Eppure
quello che andrà in scena a
partire da oggi (il Sinodo sulla
famiglia che durerà fino al 25
ottobre) è proprio uno scontro,
durissimo e frontale, tra
due visioni del mondo, della
fede, della Chiesa e del suo
rapporto con le donne e gli uomini
del nostro tempo.
DIETRO una prima barricata ci
sono i conservatori, spaventati
dall’eventualità di qualsiasi
cambiamento, arroccati intorno
alla difesa ad oltranza della
tradizione. A tutti costoro non
interessa nulla del fatto che
l’intero impianto della dottrina
cattolica sulla sessualità e il
matrimonio sia diventato del
tutto inservibile e anacronistico
per quasi tutti noi. Loro non
si curano del fatto che le giovani
coppie, anche quelle che
frequentano ancora le parrocchie,
facciano serenamente
l’amore prima del matrimonio,
usino gli anticoncezionali,
vadano a convivere prima di
sposarsi e poi, se le cose non
vanno, se emergono problemi
che paiono insormontabili,
con dolore si separino e divorzino,
come fanno tutti gli altri.
Non si preoccupano costoro
del fatto che l’omofobia è in
vertiginosa diminuzione nelle
nostre società e che nessuna
persona civile considera ormai
più l’omosessualità come
una malattia, o come un tragico
errore della creazione. No,
di tutto questo e di molto altro,
questi signori se ne infischiano
altamente. Loro hanno scelto
di “remare contro”, di combattere
fino in fondo la modernità,
tentando di costringere la
Chiesa a recitare la parte di testimone
del bel tempo andato,
di trasformarla in una sorta di
reperto archeologico dell’epoca
che ha preceduto la modernità.
Sanno in cuor loro che
il mondo che loro rimpiangono
non tornerà mai più, sono
consapevoli del fatto che, se la
loro linea prevalesse, il ritardo
accumulato dalla Chiesa rispetto
al proprio tempo, quello
che il cardinal Martini stimava
in duecento anni, diventerebbe
sempre più ampio.
Comprendono perfettamente
tutto questo i reazionari, eppure
sanno anche che, pur ridotto
all’osso, continueranno
ad avere il loro pubblico di proseliti,
che insisteranno nel rivolgersi
a loro quei fedeli inadatti
a diventare persone autonome
avendo sempre bisogno,
anche a settant’anni, di
qualcuno che li guidi come pecorelle
smarrite, che li perdoni,
li assolva per le loro mancanze,
che casomai li porti a
Medjugorje e lì li faccia genuflettere
di fronte al veggente di
turno. I conservatori sono
consapevoli che la modernità
genera sentimenti contrastanti,
che vi saranno sempre
coloro che la rifiutano per volgere
indietro lo sguardo verso
un passato idealizzato e rimpianto
così come vi saranno, e
non saranno pochi, i convertiti
alla tradizione per disperazione,
i falliti scartati dalla modernità,
gli eterni creduloni.
Sulla seconda barricata ci
sono i progressisti. Il loro compito
è difficilissimo. Devono
mostrare al mondo intero che
riformare un’istituzione vecchia
di due millenni non è una
missione impossibile, uno
sforzo vano, che il cattolicesimo
può ancora interloquire in
modo fruttuoso con le donne e
gli uomini del nostro tempo,
che esso può convivere con l’emancipazione
femminile, l’omosessualità,
la libertà sessuale,
il pluralismo sociale e
politico senza venirne annientato,
senza essere fatto a pezzi.
Ma al contrario, venendo rinnovato
dai segni dei tempi, sintomi
dell’attualità e non dell’anacronismo
del Vangelo.
LA BATTAGLIA tra questi due
gruppi infurierà nei prossimi
giorni. Senza esclusione di
colpi, seppure addolciti dalla
consueta morbida retorica
clericale. Non sarà un semplice
scontro tra élites, perché ad
assistervi con il fiato sospeso e
da lontano saranno masse di
cattolici, ugualmente divisi in
conservatori e progressisti
(come avviene ormai in tutte le
religioni del mondo). In gioco
c’è il futuro della Chiesa, il suo
destino prossimo. Un sassolino
gettato nella direzione giusta
potrebbe provocare una
vera e propria frana nella vecchia
e artritica impalcatura
cattolica: fuor di metafora, un
cambiamento significativo
nell’atteggiamento verso i divorziati
risposati potrebbe
portare a progressive aperture
sugli omosessuali, sulla morale
familiare, e addirittura, un
giorno, sulla norma più importante
di tutte, quella che regola
il celibato ecclesiastico obbligatorio
e struttura così l’intera
organizzazione della gerarchia
ecclesiastica come corpo
di funzionari celibi maschi. È
quel che temono i conservatori
ed è quel che invece sperano
i più radicali tra i progressisti.
È quel che forse desidera anche
il papa, il quale, fino a questo
momento, ha assistito al dibattito
osservando le posizioni
in campo, senza intervenire
direttamente, senza orientare
il dibattito nell’una o nell’altra
direzione. La decisione finale
spetterà a lui, ma è chiaro che
non potrà che riflettere l’anda -
mento di questa drammatica
partita.
© RIPRODUZIONE
Intervistati dai giornali, gli
alti prelati si lamentano
immancabilmente del fatto
che il dibattito all’inter -
no della Chiesa Cattolica venga
rappresentato come uno
scontro tra conservatori e
progressisti. Le cose sarebbero,
a giudizio dei porporati,
sempre più complesse, articolate,
sfumate. Io credo che non
sia vero. La cultura cattolica
ha difficoltà congenite ad accettare
la possibilità del conflitto,
visto sempre come lacerazione,
frattura, odio. Eppure
quello che andrà in scena a
partire da oggi (il Sinodo sulla
famiglia che durerà fino al 25
ottobre) è proprio uno scontro,
durissimo e frontale, tra
due visioni del mondo, della
fede, della Chiesa e del suo
rapporto con le donne e gli uomini
del nostro tempo.
DIETRO una prima barricata ci
sono i conservatori, spaventati
dall’eventualità di qualsiasi
cambiamento, arroccati intorno
alla difesa ad oltranza della
tradizione. A tutti costoro non
interessa nulla del fatto che
l’intero impianto della dottrina
cattolica sulla sessualità e il
matrimonio sia diventato del
tutto inservibile e anacronistico
per quasi tutti noi. Loro non
si curano del fatto che le giovani
coppie, anche quelle che
frequentano ancora le parrocchie,
facciano serenamente
l’amore prima del matrimonio,
usino gli anticoncezionali,
vadano a convivere prima di
sposarsi e poi, se le cose non
vanno, se emergono problemi
che paiono insormontabili,
con dolore si separino e divorzino,
come fanno tutti gli altri.
Non si preoccupano costoro
del fatto che l’omofobia è in
vertiginosa diminuzione nelle
nostre società e che nessuna
persona civile considera ormai
più l’omosessualità come
una malattia, o come un tragico
errore della creazione. No,
di tutto questo e di molto altro,
questi signori se ne infischiano
altamente. Loro hanno scelto
di “remare contro”, di combattere
fino in fondo la modernità,
tentando di costringere la
Chiesa a recitare la parte di testimone
del bel tempo andato,
di trasformarla in una sorta di
reperto archeologico dell’epoca
che ha preceduto la modernità.
Sanno in cuor loro che
il mondo che loro rimpiangono
non tornerà mai più, sono
consapevoli del fatto che, se la
loro linea prevalesse, il ritardo
accumulato dalla Chiesa rispetto
al proprio tempo, quello
che il cardinal Martini stimava
in duecento anni, diventerebbe
sempre più ampio.
Comprendono perfettamente
tutto questo i reazionari, eppure
sanno anche che, pur ridotto
all’osso, continueranno
ad avere il loro pubblico di proseliti,
che insisteranno nel rivolgersi
a loro quei fedeli inadatti
a diventare persone autonome
avendo sempre bisogno,
anche a settant’anni, di
qualcuno che li guidi come pecorelle
smarrite, che li perdoni,
li assolva per le loro mancanze,
che casomai li porti a
Medjugorje e lì li faccia genuflettere
di fronte al veggente di
turno. I conservatori sono
consapevoli che la modernità
genera sentimenti contrastanti,
che vi saranno sempre
coloro che la rifiutano per volgere
indietro lo sguardo verso
un passato idealizzato e rimpianto
così come vi saranno, e
non saranno pochi, i convertiti
alla tradizione per disperazione,
i falliti scartati dalla modernità,
gli eterni creduloni.
Sulla seconda barricata ci
sono i progressisti. Il loro compito
è difficilissimo. Devono
mostrare al mondo intero che
riformare un’istituzione vecchia
di due millenni non è una
missione impossibile, uno
sforzo vano, che il cattolicesimo
può ancora interloquire in
modo fruttuoso con le donne e
gli uomini del nostro tempo,
che esso può convivere con l’emancipazione
femminile, l’omosessualità,
la libertà sessuale,
il pluralismo sociale e
politico senza venirne annientato,
senza essere fatto a pezzi.
Ma al contrario, venendo rinnovato
dai segni dei tempi, sintomi
dell’attualità e non dell’anacronismo
del Vangelo.
LA BATTAGLIA tra questi due
gruppi infurierà nei prossimi
giorni. Senza esclusione di
colpi, seppure addolciti dalla
consueta morbida retorica
clericale. Non sarà un semplice
scontro tra élites, perché ad
assistervi con il fiato sospeso e
da lontano saranno masse di
cattolici, ugualmente divisi in
conservatori e progressisti
(come avviene ormai in tutte le
religioni del mondo). In gioco
c’è il futuro della Chiesa, il suo
destino prossimo. Un sassolino
gettato nella direzione giusta
potrebbe provocare una
vera e propria frana nella vecchia
e artritica impalcatura
cattolica: fuor di metafora, un
cambiamento significativo
nell’atteggiamento verso i divorziati
risposati potrebbe
portare a progressive aperture
sugli omosessuali, sulla morale
familiare, e addirittura, un
giorno, sulla norma più importante
di tutte, quella che regola
il celibato ecclesiastico obbligatorio
e struttura così l’intera
organizzazione della gerarchia
ecclesiastica come corpo
di funzionari celibi maschi. È
quel che temono i conservatori
ed è quel che invece sperano
i più radicali tra i progressisti.
È quel che forse desidera anche
il papa, il quale, fino a questo
momento, ha assistito al dibattito
osservando le posizioni
in campo, senza intervenire
direttamente, senza orientare
il dibattito nell’una o nell’altra
direzione. La decisione finale
spetterà a lui, ma è chiaro che
non potrà che riflettere l’anda -
mento di questa drammatica
partita.
© RIPRODUZIONE
sabato 17 ottobre 2015
MUOIO E LASCIO FACEBOOK IN EREDITÀ » SELVAGGIA LUCARELLI
Mark Zuckerberg ha già
capito chi saranno, su
Facebook, gli utenti più numerosi
in un futuro neanche
troppo lontano. No, non saranno
quelli che continueranno
a commentare “E i
marò?”anche se si discute di
surriscaldamento del pianeta.
Non saranno neanche
quelli che tu scrivi “Bella
giornata oggi!” e ti
rispondono “O s p itali
a casa tua!”. Saranno
i morti. Non
scherzo. Conti alla
mano, tra qualche
decennio, su Facebook,
i morti saranno
più numerosi dei vivi. E se al
mome n t o Ma r k s i e r a
preoccupato solo di creare
un modulo in cui segnalare
l’eventuale dipartita di un
utente, ora Facebook
ha creato un
modulo da compilare
in vita. Una
sorta di testamento
virtuale in cui
tutti noi possiamo
decidere due cose fondamentali:
chi erediterà la
nostra pagina e cosa potrà
scrivere in un unico post tipo
epitaffio L’SEGUE DALLA PRIMA
» SELVAGGIA LUCARELLI
erede potrà poi di sua iniziativa
stabilire a chi dare l’ami -
cizia al posto nostro e scegliere
la nostra immagine profilo.
Ora. Non so voi ma io sono
molto preoccupata. Giuro
che ho trovato più semplice
decidere l’eventuale futuro
di reni e cornee dopo la mia
dipartita che il futuro della
mia pagina Facebook.
L’idea che qualcuno, col
mio account, possa dare l’amicizia
a Salvini senza consultarmi
o a qualche mio ex a
cui avevo detto “a te manco
mo rt a! ”, mi terrorizza. Per
non parlare poi dell’idea di
affidare a un altro la scelta
della mia foto profilo.
Per dire. Se deleghi un marito
o un fidanzato stai certo
che sceglierà la foto in cui
stai più di merda, perché mariti
e fidanzati hanno il commovente
talento di notare, in
foto, un poro dilatato su una
chiappa di Belen ma di esclamare
“che bella questa!” osservando
un tuo primo piano
in cui sorridi con una foglia
di banano tra i denti. E poi
questa frustrazione di dover
decidere l’epitaffio virtuale
con la consapevolezza che
sarà l’unico post in cui non
saprai mai quanti like prendi,
nonché quella di non poter
rispondere con un dito
medio a tutti quelli che in vita
ti chiamavano “cazzone avar
ia to ” e che ora, da morto,
scrivono “Ci mancherai tanto.
Rip!”.
Che poi questa roba dell’erede
diventerà un inferno.
Zuckerberg non ha considerato
una cosa. Cosa succede
quando muore il nostro erede?
Dovrà decidere prima a
chi lasciare la sua bacheca e
pure la nostra? A parte che
già ci accolliamo i problemi
dei vivi, ci manca solo di accollarci
quelli dei morti, ma poi immaginate la bacheca di
unmorto che passa dimano
in mano, di generazione in
generazione, roba che uno
alla fine si ritroverà a gestire
pagine Facebook di gente
che non sa chi minchia sia e
anche ad accettare nuove amicizie
per lui. Non capiremo
più niente. Finiremo tutti
per mandare nostre foto in
mutande a gente morta duecento
anni prima. Un inferno.
Zuckerberg, ripensaci.
CATERINA BALIVO
Lascerei la mia pagina a mia
sorella Sarah Balivo. Vorrei
che scrivesse per me: “Me ne
sono andata. Felici in molti.
Dispiaciuti in pochi, ma buoni”.
Chiedo di ricordarmi per
i miei look improbabili, le
mie gaffe colorite e per i miei
sorrisi al 99% veri. Perché
scusate ma a me la vita piaceva
davvero.
LUCA BIZZARRI
So perfettamente a chi la lascerei
in eredità: a Selvaggia
Lucarelli, Gianluca Neri e
Guia Soncini, anche se probabilmente
ce l’hanno già.
Per quel che riguarda l’epi -
taffio: “Sono morto, inutile
menarmelo”.
MARA CARFAGNA
La mia bacheca la lascerei in
eredità alla mia fidatissima
assistente Mary, che mi è accanto
da dieci anni. Il mio ultimo
post sarebbe una semplice
mia foto sorridente con
la mano aperta, in segno di saluto,
e un “Torno presto!”.
RITA DALLA CHIESA
Non lascerei la mia bacheca
Facebook a nessuno perché
quella pagina rappresenta la
mia vita, le mie idee e pure le
mie cavolate. Chiederei a mia
figlia di chiuderla. L’epitaf -
fio? “Al mio, ho sempre preferito
il respiro del mare”.
FEDEZ
Lascerei la mia pagina Facebook
a Maurizio Gasparri,
così sono certo che si sentirebbe
la mia mancanza. Per
l’epitaffio: “Sono morto,
Zuckerberg introduci il tasto
mi dispiace!”.
GENE GNOCCHI
Io lascerò la mia bacheca Facebook
a Mark Zuckerberg,
così se la vende come usato
sicuro. Riguardo l’epitaf fio,
sono indeciso tra due ipotesi.
O“non vendeva realtà ma solidi
sogni”o“vorrei rinascere
borsello”. Ci penso ancora un
po’.
F I O R E L LO
La mia pagina personale la
lascerei in eredità all’unico
uomo eterno: Gianni Morandi.
L’epitaffio: “Uno su mille
ce la fa”. Ma quello non ero
io.
BEPPE GRILLO
Lascerei la mia bacheca in eredità
a Giorgio Napolitano,
così erediterebbe anche gli
insulti. Come frase invece
vorrei la seguente: “Chi mi
paga la bara e la lapide? Fate
un crowdfunding!”.
FRANK MATANO
La lascerei a Gianni Morandi,
è l’unico che la saprebbe
gestire al meglio, lui sa che da
grandi poteri derivano grandi
responsabilità. Come epitaffio
voglio una mia foto in
bianco e nero con scritto sopra
“Un uomo che non ha mai
conosciuto Maradona di persona.
Foto di Anna”.
GIORGIA MELONI
Il mio erede sarebbe Paolo
Del Debbio, perché continuerebbe
a usarla per parlare
dei problemi degli italiani.
E su Facebook ce n’è bisogno
visto che chi ci governa
pubblica solo selfie alla
Paolini per celebrare vittorie
di altri, tipo Renzi. L’epitaffio:
“Sempre e ovunque
prima di tutto italiana. E ora,
sommessamente, vi saluto”.
ENRICO MENTANA
Non lo lascerei a nessuno in
eredità, Facebook è gratuito
per definizione. Come epitaffio
vorrei naturalmente
la manina col pollice all’i ngiù:
non mi piace.
GIANNI MORANDI
Naturalmente lascerei la
mia pagina ad Anna, anche
se bisogna vedere chi se ne
andrà prima!
A proposito: so che Fiorello
vuole lasciare a me il suo
Facebook perchè sono eterno,
ma dall’eterno ragazzo
all’eterno riposo è un attimo!
Come epitaffio direi che mi
basta questo: “Ho vissuto una
vita meravigliosa”. Dice
tutto.
ALDO NOVE
Lascerei in eredità la mia pagina
a Espedita Fisher, anima
libera, autrice e editrice
di libri bellissimi che cerca
la verità a 360 gradi e non
smette mai di stupirsi. La
frase che lascerei come epitaffio
è del mio mio maestro
Sri Nisargadatta Maharaji:
“Tutto ciò che è spirituale è,
ma non esiste. Tutto ciò che
materiale esiste, ma non è.”
Non fa niente se non si capisce.
Non tutto deve essere
capito.
NICOLA SAVINO
Io da morto farei tutto quello
che da buon doroteo non
ho il coraggio di fare in vita.
Per l’erede scelgo il basso
profilo: Andrea Diprè. Per la
frase sulla lapide virtuale cito
Califano: “Non escludo il
ritorno”.
© RIPR
capito chi saranno, su
Facebook, gli utenti più numerosi
in un futuro neanche
troppo lontano. No, non saranno
quelli che continueranno
a commentare “E i
marò?”anche se si discute di
surriscaldamento del pianeta.
Non saranno neanche
quelli che tu scrivi “Bella
giornata oggi!” e ti
rispondono “O s p itali
a casa tua!”. Saranno
i morti. Non
scherzo. Conti alla
mano, tra qualche
decennio, su Facebook,
i morti saranno
più numerosi dei vivi. E se al
mome n t o Ma r k s i e r a
preoccupato solo di creare
un modulo in cui segnalare
l’eventuale dipartita di un
utente, ora Facebook
ha creato un
modulo da compilare
in vita. Una
sorta di testamento
virtuale in cui
tutti noi possiamo
decidere due cose fondamentali:
chi erediterà la
nostra pagina e cosa potrà
scrivere in un unico post tipo
epitaffio L’SEGUE DALLA PRIMA
» SELVAGGIA LUCARELLI
erede potrà poi di sua iniziativa
stabilire a chi dare l’ami -
cizia al posto nostro e scegliere
la nostra immagine profilo.
Ora. Non so voi ma io sono
molto preoccupata. Giuro
che ho trovato più semplice
decidere l’eventuale futuro
di reni e cornee dopo la mia
dipartita che il futuro della
mia pagina Facebook.
L’idea che qualcuno, col
mio account, possa dare l’amicizia
a Salvini senza consultarmi
o a qualche mio ex a
cui avevo detto “a te manco
mo rt a! ”, mi terrorizza. Per
non parlare poi dell’idea di
affidare a un altro la scelta
della mia foto profilo.
Per dire. Se deleghi un marito
o un fidanzato stai certo
che sceglierà la foto in cui
stai più di merda, perché mariti
e fidanzati hanno il commovente
talento di notare, in
foto, un poro dilatato su una
chiappa di Belen ma di esclamare
“che bella questa!” osservando
un tuo primo piano
in cui sorridi con una foglia
di banano tra i denti. E poi
questa frustrazione di dover
decidere l’epitaffio virtuale
con la consapevolezza che
sarà l’unico post in cui non
saprai mai quanti like prendi,
nonché quella di non poter
rispondere con un dito
medio a tutti quelli che in vita
ti chiamavano “cazzone avar
ia to ” e che ora, da morto,
scrivono “Ci mancherai tanto.
Rip!”.
Che poi questa roba dell’erede
diventerà un inferno.
Zuckerberg non ha considerato
una cosa. Cosa succede
quando muore il nostro erede?
Dovrà decidere prima a
chi lasciare la sua bacheca e
pure la nostra? A parte che
già ci accolliamo i problemi
dei vivi, ci manca solo di accollarci
quelli dei morti, ma poi immaginate la bacheca di
unmorto che passa dimano
in mano, di generazione in
generazione, roba che uno
alla fine si ritroverà a gestire
pagine Facebook di gente
che non sa chi minchia sia e
anche ad accettare nuove amicizie
per lui. Non capiremo
più niente. Finiremo tutti
per mandare nostre foto in
mutande a gente morta duecento
anni prima. Un inferno.
Zuckerberg, ripensaci.
CATERINA BALIVO
Lascerei la mia pagina a mia
sorella Sarah Balivo. Vorrei
che scrivesse per me: “Me ne
sono andata. Felici in molti.
Dispiaciuti in pochi, ma buoni”.
Chiedo di ricordarmi per
i miei look improbabili, le
mie gaffe colorite e per i miei
sorrisi al 99% veri. Perché
scusate ma a me la vita piaceva
davvero.
LUCA BIZZARRI
So perfettamente a chi la lascerei
in eredità: a Selvaggia
Lucarelli, Gianluca Neri e
Guia Soncini, anche se probabilmente
ce l’hanno già.
Per quel che riguarda l’epi -
taffio: “Sono morto, inutile
menarmelo”.
MARA CARFAGNA
La mia bacheca la lascerei in
eredità alla mia fidatissima
assistente Mary, che mi è accanto
da dieci anni. Il mio ultimo
post sarebbe una semplice
mia foto sorridente con
la mano aperta, in segno di saluto,
e un “Torno presto!”.
RITA DALLA CHIESA
Non lascerei la mia bacheca
Facebook a nessuno perché
quella pagina rappresenta la
mia vita, le mie idee e pure le
mie cavolate. Chiederei a mia
figlia di chiuderla. L’epitaf -
fio? “Al mio, ho sempre preferito
il respiro del mare”.
FEDEZ
Lascerei la mia pagina Facebook
a Maurizio Gasparri,
così sono certo che si sentirebbe
la mia mancanza. Per
l’epitaffio: “Sono morto,
Zuckerberg introduci il tasto
mi dispiace!”.
GENE GNOCCHI
Io lascerò la mia bacheca Facebook
a Mark Zuckerberg,
così se la vende come usato
sicuro. Riguardo l’epitaf fio,
sono indeciso tra due ipotesi.
O“non vendeva realtà ma solidi
sogni”o“vorrei rinascere
borsello”. Ci penso ancora un
po’.
F I O R E L LO
La mia pagina personale la
lascerei in eredità all’unico
uomo eterno: Gianni Morandi.
L’epitaffio: “Uno su mille
ce la fa”. Ma quello non ero
io.
BEPPE GRILLO
Lascerei la mia bacheca in eredità
a Giorgio Napolitano,
così erediterebbe anche gli
insulti. Come frase invece
vorrei la seguente: “Chi mi
paga la bara e la lapide? Fate
un crowdfunding!”.
FRANK MATANO
La lascerei a Gianni Morandi,
è l’unico che la saprebbe
gestire al meglio, lui sa che da
grandi poteri derivano grandi
responsabilità. Come epitaffio
voglio una mia foto in
bianco e nero con scritto sopra
“Un uomo che non ha mai
conosciuto Maradona di persona.
Foto di Anna”.
GIORGIA MELONI
Il mio erede sarebbe Paolo
Del Debbio, perché continuerebbe
a usarla per parlare
dei problemi degli italiani.
E su Facebook ce n’è bisogno
visto che chi ci governa
pubblica solo selfie alla
Paolini per celebrare vittorie
di altri, tipo Renzi. L’epitaffio:
“Sempre e ovunque
prima di tutto italiana. E ora,
sommessamente, vi saluto”.
ENRICO MENTANA
Non lo lascerei a nessuno in
eredità, Facebook è gratuito
per definizione. Come epitaffio
vorrei naturalmente
la manina col pollice all’i ngiù:
non mi piace.
GIANNI MORANDI
Naturalmente lascerei la
mia pagina ad Anna, anche
se bisogna vedere chi se ne
andrà prima!
A proposito: so che Fiorello
vuole lasciare a me il suo
Facebook perchè sono eterno,
ma dall’eterno ragazzo
all’eterno riposo è un attimo!
Come epitaffio direi che mi
basta questo: “Ho vissuto una
vita meravigliosa”. Dice
tutto.
ALDO NOVE
Lascerei in eredità la mia pagina
a Espedita Fisher, anima
libera, autrice e editrice
di libri bellissimi che cerca
la verità a 360 gradi e non
smette mai di stupirsi. La
frase che lascerei come epitaffio
è del mio mio maestro
Sri Nisargadatta Maharaji:
“Tutto ciò che è spirituale è,
ma non esiste. Tutto ciò che
materiale esiste, ma non è.”
Non fa niente se non si capisce.
Non tutto deve essere
capito.
NICOLA SAVINO
Io da morto farei tutto quello
che da buon doroteo non
ho il coraggio di fare in vita.
Per l’erede scelgo il basso
profilo: Andrea Diprè. Per la
frase sulla lapide virtuale cito
Califano: “Non escludo il
ritorno”.
© RIPR
Mercoledì 30 settembre 2 01 5Denis Musk » MARCO TRAVAGLIO
Mentre noi scriviamo e
voi leggete, Denis
Verdini è indaffarato
in frenetici conciliaboli tra ristoranti,
bar e un ufficetto nel
centro di Roma, dove riceve
vorticosamente parlamentari
forzisti (soprattutto senatori, i
più richiesti) per convincerli a
passare con lui, cioè nel suo movimento
“Al a” che, se tutto va
bene, diventerà presto un gruppo
autonomo alla Camera e al
Senato. Ala è l’acronimo di “A lleanza
liberalpopolare autonomie”
ma, per quanto lo riguarda,
potrebbe esserlo pure di
“Associazione loschi abusi”,
“Avanzi logge accroccate”, “Astenersi
luridi antirenziani”, o
“Antipasto e lonza amatriciana”.
Tanto è un parcheggio a ore
per fare rifornimento in vista
della ripartenza verso il Partito
della Nazione, destinato a superare
i polverosi steccati ideologici
fra destra e sinistra, ma soprattutto
fra guardie e ladri. Gli
alti principi ispiratori del suo agire
li ha illustrati egli stesso davanti
a una pajata: “Tutti mi
chiedono cosa ci guadagnano a
venire con me. Gli rispondo che
sono il taxi. Vuoi rimanere al
potere? Solo io ti conduco in
dieci minuti da Berlusconi a
Ma tte o”. Poi, contro ogni sospetto
di mitomania, l’Uomo
Taxi ha rivelato: “Ho giurato a
Matteo che costruiremo assieme
il partito della nazione” (o
della dazione, non sè capito bene,
ma agli astanti è piaciuto lo
stesso).
Le alate frasi sono uscite domenica
su Repubblica, unite alla
notizia – destinata a elettrizzare
vieppiù la base Pd –che i conti
dei nuovi acquisti “Verdini li
tiene direttamente con Luca
Lotti: si intendono a meraviglia,
c’è una linea diretta tra i due.
Stessa musica con Renzi, chiamato
affettuosamente ‘M a tteuccio’”.
Ora, siccome R e p u bblicanon
è proprio un bollettino
di provincia, c’era da attendersi
una smentita dal premier Matteuccio
e dal sottosegretario
Lotti. Ma non è arrivata, perché
tutti sanno che è tutto vero. Così
com’è vero che Verdini, avendo
compilato per 15 anni le liste locali
e nazionali di FI, sa vita,
morte e miracoli di tutti i forzisti,
il che lo rende particolarmente
persuasivo quando li invita,
a seconda del peso specifico,
per un caffè, o per un pranzo,
per una cena, o direttamente
nel suo ufficio a digiuno. Casomai
se lo fossero scordato, l’ha
rammentato a tutti con un pizzino
via Twitter una delle ultime
new entry, Francesco Saverio
Romano da Palermo, intimo
di Totò Cuffaro, già imputato
per mafia e assolto con formula
dubitativa: “Gli amici di FI usino
cautela parlando di Denis. È
galantuomo, conosce la loro
biografia e mantiene riserbo”.
Denis Musk, l’uomo che non deve
chiedere mai. In attesa di sapere qualcosa del
listino per la nomina dei futuri
senatori, sarebbe già un trionfo
conoscere il listino prezzi dei
senatori attuali. Se per l’imme -
diato Denis Musk può offrire
parecchio (posti di governo nel
prossimo rimpasto, presidenze
di commissione e cadreghe di
sottogoverno), ben altro chiedono
i profughi forzisti, perlopiù
migranti economici: la garanzia
di essere rieletti, con prebende
e soprattutto immunità.
E, con l’attuale legge elettorale
(l’Italicum), Verdini ha ben poco
da regalare: se il premio di
maggioranza va al primo partito,
e non alla coalizione, i rieletti
(cioè i rinominati) saranno tutti
del Pd, dei 5Stelle e del nascente
listone Forza Lega. Che senso
ha allora fuggire da FI? O il Pd –
o come diavolo si chiamerà –ac -
coglie Verdini e la sua fairy
band, il che appare francamente
improbabile persino per uno
come Renzi (che già deve aggiungere
posti a tavola agli alfanoidi),
oppure il barcone dei
profughi andrà alla deriva. Denis
Musk promette che “l’Itali -
cum cambierà, ma solo nel
201 7”, per infilare anche Ala
nella prossima abbuffata. E anche
su quest’affermazione, in
lievissima contraddizione con
le frasi ufficiali di Matteuccio e
Maria Elenuccia, si attendono
ancora smentite. L’altroieri però
quel gran genio di Bersani,
dopo mesi di campagna acquisti
verdiniana, ha notato qualcosa:
“Fuori Verdini dal nostro giardi
no ”. Gli ha risposto Roberto
Giachetti con un breve riepilogo
degli inciuci fatti dalla ditta
bersaniana con FI (allora coordinata
da Verdini) negli ultimi
quattro anni, daMonti a Letta,
prima che arrivasse Renzi:
“Perché allora il voto di Verdini
non puzzava?”. Gli si potrebbe
rispondere che almeno non l’avevano
promosso a padre costituente
né a reclutatore di truppe
governative, ma questi son
dettagli. Anche perché gli inciuci
risalgono a molto prima, e
non con Verdini, ma con B.
È questo il peccato originale
che macchia le coscienze di tutti
(compreso Giachetti, che è alla
Camera da 15 anni e non risulta
aver mai storto il naso) e
non consente a nessuno di dare
lezioni. Nemmeno di notare
che Renzi, pur non avendo alcuna
analogia biografica con B.,
ha sostituito il programma del
Pd con quello di FI e fa tutto ciò
che neppure B. era riuscito o aveva
osato fare (mancava giusto
il Ponte sullo Stretto, infatti
ieri il governo ha riaperto la
pratica). Conosciamo l’ob iezione:
B. aveva il conflitto d’i nteressi,
Renzi no. Ma questa
non è un’attenuante, semmai
un’aggravante: se Silvio faceva
porcherie perché doveva farle,
altrimenti lo arrestavano e falliva
per debiti, Matteo le fa perché
ne è proprio convinto. Ma
nessuno, nel Pd e dall’altra parte,
ha alcun titolo per rinfacciargliele.
La Ditta è il delitto e
Renzi è il castigo, così come B.
fu la punizione dei tanti peccati
della partitocrazia. Nel novembre
‘94, Indro Montanelli scrisse
sulla Voce:“La sua squadra ci
fa rimpiangere le più sgangherate
ammucchiate della prima
Repubblica. Ma solo come espiazione
il governo di Berlusconi
ha un senso”. Lo stesso si
può dire oggi di Renzi per la Seconda
Repubblica: solo come espiazione
il suo governo ha un
senso. Solo come purga.
voi leggete, Denis
Verdini è indaffarato
in frenetici conciliaboli tra ristoranti,
bar e un ufficetto nel
centro di Roma, dove riceve
vorticosamente parlamentari
forzisti (soprattutto senatori, i
più richiesti) per convincerli a
passare con lui, cioè nel suo movimento
“Al a” che, se tutto va
bene, diventerà presto un gruppo
autonomo alla Camera e al
Senato. Ala è l’acronimo di “A lleanza
liberalpopolare autonomie”
ma, per quanto lo riguarda,
potrebbe esserlo pure di
“Associazione loschi abusi”,
“Avanzi logge accroccate”, “Astenersi
luridi antirenziani”, o
“Antipasto e lonza amatriciana”.
Tanto è un parcheggio a ore
per fare rifornimento in vista
della ripartenza verso il Partito
della Nazione, destinato a superare
i polverosi steccati ideologici
fra destra e sinistra, ma soprattutto
fra guardie e ladri. Gli
alti principi ispiratori del suo agire
li ha illustrati egli stesso davanti
a una pajata: “Tutti mi
chiedono cosa ci guadagnano a
venire con me. Gli rispondo che
sono il taxi. Vuoi rimanere al
potere? Solo io ti conduco in
dieci minuti da Berlusconi a
Ma tte o”. Poi, contro ogni sospetto
di mitomania, l’Uomo
Taxi ha rivelato: “Ho giurato a
Matteo che costruiremo assieme
il partito della nazione” (o
della dazione, non sè capito bene,
ma agli astanti è piaciuto lo
stesso).
Le alate frasi sono uscite domenica
su Repubblica, unite alla
notizia – destinata a elettrizzare
vieppiù la base Pd –che i conti
dei nuovi acquisti “Verdini li
tiene direttamente con Luca
Lotti: si intendono a meraviglia,
c’è una linea diretta tra i due.
Stessa musica con Renzi, chiamato
affettuosamente ‘M a tteuccio’”.
Ora, siccome R e p u bblicanon
è proprio un bollettino
di provincia, c’era da attendersi
una smentita dal premier Matteuccio
e dal sottosegretario
Lotti. Ma non è arrivata, perché
tutti sanno che è tutto vero. Così
com’è vero che Verdini, avendo
compilato per 15 anni le liste locali
e nazionali di FI, sa vita,
morte e miracoli di tutti i forzisti,
il che lo rende particolarmente
persuasivo quando li invita,
a seconda del peso specifico,
per un caffè, o per un pranzo,
per una cena, o direttamente
nel suo ufficio a digiuno. Casomai
se lo fossero scordato, l’ha
rammentato a tutti con un pizzino
via Twitter una delle ultime
new entry, Francesco Saverio
Romano da Palermo, intimo
di Totò Cuffaro, già imputato
per mafia e assolto con formula
dubitativa: “Gli amici di FI usino
cautela parlando di Denis. È
galantuomo, conosce la loro
biografia e mantiene riserbo”.
Denis Musk, l’uomo che non deve
chiedere mai. In attesa di sapere qualcosa del
listino per la nomina dei futuri
senatori, sarebbe già un trionfo
conoscere il listino prezzi dei
senatori attuali. Se per l’imme -
diato Denis Musk può offrire
parecchio (posti di governo nel
prossimo rimpasto, presidenze
di commissione e cadreghe di
sottogoverno), ben altro chiedono
i profughi forzisti, perlopiù
migranti economici: la garanzia
di essere rieletti, con prebende
e soprattutto immunità.
E, con l’attuale legge elettorale
(l’Italicum), Verdini ha ben poco
da regalare: se il premio di
maggioranza va al primo partito,
e non alla coalizione, i rieletti
(cioè i rinominati) saranno tutti
del Pd, dei 5Stelle e del nascente
listone Forza Lega. Che senso
ha allora fuggire da FI? O il Pd –
o come diavolo si chiamerà –ac -
coglie Verdini e la sua fairy
band, il che appare francamente
improbabile persino per uno
come Renzi (che già deve aggiungere
posti a tavola agli alfanoidi),
oppure il barcone dei
profughi andrà alla deriva. Denis
Musk promette che “l’Itali -
cum cambierà, ma solo nel
201 7”, per infilare anche Ala
nella prossima abbuffata. E anche
su quest’affermazione, in
lievissima contraddizione con
le frasi ufficiali di Matteuccio e
Maria Elenuccia, si attendono
ancora smentite. L’altroieri però
quel gran genio di Bersani,
dopo mesi di campagna acquisti
verdiniana, ha notato qualcosa:
“Fuori Verdini dal nostro giardi
no ”. Gli ha risposto Roberto
Giachetti con un breve riepilogo
degli inciuci fatti dalla ditta
bersaniana con FI (allora coordinata
da Verdini) negli ultimi
quattro anni, daMonti a Letta,
prima che arrivasse Renzi:
“Perché allora il voto di Verdini
non puzzava?”. Gli si potrebbe
rispondere che almeno non l’avevano
promosso a padre costituente
né a reclutatore di truppe
governative, ma questi son
dettagli. Anche perché gli inciuci
risalgono a molto prima, e
non con Verdini, ma con B.
È questo il peccato originale
che macchia le coscienze di tutti
(compreso Giachetti, che è alla
Camera da 15 anni e non risulta
aver mai storto il naso) e
non consente a nessuno di dare
lezioni. Nemmeno di notare
che Renzi, pur non avendo alcuna
analogia biografica con B.,
ha sostituito il programma del
Pd con quello di FI e fa tutto ciò
che neppure B. era riuscito o aveva
osato fare (mancava giusto
il Ponte sullo Stretto, infatti
ieri il governo ha riaperto la
pratica). Conosciamo l’ob iezione:
B. aveva il conflitto d’i nteressi,
Renzi no. Ma questa
non è un’attenuante, semmai
un’aggravante: se Silvio faceva
porcherie perché doveva farle,
altrimenti lo arrestavano e falliva
per debiti, Matteo le fa perché
ne è proprio convinto. Ma
nessuno, nel Pd e dall’altra parte,
ha alcun titolo per rinfacciargliele.
La Ditta è il delitto e
Renzi è il castigo, così come B.
fu la punizione dei tanti peccati
della partitocrazia. Nel novembre
‘94, Indro Montanelli scrisse
sulla Voce:“La sua squadra ci
fa rimpiangere le più sgangherate
ammucchiate della prima
Repubblica. Ma solo come espiazione
il governo di Berlusconi
ha un senso”. Lo stesso si
può dire oggi di Renzi per la Seconda
Repubblica: solo come espiazione
il suo governo ha un
senso. Solo come purga.
Strage di Capaci Cosimo D’Amato fornì l’esplosivo a Riina per uccidere Falcone Il pescatore delle bombe ora collabora
In cambio delle sue “cassette
di pesce” (così al telefono
indicava l’esplosivo) riceveva
un “lauto compenso”.
Perciò si impegnò a procurare
il tritolo, tirando su
dai fondali marini un quantitativo
fra i 1.280 e i 1.340
chili, per consegnarlo ai killer
di Totò Riina. Ora, a tre
anni dal suo arresto, Cosimo
D’Amato ha deciso di “cambiare
vita” e ha riempito decine
di pagine di verbali fitti
di nomi, al momento coperti
da omissis, che promettono
di fornire un nuovo tassello
alla ricostruzione della strage
di Capaci.
IL PESCATORE di Porticello
che andava a recuperare le
bombe in profondità risalenti
alla Seconda guerra mondiale
si è pentito già da qualche
settimana, ma la notizia è
trapelata ieri mattina nell’aula
di Caltanissetta dove si
celebra il processo bis per
“l’attentatone” che fece saltare
sull’autostrada Giovanni
Falcone, la moglie Francesca
Morvillo e tre agenti di
scorta. Il pm Stefano Luciani
ha chiesto l’audizione di
D’Amato, ma sull’istanza devono
ancora pronunciarsi i
difensori che prima di dare il
consenso vogliono leggere i
verbali del neo-pentito senza
omissis. Non si sa ancora,
infatti, se il pescatore di tritolo
si limita a indicare gli uomini
d’onore del commando
di Capaci o se tira in ballo anche
concorrenti esterni a Cosa
Nostra.
E a tal proposito, l’avvoca -
to Flavio Sinatra, legale del
boss Salvino Madonia, ha
chiesto di interrogare nuovamente
in aula il pentito
Gioacchino La Barbera, che
in una recente intervista sulla
preparazione dell’attenta -
to a Falcone ha parlato della
presenza di un uomo di 45
anni “che non era dei nostri’’,
ma anche di “riunioni con
g e ne r a l i”, e di incontri “tra
Riina ed ex ministri democristiani”
per la pianificazioni
delle stragi. La Corte si è
riservata di decidere. Tirato
in ballo da Gaspare Spatuzza,
D’Amato è già stato condannato
a 30 anni con il rito
abbreviato dal gup di Caltanissetta
per i l “b o t t o”
sull’autostrada (l’appello comincerà
il 14 ottobre) e
all’ergastolo a Firenze per avere
fornito l’esplosivo utilizzato
negli attentati del
‘93.
SUL RUOLO del neo-pentito,
che era un manovale del clan
di Brancaccio, Spatuzza ha
raccontato: “Era lui che si occupava
del recupero del tritolo
in mare, lo prendeva dai
siluri rimasti nei fondali davanti
Palermo”. E poi ha
spiegato la procedura: “C’erano
i pescherecci ormeggiati:
salivamo sopra uno di
questi, nei fianchi erano legate
delle funi che reggevano
i fusti semi sommersi, bastava
trascinarli su”. Tra gli esecutori
indicati da D’Amato
ci sarebbero Giuseppe Barranca,
Cristoforo Cannella,
Cosimo Lo Nigro e lo stesso
Spatuzza. In aula ieri è comparso
anche Giovanni Aiello,
l’ex poliziotto accusato di essere
“faccia di mostro”, l’uo -
mo col viso sfigurato che potrebbe
aver avuto un ruolo
nelle stragi. Aiello, indagato
dalle Procure di Palermo,
Caltanissetta, Catania e Reggio
Calabria, si è avvalso della
facoltà di non rispondere:
“Chiedo scusa - ha detto - ma
mi sento travolto da un turbine
che non riesco a comprendere’’.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
di pesce” (così al telefono
indicava l’esplosivo) riceveva
un “lauto compenso”.
Perciò si impegnò a procurare
il tritolo, tirando su
dai fondali marini un quantitativo
fra i 1.280 e i 1.340
chili, per consegnarlo ai killer
di Totò Riina. Ora, a tre
anni dal suo arresto, Cosimo
D’Amato ha deciso di “cambiare
vita” e ha riempito decine
di pagine di verbali fitti
di nomi, al momento coperti
da omissis, che promettono
di fornire un nuovo tassello
alla ricostruzione della strage
di Capaci.
IL PESCATORE di Porticello
che andava a recuperare le
bombe in profondità risalenti
alla Seconda guerra mondiale
si è pentito già da qualche
settimana, ma la notizia è
trapelata ieri mattina nell’aula
di Caltanissetta dove si
celebra il processo bis per
“l’attentatone” che fece saltare
sull’autostrada Giovanni
Falcone, la moglie Francesca
Morvillo e tre agenti di
scorta. Il pm Stefano Luciani
ha chiesto l’audizione di
D’Amato, ma sull’istanza devono
ancora pronunciarsi i
difensori che prima di dare il
consenso vogliono leggere i
verbali del neo-pentito senza
omissis. Non si sa ancora,
infatti, se il pescatore di tritolo
si limita a indicare gli uomini
d’onore del commando
di Capaci o se tira in ballo anche
concorrenti esterni a Cosa
Nostra.
E a tal proposito, l’avvoca -
to Flavio Sinatra, legale del
boss Salvino Madonia, ha
chiesto di interrogare nuovamente
in aula il pentito
Gioacchino La Barbera, che
in una recente intervista sulla
preparazione dell’attenta -
to a Falcone ha parlato della
presenza di un uomo di 45
anni “che non era dei nostri’’,
ma anche di “riunioni con
g e ne r a l i”, e di incontri “tra
Riina ed ex ministri democristiani”
per la pianificazioni
delle stragi. La Corte si è
riservata di decidere. Tirato
in ballo da Gaspare Spatuzza,
D’Amato è già stato condannato
a 30 anni con il rito
abbreviato dal gup di Caltanissetta
per i l “b o t t o”
sull’autostrada (l’appello comincerà
il 14 ottobre) e
all’ergastolo a Firenze per avere
fornito l’esplosivo utilizzato
negli attentati del
‘93.
SUL RUOLO del neo-pentito,
che era un manovale del clan
di Brancaccio, Spatuzza ha
raccontato: “Era lui che si occupava
del recupero del tritolo
in mare, lo prendeva dai
siluri rimasti nei fondali davanti
Palermo”. E poi ha
spiegato la procedura: “C’erano
i pescherecci ormeggiati:
salivamo sopra uno di
questi, nei fianchi erano legate
delle funi che reggevano
i fusti semi sommersi, bastava
trascinarli su”. Tra gli esecutori
indicati da D’Amato
ci sarebbero Giuseppe Barranca,
Cristoforo Cannella,
Cosimo Lo Nigro e lo stesso
Spatuzza. In aula ieri è comparso
anche Giovanni Aiello,
l’ex poliziotto accusato di essere
“faccia di mostro”, l’uo -
mo col viso sfigurato che potrebbe
aver avuto un ruolo
nelle stragi. Aiello, indagato
dalle Procure di Palermo,
Caltanissetta, Catania e Reggio
Calabria, si è avvalso della
facoltà di non rispondere:
“Chiedo scusa - ha detto - ma
mi sento travolto da un turbine
che non riesco a comprendere’’.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Il pm Di Matteo resta solo “Una brutta sensazione” Un altro pentito: “Il tritolo per lui è a Palermo”. Ma non si trova. Sfogo a Taormin
Il pm Nino Di Matteo ha una
“brutta sensazione”,
ma attorno a lui il silenzio
è assoluto. Della politica,
delle istituzioni e dei media. A
Palermo parla un nuovo pentito,
Francesco Chiarello, boss
del Borgo Vecchio, interrogato
da due pm della Direzione
distrettuale antimafia di Palermo
che si occupano di mafia
militare, Caterina Malagoli
e Francesca Mazzocco, e conferma
uno dei segreti che Cosa
Nostra custodisce meglio:
“L’esplosivo per l’attentato al
pm Nino Di Matteo è stato trasferito
in un altro nascondiglio
sicuro”. Che ancora non si
trova: lo hanno cercato nelle
borgate marinare e nelle campagne
di Monreale, sono state
fatte irruzioni e perquisizioni,
ma di quei duecento chili di
tritolo nascosti da qualche
parte in città, o in periferia,
non c’è traccia. Si sa solo che
sono pronti ad essere utilizzati
non appena le “menti raffinatissime”
decideranno che il
momento è arrivato. Di Matteo
lo sa e le sue parole suonano
come un’estrema denuncia
di solitudine di fronte a
un rischio che aumenta ogni
giorno nel disinteresse generale.
PER GLI INVESTIGATORI, i nfatti,
le parole del pentito sono
un riscontro importante alle
rivelazioni di Vito Galatolo,
che l’anno scorso parlò del
progetto di attentato al pm più
blindato d’Italia voluto dal superlatitante
Matteo Messina
Denaro: “Fu sollecitato attraverso
un pizzino che ci venne
letto dal boss di San Lorenzo
Girolamo Biondino in una riunione
a Ballarò il pomeriggio
del 9 dicembre 2012”. Oggi
Chiarello conferma l’esisten -
za dell'esplosivo e i nomi dei
protagonisti: a parlargliene,
dice, è stato Camillo Graziano,
suo compagno di cella: “Mi
disse che per fortuna suo padre
era stato scarcerato, così aveva
potuto spostare il tritolo”.
E il padre di Camillo è Vincenzo
Graziano, il vice di Vito
Galatolo che lo ha indicato come
il custode dei 200 chili di
tritolo comprati in Calabria fra
la fine del 2012 e l’inizio del
2013, da utilizzare contro Di
Matteo. Dichiarazioni raccolte
in un verbale immediatamente
inviato alla Procura di
Caltanissetta che ha riunito in
un fascicolo le indagini e i riscontri
fin qui compiuti sul
progetto di attentato: oltre a
Galatolo e Chiarello a parlare
de ll’attentato è stato anche
Carmelo D’Amico ai pm della
Dda di Messina, e tracce della
volontà dei boss sono venute a
galla in una serie di intercettazioni
per ora top secret.
L’unico a tenere la bocca
chiusa è proprio Vincenzo
Graziano, il custode del segreto:
la notte del suo arresto si lasciò
sfuggire solo una battuta
con i militari della Finanza che
lo stavano ammanettando:
“L’esplosivo per Di Matteo
dovete cercarlo nei piani alti”.
Un’allusione ad ambienti oltre
Cosa Nostra, come aveva fatto
lo stesso Galatolo, rivelando
che Matteo Messina Denaro avrebbe
messo a disposizione
un artificiere: “Avevamo l’or -
dine che non dovevamo presentarci
con questa persona e
questo ci stupiva: capimmo
che era esterna a Cosa nostra e
che poteva essere qualcuno
dello Stato che era interessato
a fare questa strage. Serviva a
far capire a tutti che la mafia
era ancora viva”.
Ieri mattina in Procura le
facce degli agenti di scorta sono
tornate tese nell’area blindata
della Procura dove Di
Matteo era appena tornato da
u n’udienza ordinaria: maltrattamenti
in famiglia e abbandono
non autorizzato di rifiuti.
Ci sono anche questi reati
nell’ordinaria giornata di lavoro
del pm che scava nei misteri
della trattativa Stato-mafia
in un clima di crescente tens
i o n e . M a
d el l ’es p l os ivo
Di Matteo
n o n v u o l e
p a r l a r e : a
Taormina, alla
presentazione
del suo
libro, ha detto
di avere “una
brutta sensazione
”, ma adesso non vuole
approfondire quell’espressio -
ne. Anzi, non vuole dire nulla.
E attorno a lui il silenzio istituzionale
è totale.
IL CLIMA non è cambiato da
quando, nel dicembre del
2013, una delegazione del Csm
venne a Palermo per esprimere
solidarietà ai magistrati antimafia
minacciati: erano appena
state pubblicate dai giornali
le parole di Riina (“questo
Di Matteo non ce lo dobbiamo
dimenticare e Corleone non
dimentica”) ma il Csm preferì
incontrare Silvana Saguto,
presidente della sezione Misure
di prevenzione del Tribunale,
oggi indagata per corruzione
e abuso d’ufficio, proprio
per la gestione dei beni
confiscati a Cosa Nostra. Il vice
presidente Michele Vietti
cercò di metterci una pezza:
“Se avessi visto Di Matteo, lo
avrei abbracciato. Ma non l’ho
visto”. Forse perchè nessuno
lo aveva invitato: né lui, né i
suoi colleghi Teresi, Tartaglia
e Del Bene,
che restarono
chiusi nell
e p r o p r i e
stanze. E ancora
oggi non
si sa che fine
abbia fatto il
t ra sf e ri me nto
d’u ffic io
proposto dal
Csm “per ragioni di sicurezza”
e sospeso a richiesta del magistrato
che voleva attendere l’esito
della sua domanda alla Direzione
nazionale antimafia.
La domanda fu bocciata, sul
trasferimento il silenzio è totale.
Come quello della politica
sulle conferme del tritolo: in
questi giorni dai politici Nino
Di Matteo ha ricevuto una sola
telefonata di solidarietà, quella
del deputato del M5S Alessandro
Di Battista. Ieri si è aggiunto
un post di Beppe Grillo
sul blog. Su Twitter cresce la
campagna #iostocondimatteo
© RIPRODUZIONE RISERVATA
“brutta sensazione”,
ma attorno a lui il silenzio
è assoluto. Della politica,
delle istituzioni e dei media. A
Palermo parla un nuovo pentito,
Francesco Chiarello, boss
del Borgo Vecchio, interrogato
da due pm della Direzione
distrettuale antimafia di Palermo
che si occupano di mafia
militare, Caterina Malagoli
e Francesca Mazzocco, e conferma
uno dei segreti che Cosa
Nostra custodisce meglio:
“L’esplosivo per l’attentato al
pm Nino Di Matteo è stato trasferito
in un altro nascondiglio
sicuro”. Che ancora non si
trova: lo hanno cercato nelle
borgate marinare e nelle campagne
di Monreale, sono state
fatte irruzioni e perquisizioni,
ma di quei duecento chili di
tritolo nascosti da qualche
parte in città, o in periferia,
non c’è traccia. Si sa solo che
sono pronti ad essere utilizzati
non appena le “menti raffinatissime”
decideranno che il
momento è arrivato. Di Matteo
lo sa e le sue parole suonano
come un’estrema denuncia
di solitudine di fronte a
un rischio che aumenta ogni
giorno nel disinteresse generale.
PER GLI INVESTIGATORI, i nfatti,
le parole del pentito sono
un riscontro importante alle
rivelazioni di Vito Galatolo,
che l’anno scorso parlò del
progetto di attentato al pm più
blindato d’Italia voluto dal superlatitante
Matteo Messina
Denaro: “Fu sollecitato attraverso
un pizzino che ci venne
letto dal boss di San Lorenzo
Girolamo Biondino in una riunione
a Ballarò il pomeriggio
del 9 dicembre 2012”. Oggi
Chiarello conferma l’esisten -
za dell'esplosivo e i nomi dei
protagonisti: a parlargliene,
dice, è stato Camillo Graziano,
suo compagno di cella: “Mi
disse che per fortuna suo padre
era stato scarcerato, così aveva
potuto spostare il tritolo”.
E il padre di Camillo è Vincenzo
Graziano, il vice di Vito
Galatolo che lo ha indicato come
il custode dei 200 chili di
tritolo comprati in Calabria fra
la fine del 2012 e l’inizio del
2013, da utilizzare contro Di
Matteo. Dichiarazioni raccolte
in un verbale immediatamente
inviato alla Procura di
Caltanissetta che ha riunito in
un fascicolo le indagini e i riscontri
fin qui compiuti sul
progetto di attentato: oltre a
Galatolo e Chiarello a parlare
de ll’attentato è stato anche
Carmelo D’Amico ai pm della
Dda di Messina, e tracce della
volontà dei boss sono venute a
galla in una serie di intercettazioni
per ora top secret.
L’unico a tenere la bocca
chiusa è proprio Vincenzo
Graziano, il custode del segreto:
la notte del suo arresto si lasciò
sfuggire solo una battuta
con i militari della Finanza che
lo stavano ammanettando:
“L’esplosivo per Di Matteo
dovete cercarlo nei piani alti”.
Un’allusione ad ambienti oltre
Cosa Nostra, come aveva fatto
lo stesso Galatolo, rivelando
che Matteo Messina Denaro avrebbe
messo a disposizione
un artificiere: “Avevamo l’or -
dine che non dovevamo presentarci
con questa persona e
questo ci stupiva: capimmo
che era esterna a Cosa nostra e
che poteva essere qualcuno
dello Stato che era interessato
a fare questa strage. Serviva a
far capire a tutti che la mafia
era ancora viva”.
Ieri mattina in Procura le
facce degli agenti di scorta sono
tornate tese nell’area blindata
della Procura dove Di
Matteo era appena tornato da
u n’udienza ordinaria: maltrattamenti
in famiglia e abbandono
non autorizzato di rifiuti.
Ci sono anche questi reati
nell’ordinaria giornata di lavoro
del pm che scava nei misteri
della trattativa Stato-mafia
in un clima di crescente tens
i o n e . M a
d el l ’es p l os ivo
Di Matteo
n o n v u o l e
p a r l a r e : a
Taormina, alla
presentazione
del suo
libro, ha detto
di avere “una
brutta sensazione
”, ma adesso non vuole
approfondire quell’espressio -
ne. Anzi, non vuole dire nulla.
E attorno a lui il silenzio istituzionale
è totale.
IL CLIMA non è cambiato da
quando, nel dicembre del
2013, una delegazione del Csm
venne a Palermo per esprimere
solidarietà ai magistrati antimafia
minacciati: erano appena
state pubblicate dai giornali
le parole di Riina (“questo
Di Matteo non ce lo dobbiamo
dimenticare e Corleone non
dimentica”) ma il Csm preferì
incontrare Silvana Saguto,
presidente della sezione Misure
di prevenzione del Tribunale,
oggi indagata per corruzione
e abuso d’ufficio, proprio
per la gestione dei beni
confiscati a Cosa Nostra. Il vice
presidente Michele Vietti
cercò di metterci una pezza:
“Se avessi visto Di Matteo, lo
avrei abbracciato. Ma non l’ho
visto”. Forse perchè nessuno
lo aveva invitato: né lui, né i
suoi colleghi Teresi, Tartaglia
e Del Bene,
che restarono
chiusi nell
e p r o p r i e
stanze. E ancora
oggi non
si sa che fine
abbia fatto il
t ra sf e ri me nto
d’u ffic io
proposto dal
Csm “per ragioni di sicurezza”
e sospeso a richiesta del magistrato
che voleva attendere l’esito
della sua domanda alla Direzione
nazionale antimafia.
La domanda fu bocciata, sul
trasferimento il silenzio è totale.
Come quello della politica
sulle conferme del tritolo: in
questi giorni dai politici Nino
Di Matteo ha ricevuto una sola
telefonata di solidarietà, quella
del deputato del M5S Alessandro
Di Battista. Ieri si è aggiunto
un post di Beppe Grillo
sul blog. Su Twitter cresce la
campagna #iostocondimatteo
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Pomodori cinesi in Italia Marci e pieni di pesticidi
Giallo pomodoro. Ecco
il paradosso: siamo
tra i primi tre produttori
mondiali - dietro
agli Usa e in lotta con la Cina -
ma importiamo centinaia di
migliaia di tonnellate proprio
dal rivale asiatico. Pomodori
concentrati, trattati con pesticidi,
perfino scaduti. Arrivano
in Italia, vengono lavorati e finiscono
a tavola e nei supermercati
con l’etichetta Made
in Italy. “I primi responsabili
della contraffazione dei nostri
prodotti più pregiati siamo
noi italiani”, sostiene Gian
Maria Fara, presidente di Eurispes
e autore del rapporto
nazionale sulle Agromafie
con Gian Carlo Caselli. Dalla
prima edizione, tre anni fa,
punta il dito sui pomodori taroccati.
Una crociata condotta
anche da Coldiretti. Ultime a
parlarne Le Iene in un’inchie -
sta di Nadia Toffa che è arrivata
nelle fabbriche cinesi dove
nascono i pomodori “italia -
ni”. Ma per qualche furbo che
si arricchisce in molti ci rimettono.
I lavoratori delle fabbriche
lager cinesi. Poi il marchio
italiano, che vede i prodotti
dop contaminati da pomodori
di bassa qualità. Infine i consumatori,
che si mangiano cibi
di provenienza ignota.
Ortaggi d’imp ortazione
tagliati con quelli italiani
“I pomodori cinesi talvolta
risultano prodotti in colonie
penali dove i contadini lavorano
in condizioni disumane.
Sono quasi dei lager”, spiegano
Caselli e Fara. Nessuno,
però, in Italia sembra curarsene
troppo. Così il nostro
Paese si ritrova a essere esportatore
e importatore di
pomodori. Ci sono 105 mila
tonnellate l’anno di prodotto
fresco o refrigerato che arrivano
da Israele e Marocco.
Ma questo non è il pericolo. Il
guaio sono le 155 mila tonnellate
di concentrato di pomodoro.
Di queste 120 mila sono
cinesi. “Il concentrato sono
pomodori privati dell’acqua,
più leggeri e meno costosi da
trasportare”, spiega Lorenzo
Bazana, responsabile del settore
Ortofrutta di Coldiretti.
Come accade con la droga, in
Italia ci sono produttori che
usano “tag lia re” i pomodori
tricolori con quelli cinesi.
“Così si vince la concorrenza
”, racconta Coldiretti. La
grandissima maggioranza –
il 98%, secondo il rapporto
sulle agromafie – finisce in
provincia di Salerno. Qui
vengono lavorati. Basta questo
per poter poi mettere sulla
confezione l’etichetta: Made
in Italy. “Per la gioia delle
mafie che si infilano in tutti i
passaggi della filiera agroalimentare:
produzione, trasformazione
e lavorazione,
trasporto e distribuzione”,
spiega Fara. Quando il prodotto
è finito, eccolo pronto
per il commercio. Ed ecco il
secondo paradosso: il 71% del
pomodoro cinese targato Italia,
torna all’estero. Spesso
proprio in Cina, dove viene
spacciato per un’ec ce ll en za
tricolore (insomma, uno scaricabarile
tra italiani e cinesi
a chi frega meglio). Ma tocca
anche a tedeschi, inglesi. E a
noi italiani: il 29% finisce sulle
nostre tavole. Con parecchie
incognite: “In Europa
sono state bandite centinaia
di sostanze pesticide tossiche.
Molte, non tutte, sono
vietate anche in America.
Mentre in Cina spesso sono
usate”, sostiene Bazana. Non
basta: “A volte per produrre
il concentrato si utilizzano
anche pomodori scaduti. Costano
meno a chi compra e
aiutano i produttori a liberarsi
di merce inutile”. In
pratica chi crede di mangiare
una deliziosa polpa di pomodori
italiani rischia di mettersi
in pancia della roba scaduta
o mezza tossica. Come
evitarlo? E quali sono i prodotti
a rischio?
Impossibile risalire
alla filiera produttiva
“Difficile che gli ortaggi cinesi
si nascondano nelle
confezioni con i prodotti dove
è scritto “100% di pomodori
italiani”. Chi lo scrive se
ne assume la responsabilità e
deve sottostare a rigidi contr
oll i”, spiega Bazana. Aggiunge:
“Più il prodotto è lavorato
e maggiori sono i rischi
che sia tagliato. Pomodori
a pezzettoni e pelati dovrebbero
essere garantiti, c’è
forse il rischio che siano allungati
con liquido ricavato
da concentrato cinese”. Difficile
ricostruire invece la
provenienza dei sughi, dei
prodotti da pizza, dei succhi,
dei pomodori contenuti nelle
salse o nei prodotti surgelati.
Ecco il punto: le leggi
non prevedono che sia indicata
la provenienza dei singoli
ingredienti. “Sarebbe un
bel contributo alla traspare
nza ”, chiede da sempre
Coldiretti. Ma i controlli?
“Quelli italiani sono tra i più
stringenti. Ma non si possono
adottare regole severe solo
in Italia, si finirebbe per
danneggiare i nostri porti
dove arriva la merce”. Servirebbero
regole comuni. Ma
non solo per i pomodori.
© RIPRODUZIONE RISERV
il paradosso: siamo
tra i primi tre produttori
mondiali - dietro
agli Usa e in lotta con la Cina -
ma importiamo centinaia di
migliaia di tonnellate proprio
dal rivale asiatico. Pomodori
concentrati, trattati con pesticidi,
perfino scaduti. Arrivano
in Italia, vengono lavorati e finiscono
a tavola e nei supermercati
con l’etichetta Made
in Italy. “I primi responsabili
della contraffazione dei nostri
prodotti più pregiati siamo
noi italiani”, sostiene Gian
Maria Fara, presidente di Eurispes
e autore del rapporto
nazionale sulle Agromafie
con Gian Carlo Caselli. Dalla
prima edizione, tre anni fa,
punta il dito sui pomodori taroccati.
Una crociata condotta
anche da Coldiretti. Ultime a
parlarne Le Iene in un’inchie -
sta di Nadia Toffa che è arrivata
nelle fabbriche cinesi dove
nascono i pomodori “italia -
ni”. Ma per qualche furbo che
si arricchisce in molti ci rimettono.
I lavoratori delle fabbriche
lager cinesi. Poi il marchio
italiano, che vede i prodotti
dop contaminati da pomodori
di bassa qualità. Infine i consumatori,
che si mangiano cibi
di provenienza ignota.
Ortaggi d’imp ortazione
tagliati con quelli italiani
“I pomodori cinesi talvolta
risultano prodotti in colonie
penali dove i contadini lavorano
in condizioni disumane.
Sono quasi dei lager”, spiegano
Caselli e Fara. Nessuno,
però, in Italia sembra curarsene
troppo. Così il nostro
Paese si ritrova a essere esportatore
e importatore di
pomodori. Ci sono 105 mila
tonnellate l’anno di prodotto
fresco o refrigerato che arrivano
da Israele e Marocco.
Ma questo non è il pericolo. Il
guaio sono le 155 mila tonnellate
di concentrato di pomodoro.
Di queste 120 mila sono
cinesi. “Il concentrato sono
pomodori privati dell’acqua,
più leggeri e meno costosi da
trasportare”, spiega Lorenzo
Bazana, responsabile del settore
Ortofrutta di Coldiretti.
Come accade con la droga, in
Italia ci sono produttori che
usano “tag lia re” i pomodori
tricolori con quelli cinesi.
“Così si vince la concorrenza
”, racconta Coldiretti. La
grandissima maggioranza –
il 98%, secondo il rapporto
sulle agromafie – finisce in
provincia di Salerno. Qui
vengono lavorati. Basta questo
per poter poi mettere sulla
confezione l’etichetta: Made
in Italy. “Per la gioia delle
mafie che si infilano in tutti i
passaggi della filiera agroalimentare:
produzione, trasformazione
e lavorazione,
trasporto e distribuzione”,
spiega Fara. Quando il prodotto
è finito, eccolo pronto
per il commercio. Ed ecco il
secondo paradosso: il 71% del
pomodoro cinese targato Italia,
torna all’estero. Spesso
proprio in Cina, dove viene
spacciato per un’ec ce ll en za
tricolore (insomma, uno scaricabarile
tra italiani e cinesi
a chi frega meglio). Ma tocca
anche a tedeschi, inglesi. E a
noi italiani: il 29% finisce sulle
nostre tavole. Con parecchie
incognite: “In Europa
sono state bandite centinaia
di sostanze pesticide tossiche.
Molte, non tutte, sono
vietate anche in America.
Mentre in Cina spesso sono
usate”, sostiene Bazana. Non
basta: “A volte per produrre
il concentrato si utilizzano
anche pomodori scaduti. Costano
meno a chi compra e
aiutano i produttori a liberarsi
di merce inutile”. In
pratica chi crede di mangiare
una deliziosa polpa di pomodori
italiani rischia di mettersi
in pancia della roba scaduta
o mezza tossica. Come
evitarlo? E quali sono i prodotti
a rischio?
Impossibile risalire
alla filiera produttiva
“Difficile che gli ortaggi cinesi
si nascondano nelle
confezioni con i prodotti dove
è scritto “100% di pomodori
italiani”. Chi lo scrive se
ne assume la responsabilità e
deve sottostare a rigidi contr
oll i”, spiega Bazana. Aggiunge:
“Più il prodotto è lavorato
e maggiori sono i rischi
che sia tagliato. Pomodori
a pezzettoni e pelati dovrebbero
essere garantiti, c’è
forse il rischio che siano allungati
con liquido ricavato
da concentrato cinese”. Difficile
ricostruire invece la
provenienza dei sughi, dei
prodotti da pizza, dei succhi,
dei pomodori contenuti nelle
salse o nei prodotti surgelati.
Ecco il punto: le leggi
non prevedono che sia indicata
la provenienza dei singoli
ingredienti. “Sarebbe un
bel contributo alla traspare
nza ”, chiede da sempre
Coldiretti. Ma i controlli?
“Quelli italiani sono tra i più
stringenti. Ma non si possono
adottare regole severe solo
in Italia, si finirebbe per
danneggiare i nostri porti
dove arriva la merce”. Servirebbero
regole comuni. Ma
non solo per i pomodori.
© RIPRODUZIONE RISERV
Martedì 29 settembre 2015 Rondolingua » MARCO TRAVAGLIO
Èstato ingiustamente trascurato
l’evento giornalistico
dell’anno, o forse
del mese, o più probabilmente
del giorno, anzi del minuto: Fabrizio
Rondolino, dopo lungo
girovagare, è tornato a casa,
all’Unità, dove tiene pure una
rubrica web dedicata – bontà
sua –al Fatto. Vi era approdato
nel 1988, paracadutato dalla Fgci,
e ne era decollato nel '96 per
“curare l’immagine” di D’A l ema,
il che spiega l’i m m a gi n e
che ha D’Alema. Da tempo era il
suo inviato e intervistatore personale,
compito che svolgeva
con urticante distacco. Un giorno
del '95, per dire, descrisse
sobriamente ai compagni lettori
“il modo in cui D’Alema pronuncia
la parola ‘politica’”: “Ne
scandisce le sillabe con compiaciuta
circospezione. Arrotonda
la p, la fa schioccare come
il turacciolo di una buona bottiglia,
la porge alla platea come
un piatto prelibato. Le due i
quasi irrigidiscono, delimitano
i confini, scandiscono il tempo
e insieme lo dilatano: l’a finale
si distende, s’allarga, è una a
contemplativa e soddisfatta
che ricomprende ogni cosa in
un tutto organico e conchiuso,
lapidaria come un’i s cr i zi o ne ,
perfetta come un epitaffio”.
Due anni dopo fu il segretario
Max a celebrare degnamente in
Campidoglio le nozze di cotanto
portavoce con l’autrice Rai
Simona Ercolani, paragonare
sobriamente gli sposi a Ulisse e
Penelope.
Era il '97 e Max inciuciava
con B. nella Bicamerale, mentre
le teste d’uovo Rondolino,
Velardi, Minniti e Latorre –
detti “i Lothar”per le crape pelate
–preparavano la sua ascesa
a più alte vette. I primi due vergarono
un piano di battaglia top
secret per il Quirinale, esaltando
in lui l’“uomo che ha fatto le
ri fo rm e”, il “g io van e” che “dà
anche visivamente il senso del
cambiamento” e della “Nuova
Frontiera”, dotato di una “first
f am il y giovane e bella” e di
straordinarie “analogie con
M i t t e r ra n d ”, anche lui “i n t e llettuale,
padre di tutti, uomo
saggio e stratega”: due gocce
d’acqua. Purtroppo la stampa
ancora tardava a beatificare il
“Presidente di Tutti”, dunque –
ragionavano Rondolino e Velardi,
molto lucidi – “dobbiamo
cambiare i giornali” e “portare
alla guida del Corriere e di R epubblica
due direttori di garanzia
che riconoscano il primato
della politica”: “la convinzione
ormai diffusa che resteremo a
lungo in sella potrà indurre le
proprietà a una discussione
pr ofi cua”. E pure il Santo Padre:
“la fase di ‘accreditamento’
di D’Alema potrà dirsi conclusa
il giorno dell’incontro con il Papa”.
Che deve fare però il “D’Alema
padre o zio saggio” e il
“D’Alema fratello” per “c o nquistare
e sedurre la gente”?
Un gioco da ragazzi: “muove -
re la testa più liberamente:
un movimento dolce dal basso
in alto, come di un gatto che fa le
fusa” (non a caso l’astuto portavoce
convinse il novello Mitterrand
a cucinare un risotto a
Porta a Porta e a ostentare scarpe
“su misura da un milione e
mezzo”, da lui poi celebrate in
un articolo dal titolo “Seduzio -
ne è buongoverno”). Il prezioso
incunabolo, ritrovato da Alessandra
Sardoni, s’i nti tola va
“D’Alema99. Che facciamo nei
prossimi due anni?” ed ebbe
presto risposta. Specie il vaticinio
“resteremo a lungo in sella”:
rovesciato Prodi nel '98, Max
perse tutto in un anno e mezzo:
Quirinale, Regionali e governo.
Rondolino durò anche meno: a
fine '99, all’uscita del suo primo
e ultimo romanzo erotico, fu
cacciato da Max per l’unica cosa
buona fatta in 40 anni. Ma cadde
in piedi: su un bel contratto
Mediaset per il Grande fratelloe
poi per altri programmi di alta
cultura: Il Ristorante, La pupa e
il secchione, Un due tre stalla!
Perciò le migliori testate se lo
strappavano a morsi: Pano rama,
Magazine-Corriere, Stampa,
Foglio, Riformista, Giornale,
Eu ro pa, Canale5 e La7. Tanto
lui è come le piante grasse: dove
lo metti sta. Sempre a favore del
padrone di turno. Nel 2006 lavora
a Canale5: dunque si lancia
sul Foglio in un peana al “grup -
po dirigente Mediaset”che tutti
“dovrebbero ringraziare” e
propone B. senatore a vita e
“presidente di una nuova Bicame
rale ”. Nel 2011 scrive sul
Giornale, ergo definisce B. “un
g ra n d’uo m o” e si bagna tutto:
“Più volte B. ha ricordato la
gioia che suo padre portava in
casa ‘come se avesse il sole in tasca’.
È un’espressione molto
bella, perché il sole deve riscaldare
e rischiarare, ma deve anche
restare nascosto in tasca per
non accecare chi lo guarda”. Nel
2012 la Santanchè (“don na
straordinaria”) lo promuove sul
campo “consulente politico” e
suo “rappresentante alle riunioni
sulle primarie Pdl”.
Lui intanto fonda con Velardi
il blog Thefrontpage, che insulta
D’Alema (“fanatismo del
tono, approssimazione nell’analisi,
balbuzie strategica, afasia
tattica”) e slingua Renzi
(“ne sono infatuato, come politico
è grandissimo”). Poi però
Matteo perde le prime primarie
e a Rondo piace un po’meno:
“Renzi fa peggio della I Repubblica:
partito per rottamare
un’intera classe dirigente, si
appresta a condividere con essa
una quota di potere. Un po’ p oco,
per il Tony Blair italiano”.
Poi vince le seconde e va al governo,
allora gli piace di nuovo.
Ecco dunque Rondo in tutte le
tv a diffondere il Vangelo secondo
Matteo e a manganellare
gli infedeli (“Il Fattoè fascista”,
“Ma perché la polizia non riempie
di botte 'sti insegnanti e libera
il centro storico di Roma?”).
Naturale, anzi dovuto il
suo approdo alla Pravdina renziana.
Come Alberto Sordi-Sasà
Scimoni di L’arte di arrangiarsi
che partì socialista, diventò
fascista, si convertì al Pci
e atterrò fra la Dc e il Vaticano,
Rondolino amoroso ha girato le
sette chiese e, finito il giro, è
tornato alla casella di partenza.
Ma, per favore, non lo si accusi
di cambiare spesso idea: per
farlo, bisogna averne avuta almeno
una. Lui no, lui fa prima:
lui cambia padrone.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
l’evento giornalistico
dell’anno, o forse
del mese, o più probabilmente
del giorno, anzi del minuto: Fabrizio
Rondolino, dopo lungo
girovagare, è tornato a casa,
all’Unità, dove tiene pure una
rubrica web dedicata – bontà
sua –al Fatto. Vi era approdato
nel 1988, paracadutato dalla Fgci,
e ne era decollato nel '96 per
“curare l’immagine” di D’A l ema,
il che spiega l’i m m a gi n e
che ha D’Alema. Da tempo era il
suo inviato e intervistatore personale,
compito che svolgeva
con urticante distacco. Un giorno
del '95, per dire, descrisse
sobriamente ai compagni lettori
“il modo in cui D’Alema pronuncia
la parola ‘politica’”: “Ne
scandisce le sillabe con compiaciuta
circospezione. Arrotonda
la p, la fa schioccare come
il turacciolo di una buona bottiglia,
la porge alla platea come
un piatto prelibato. Le due i
quasi irrigidiscono, delimitano
i confini, scandiscono il tempo
e insieme lo dilatano: l’a finale
si distende, s’allarga, è una a
contemplativa e soddisfatta
che ricomprende ogni cosa in
un tutto organico e conchiuso,
lapidaria come un’i s cr i zi o ne ,
perfetta come un epitaffio”.
Due anni dopo fu il segretario
Max a celebrare degnamente in
Campidoglio le nozze di cotanto
portavoce con l’autrice Rai
Simona Ercolani, paragonare
sobriamente gli sposi a Ulisse e
Penelope.
Era il '97 e Max inciuciava
con B. nella Bicamerale, mentre
le teste d’uovo Rondolino,
Velardi, Minniti e Latorre –
detti “i Lothar”per le crape pelate
–preparavano la sua ascesa
a più alte vette. I primi due vergarono
un piano di battaglia top
secret per il Quirinale, esaltando
in lui l’“uomo che ha fatto le
ri fo rm e”, il “g io van e” che “dà
anche visivamente il senso del
cambiamento” e della “Nuova
Frontiera”, dotato di una “first
f am il y giovane e bella” e di
straordinarie “analogie con
M i t t e r ra n d ”, anche lui “i n t e llettuale,
padre di tutti, uomo
saggio e stratega”: due gocce
d’acqua. Purtroppo la stampa
ancora tardava a beatificare il
“Presidente di Tutti”, dunque –
ragionavano Rondolino e Velardi,
molto lucidi – “dobbiamo
cambiare i giornali” e “portare
alla guida del Corriere e di R epubblica
due direttori di garanzia
che riconoscano il primato
della politica”: “la convinzione
ormai diffusa che resteremo a
lungo in sella potrà indurre le
proprietà a una discussione
pr ofi cua”. E pure il Santo Padre:
“la fase di ‘accreditamento’
di D’Alema potrà dirsi conclusa
il giorno dell’incontro con il Papa”.
Che deve fare però il “D’Alema
padre o zio saggio” e il
“D’Alema fratello” per “c o nquistare
e sedurre la gente”?
Un gioco da ragazzi: “muove -
re la testa più liberamente:
un movimento dolce dal basso
in alto, come di un gatto che fa le
fusa” (non a caso l’astuto portavoce
convinse il novello Mitterrand
a cucinare un risotto a
Porta a Porta e a ostentare scarpe
“su misura da un milione e
mezzo”, da lui poi celebrate in
un articolo dal titolo “Seduzio -
ne è buongoverno”). Il prezioso
incunabolo, ritrovato da Alessandra
Sardoni, s’i nti tola va
“D’Alema99. Che facciamo nei
prossimi due anni?” ed ebbe
presto risposta. Specie il vaticinio
“resteremo a lungo in sella”:
rovesciato Prodi nel '98, Max
perse tutto in un anno e mezzo:
Quirinale, Regionali e governo.
Rondolino durò anche meno: a
fine '99, all’uscita del suo primo
e ultimo romanzo erotico, fu
cacciato da Max per l’unica cosa
buona fatta in 40 anni. Ma cadde
in piedi: su un bel contratto
Mediaset per il Grande fratelloe
poi per altri programmi di alta
cultura: Il Ristorante, La pupa e
il secchione, Un due tre stalla!
Perciò le migliori testate se lo
strappavano a morsi: Pano rama,
Magazine-Corriere, Stampa,
Foglio, Riformista, Giornale,
Eu ro pa, Canale5 e La7. Tanto
lui è come le piante grasse: dove
lo metti sta. Sempre a favore del
padrone di turno. Nel 2006 lavora
a Canale5: dunque si lancia
sul Foglio in un peana al “grup -
po dirigente Mediaset”che tutti
“dovrebbero ringraziare” e
propone B. senatore a vita e
“presidente di una nuova Bicame
rale ”. Nel 2011 scrive sul
Giornale, ergo definisce B. “un
g ra n d’uo m o” e si bagna tutto:
“Più volte B. ha ricordato la
gioia che suo padre portava in
casa ‘come se avesse il sole in tasca’.
È un’espressione molto
bella, perché il sole deve riscaldare
e rischiarare, ma deve anche
restare nascosto in tasca per
non accecare chi lo guarda”. Nel
2012 la Santanchè (“don na
straordinaria”) lo promuove sul
campo “consulente politico” e
suo “rappresentante alle riunioni
sulle primarie Pdl”.
Lui intanto fonda con Velardi
il blog Thefrontpage, che insulta
D’Alema (“fanatismo del
tono, approssimazione nell’analisi,
balbuzie strategica, afasia
tattica”) e slingua Renzi
(“ne sono infatuato, come politico
è grandissimo”). Poi però
Matteo perde le prime primarie
e a Rondo piace un po’meno:
“Renzi fa peggio della I Repubblica:
partito per rottamare
un’intera classe dirigente, si
appresta a condividere con essa
una quota di potere. Un po’ p oco,
per il Tony Blair italiano”.
Poi vince le seconde e va al governo,
allora gli piace di nuovo.
Ecco dunque Rondo in tutte le
tv a diffondere il Vangelo secondo
Matteo e a manganellare
gli infedeli (“Il Fattoè fascista”,
“Ma perché la polizia non riempie
di botte 'sti insegnanti e libera
il centro storico di Roma?”).
Naturale, anzi dovuto il
suo approdo alla Pravdina renziana.
Come Alberto Sordi-Sasà
Scimoni di L’arte di arrangiarsi
che partì socialista, diventò
fascista, si convertì al Pci
e atterrò fra la Dc e il Vaticano,
Rondolino amoroso ha girato le
sette chiese e, finito il giro, è
tornato alla casella di partenza.
Ma, per favore, non lo si accusi
di cambiare spesso idea: per
farlo, bisogna averne avuta almeno
una. Lui no, lui fa prima:
lui cambia padrone.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Diktat delle multinazionali, non disperdere il seme
VIRGINIA DELLA SALA
Isola Liri, in provincia di
Frosinone, vive Antonio Taglione,
ex agricoltore di 80
anni. Qualche settimana fa
ha scritto una lettera al Fatto,
a mano, le parole tracciate
con cura. “Ci voglio mettere
la faccia”. “Ho una pensione
minima e riesco a stento
ad arrivare a fine mese.
Prima abitavo a Roma, ma da
quando mi sono trasferito
qui con mia moglie, ho trovato
serenità coltivando un
piccolo pezzo di terreno”,
racconta dopo essere rientrato
dal lavoro nell'orto.
“Conosco la terra ma ho problemi
a trovare semi autoctoni
da piantare, quelli locali.
Si vendono solo quelli delle
multinazionali: ma perché
devo comprarli?”.
SPIEGA CHE GLI PIACEREBBE
coltivare quelli tramandati
da padre in figlio, selezionati
in modo naturale dai suoi vicini
di orto. “Quelli commerciali
non portano fioritura,
non danno buona resa. Richiedono
l’uso di agenti chimici
e pesticidi e non sono in
grado di resistere ai cambiamenti
climatici". E costano
tanto.
Maria Grazia Mammuccini
è la vice presidente della
divisione italiana ed europea
di Navdanya International,
un ’associazione che sostiene
il diritto del seme e della
biodiversità in agricoltura.
“Per secoli - spiega - sono
stati i contadini a selezionare
i semi: li conservavano e li
isolavano scegliendoli dalla
parte migliore del raccolto.
Identificavano le piante e i
frutti migliori e ne ricavavano
i semi”. Una pratica, questa,
che comprendeva anche
lo scambio tra gli agricoltori.
“Era un modo naturale
per fare in modo che le migliori
varietà si fondessero,
attenuando i difetti l'una
dell'altra e potenziando la
resa - spiega la Mammucini.
Fino al dopoguerra, quando
è subentrata l'agricoltura industriale.
“Prima è stata introdotta
la selezione dei semi
da parte di enti scientifici.
Poi, le grandi imprese sementiere
hanno preteso che
i semi fossero tutelati anche
da diritti di proprietà intellettuale.
Sono nate leggi,
normative comunitarie: una
varietà, per essere venduta,
deve essere iscritta al Registro
Nazionale delle Varietà,
deve superare test e prove
che durano anni".
Il seme, infatti, deve dimostrare
di corrispondere al
cosiddetto Dus, deve essere
distinto, uniforme e stabile.
In parole semplici significa
che le varietà devono avere
caratteristiche chiare, che le
distinguano l'una dall'altra,
mentre i semi devono essere
tutti uguali, dare la stessa resa e rimanere stabili nel tempo.
“La selezione scientifica -
dice la Mammuccini - è una
pratica che ha comunque
portato ottimi risultati: non
si può negare. Il problema è
venuto dopo”. La certificazione
ufficiale delle sementi
è stata introdotta dalla Comunità
economica europea
negli anni Sessanta e, secondo
chi sostiene il diritto alla
biodiversità, di fatto impedisce
ai piccoli contadini di gestire
i loro raccolti liberamente,
di scambiarsi e di
vendere i loro semi.
“La certificazione è un sistema
che si propone di tutelare
l’utilizzatore, soprattutto
se pensiamo alle migliaia
e migliaia di piccoli agricoltori
che le impiegano”,
spiega al Fatto Marco Nardi,
segretario generale di Assosementi.
Ma se la disciplinasemen -
tiera comunitaria e nazionale
vieta la commercializzazione
di sementi che non appartengano
a varietà regolarmente
registrate e che
non siano certificate, i contadini,
nonostante le regole,
comprano e si scambiano i
semi. Anche per risparmiare.
“Esistono aree di illegalità
diverse da specie a specie.
Per il frumento duro, che
è la specie più coltivata in Italia,
la quota non certificata
è vicina al 35 per cento del totale”.
Per il grano tenero, il
riso e la soia, la quota di seme
non certificato utilizzato si
aggira intorno al 20 per cento.
IL DIBATTITO SULLA li b er a
riproduzione delle sementi
va avanti da anni. Secondo uno
studio dei Verdi europei,
più del 50 per cento del mercato
dei semi è controllato da
sole cinque multinazionali:
Pioneer, Syngenta, Monsanto,
Limagrain e Kws. Se si aggiungono
le altre aziende, si
arriva anche al 70 per cento.
Un monopolio che ha generato
un veloce aumento dei
prezzi: dal 1995 al 2011 il costo
medio per seminare un
ettaro di soia è aumentato
del 325 per cento, mentre
quello del mais del 259.
Inoltre, le piccole e medie
aziende sementiere che vogliono
essere autonome devono
fare i conti con le multinazionali.
Attualmente in
Italia sono circa 300. Non
tutte però producono semi
propri, da vendere autonomamente.
La maggior parte
viene inglobata nella catena
produttiva delle multinzionali
e produce i semi per loro.
“Sono circa 16mila gli agricoltori
che ogni anno moltiplicano
le sementi tramite
contratti con le aziende sementiere
- spiega ancora
Marco Nardi. “E la moltiplicazione
delle sementi ha ri216mila ettari di campo”. Una
catena di montaggio ad
appalti. “Così il monopolio
dei semi resta alle multinazionali
che influenzano il
mercato”, dice Mammuccini.
Antonio porta a passeggio
il cane intorno al castello ducale
di Isola del Liri. Ha capito
tutto quello che succede,
i problemi che ci sono
.Condivide, approva alcuni
passaggi, altri meno. Ma gli
resta una domanda. “Perché
dovrei comprare semi da chi
non conosco, se invece posso
farlo da Giovanni, il mio vicino.
A chi facciamo del male?
L’ho visto con i miei occhi:
le sue piante sono migliori
delle mie”.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Isola Liri, in provincia di
Frosinone, vive Antonio Taglione,
ex agricoltore di 80
anni. Qualche settimana fa
ha scritto una lettera al Fatto,
a mano, le parole tracciate
con cura. “Ci voglio mettere
la faccia”. “Ho una pensione
minima e riesco a stento
ad arrivare a fine mese.
Prima abitavo a Roma, ma da
quando mi sono trasferito
qui con mia moglie, ho trovato
serenità coltivando un
piccolo pezzo di terreno”,
racconta dopo essere rientrato
dal lavoro nell'orto.
“Conosco la terra ma ho problemi
a trovare semi autoctoni
da piantare, quelli locali.
Si vendono solo quelli delle
multinazionali: ma perché
devo comprarli?”.
SPIEGA CHE GLI PIACEREBBE
coltivare quelli tramandati
da padre in figlio, selezionati
in modo naturale dai suoi vicini
di orto. “Quelli commerciali
non portano fioritura,
non danno buona resa. Richiedono
l’uso di agenti chimici
e pesticidi e non sono in
grado di resistere ai cambiamenti
climatici". E costano
tanto.
Maria Grazia Mammuccini
è la vice presidente della
divisione italiana ed europea
di Navdanya International,
un ’associazione che sostiene
il diritto del seme e della
biodiversità in agricoltura.
“Per secoli - spiega - sono
stati i contadini a selezionare
i semi: li conservavano e li
isolavano scegliendoli dalla
parte migliore del raccolto.
Identificavano le piante e i
frutti migliori e ne ricavavano
i semi”. Una pratica, questa,
che comprendeva anche
lo scambio tra gli agricoltori.
“Era un modo naturale
per fare in modo che le migliori
varietà si fondessero,
attenuando i difetti l'una
dell'altra e potenziando la
resa - spiega la Mammucini.
Fino al dopoguerra, quando
è subentrata l'agricoltura industriale.
“Prima è stata introdotta
la selezione dei semi
da parte di enti scientifici.
Poi, le grandi imprese sementiere
hanno preteso che
i semi fossero tutelati anche
da diritti di proprietà intellettuale.
Sono nate leggi,
normative comunitarie: una
varietà, per essere venduta,
deve essere iscritta al Registro
Nazionale delle Varietà,
deve superare test e prove
che durano anni".
Il seme, infatti, deve dimostrare
di corrispondere al
cosiddetto Dus, deve essere
distinto, uniforme e stabile.
In parole semplici significa
che le varietà devono avere
caratteristiche chiare, che le
distinguano l'una dall'altra,
mentre i semi devono essere
tutti uguali, dare la stessa resa e rimanere stabili nel tempo.
“La selezione scientifica -
dice la Mammuccini - è una
pratica che ha comunque
portato ottimi risultati: non
si può negare. Il problema è
venuto dopo”. La certificazione
ufficiale delle sementi
è stata introdotta dalla Comunità
economica europea
negli anni Sessanta e, secondo
chi sostiene il diritto alla
biodiversità, di fatto impedisce
ai piccoli contadini di gestire
i loro raccolti liberamente,
di scambiarsi e di
vendere i loro semi.
“La certificazione è un sistema
che si propone di tutelare
l’utilizzatore, soprattutto
se pensiamo alle migliaia
e migliaia di piccoli agricoltori
che le impiegano”,
spiega al Fatto Marco Nardi,
segretario generale di Assosementi.
Ma se la disciplinasemen -
tiera comunitaria e nazionale
vieta la commercializzazione
di sementi che non appartengano
a varietà regolarmente
registrate e che
non siano certificate, i contadini,
nonostante le regole,
comprano e si scambiano i
semi. Anche per risparmiare.
“Esistono aree di illegalità
diverse da specie a specie.
Per il frumento duro, che
è la specie più coltivata in Italia,
la quota non certificata
è vicina al 35 per cento del totale”.
Per il grano tenero, il
riso e la soia, la quota di seme
non certificato utilizzato si
aggira intorno al 20 per cento.
IL DIBATTITO SULLA li b er a
riproduzione delle sementi
va avanti da anni. Secondo uno
studio dei Verdi europei,
più del 50 per cento del mercato
dei semi è controllato da
sole cinque multinazionali:
Pioneer, Syngenta, Monsanto,
Limagrain e Kws. Se si aggiungono
le altre aziende, si
arriva anche al 70 per cento.
Un monopolio che ha generato
un veloce aumento dei
prezzi: dal 1995 al 2011 il costo
medio per seminare un
ettaro di soia è aumentato
del 325 per cento, mentre
quello del mais del 259.
Inoltre, le piccole e medie
aziende sementiere che vogliono
essere autonome devono
fare i conti con le multinazionali.
Attualmente in
Italia sono circa 300. Non
tutte però producono semi
propri, da vendere autonomamente.
La maggior parte
viene inglobata nella catena
produttiva delle multinzionali
e produce i semi per loro.
“Sono circa 16mila gli agricoltori
che ogni anno moltiplicano
le sementi tramite
contratti con le aziende sementiere
- spiega ancora
Marco Nardi. “E la moltiplicazione
delle sementi ha ri216mila ettari di campo”. Una
catena di montaggio ad
appalti. “Così il monopolio
dei semi resta alle multinazionali
che influenzano il
mercato”, dice Mammuccini.
Antonio porta a passeggio
il cane intorno al castello ducale
di Isola del Liri. Ha capito
tutto quello che succede,
i problemi che ci sono
.Condivide, approva alcuni
passaggi, altri meno. Ma gli
resta una domanda. “Perché
dovrei comprare semi da chi
non conosco, se invece posso
farlo da Giovanni, il mio vicino.
A chi facciamo del male?
L’ho visto con i miei occhi:
le sue piante sono migliori
delle mie”.
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Lunedì 28 settembre 2015 Ma mi faccia il piacere
Padri costituenti. “I n v ito
gli amici di FI a usare
cautela parlando di Verdini.
Egli è galantuomo, conosce
la loro biografia e mantiene
riserbo” (Saverio Romano, ex
Udc e FI, ora verdiniano, Twitter,
26.9). Loro però conoscono
la sua e pure quella di Romano.
Si potrebbe raccontarle
nella nuova Costituzione.
Pezzi & prezzi. “FI perde i
pezzi e accusa: mercato
delle vacche”
(Corriere della
sera, 23.9).
Ce li stanno
r i c o m p r a ndo
tutti, non
vale.
Il solco.“C a m b i amo
la Costituzione
nel solco dei Padri
costituenti”(Maria Elena Boschi,
Pd, ministro delle Riforme,
La Stampa, 23.9). Un solco
talmente profondo da sembrare
una tomba.
Good news.“Evasione, pene
più leggere” (la Repubblica,
23.9). In effetti 230 detenuti
per reati finanziari su
50mila sono ancora troppi.
Maggioritario all'inglese.
“Nella biografia non autorizzata
di David Cameron, si
racconta di un rito durante il
quale al futuro premier venne
chiesto di calarsi i pantaloni e
inserire 'una parte della sua anatomia'
nella bocca di un
maiale'” (Corriere della sera,
22.9). Lui l'Italicum e il Porcellum
se li è fatti contemporaneamente
in un colpo solo.
Ignaro Marino.“Il mio futuro?
Senza politica”(Ignazio
Marino, Pd, sindaco di Roma,
Il Messaggero, 22.9). Esattamente
come il suo presente.
Giustizia sarà fatta.
“Confalonieri da Dell'Utri, la
visita in carcere: 'Ora dategli
giustizia'” (Corriere della sera,
23.9). In effetti 7 anni per
mafia sono pochini.
Tutto in famiglia. “La Finanza
nella Popolare di Vicenza:
'Nascosto un passivo di
974 milioni'” (Corriere della
sera, 23.9). Finalmente una
banca che combatte la criminalità
rapinandosi da sola.
Visti e rivisti. “Rai, affondo
Pd sui talk show: 'Vanno rivi
st i' ” (la Repubblica, 23.9).
Due volte, anche in replica?
Bavaglio buono.“Il ddl intercettazioni
è un attacco al
diritto di cronaca, il tentativo
di mettere un bavaglio all'informazione.
Il Pd si opporrà
du ram en te” (Donatella Ferranti,
Pd, contro il bavaglio
del governo Berlusconi,
23.2.2009). “Macchè bavaglio,
M5S cavalca battaglie del
passato” (Donatella Ferranti,
Pd, a favore del bavaglio del
governo Renzi, l'Unità,
24.9.2015). Cioè di quando
c'era ancora il Pd Angelona e Angelino. “Migranti, alla fine l'Europa
ha capito che la nostra linea è giusta” (Angelino Alfano,
Corriere della sera, 24.9). E' stato nell'istante esatto
in cui, al posto di Angelino Alfano, l'ha esposta Angela
Merkel.
Peli superflui. “Vertice franco-tedesco-britannico
su Siria e Libia. L'Italia viene tenuta fuori” ( Corriere
della sera, 24.9). Ecco, appunto.
Herr Lantini. “Il caso Volkswagen dimostra i limiti
industriali della dottrina Landini”(Il Foglio, 24.9). Diavolo
di un Landini: s'è messo a dirigere pure la Volkwagen.
Sfido che poi succedono le cosacce.
Portarsi avanti. “Giubileo, l'allarme dei magistrati:
'A Roma serve più personale'” (Corriere della sera,
24.9). E gli appalti non sono ancora partiti.
Anema e core. “Salvini sonda le anime del centrodestra”
(Corriere della sera, 25.9). Più che una seduta
spiritica, una seduta spiritosa.
Spes ultima dea. “Ora avete visto che la minoranza
non voleva far cadere questo governo” (Roberto Speranza,
minoranza Pd, La Stampa, 24.9). Voleva far cadere
se stessa.
Bei tempi. “L'appello di Napolitano ai leader Ue:
'L'Ungheria deve essere sanzionata'”(La Stampa, 25.9).
Si potrebbe richiamare l'Armata Rossa, l'ultima volta a
Budapest gli era tanto piaciuta.
Garantismi. “Il pedofilo allenatore a processo” (Il
Messaggero, 23.9). Dunque, assodato che l'imputato è
già pedofilo prim'ancora della prima udienza, il processo
servirà ad accertare se sia davvero un allenatore.
#Stainosereno.“Il Senato ha offeso profondamente
Cécile Kyenge. E pensare che sono stati tutti eletti direttamente”
(Sergio Staino, l'Unità, 22.9). No, caro, sono
stati tutti nominati con l'Italicum. Però, dai, la vignetta
fa molto ridere.
Merda d'artista.“C.A.C.C.A - Il nuovo Centro di Arte
Contemporanea sulla Cultura Alimentare inaugura
oggi alle 19”(Comune di Bologna, Twitter, 22.9). Buona
digestione.
gli amici di FI a usare
cautela parlando di Verdini.
Egli è galantuomo, conosce
la loro biografia e mantiene
riserbo” (Saverio Romano, ex
Udc e FI, ora verdiniano, Twitter,
26.9). Loro però conoscono
la sua e pure quella di Romano.
Si potrebbe raccontarle
nella nuova Costituzione.
Pezzi & prezzi. “FI perde i
pezzi e accusa: mercato
delle vacche”
(Corriere della
sera, 23.9).
Ce li stanno
r i c o m p r a ndo
tutti, non
vale.
Il solco.“C a m b i amo
la Costituzione
nel solco dei Padri
costituenti”(Maria Elena Boschi,
Pd, ministro delle Riforme,
La Stampa, 23.9). Un solco
talmente profondo da sembrare
una tomba.
Good news.“Evasione, pene
più leggere” (la Repubblica,
23.9). In effetti 230 detenuti
per reati finanziari su
50mila sono ancora troppi.
Maggioritario all'inglese.
“Nella biografia non autorizzata
di David Cameron, si
racconta di un rito durante il
quale al futuro premier venne
chiesto di calarsi i pantaloni e
inserire 'una parte della sua anatomia'
nella bocca di un
maiale'” (Corriere della sera,
22.9). Lui l'Italicum e il Porcellum
se li è fatti contemporaneamente
in un colpo solo.
Ignaro Marino.“Il mio futuro?
Senza politica”(Ignazio
Marino, Pd, sindaco di Roma,
Il Messaggero, 22.9). Esattamente
come il suo presente.
Giustizia sarà fatta.
“Confalonieri da Dell'Utri, la
visita in carcere: 'Ora dategli
giustizia'” (Corriere della sera,
23.9). In effetti 7 anni per
mafia sono pochini.
Tutto in famiglia. “La Finanza
nella Popolare di Vicenza:
'Nascosto un passivo di
974 milioni'” (Corriere della
sera, 23.9). Finalmente una
banca che combatte la criminalità
rapinandosi da sola.
Visti e rivisti. “Rai, affondo
Pd sui talk show: 'Vanno rivi
st i' ” (la Repubblica, 23.9).
Due volte, anche in replica?
Bavaglio buono.“Il ddl intercettazioni
è un attacco al
diritto di cronaca, il tentativo
di mettere un bavaglio all'informazione.
Il Pd si opporrà
du ram en te” (Donatella Ferranti,
Pd, contro il bavaglio
del governo Berlusconi,
23.2.2009). “Macchè bavaglio,
M5S cavalca battaglie del
passato” (Donatella Ferranti,
Pd, a favore del bavaglio del
governo Renzi, l'Unità,
24.9.2015). Cioè di quando
c'era ancora il Pd Angelona e Angelino. “Migranti, alla fine l'Europa
ha capito che la nostra linea è giusta” (Angelino Alfano,
Corriere della sera, 24.9). E' stato nell'istante esatto
in cui, al posto di Angelino Alfano, l'ha esposta Angela
Merkel.
Peli superflui. “Vertice franco-tedesco-britannico
su Siria e Libia. L'Italia viene tenuta fuori” ( Corriere
della sera, 24.9). Ecco, appunto.
Herr Lantini. “Il caso Volkswagen dimostra i limiti
industriali della dottrina Landini”(Il Foglio, 24.9). Diavolo
di un Landini: s'è messo a dirigere pure la Volkwagen.
Sfido che poi succedono le cosacce.
Portarsi avanti. “Giubileo, l'allarme dei magistrati:
'A Roma serve più personale'” (Corriere della sera,
24.9). E gli appalti non sono ancora partiti.
Anema e core. “Salvini sonda le anime del centrodestra”
(Corriere della sera, 25.9). Più che una seduta
spiritica, una seduta spiritosa.
Spes ultima dea. “Ora avete visto che la minoranza
non voleva far cadere questo governo” (Roberto Speranza,
minoranza Pd, La Stampa, 24.9). Voleva far cadere
se stessa.
Bei tempi. “L'appello di Napolitano ai leader Ue:
'L'Ungheria deve essere sanzionata'”(La Stampa, 25.9).
Si potrebbe richiamare l'Armata Rossa, l'ultima volta a
Budapest gli era tanto piaciuta.
Garantismi. “Il pedofilo allenatore a processo” (Il
Messaggero, 23.9). Dunque, assodato che l'imputato è
già pedofilo prim'ancora della prima udienza, il processo
servirà ad accertare se sia davvero un allenatore.
#Stainosereno.“Il Senato ha offeso profondamente
Cécile Kyenge. E pensare che sono stati tutti eletti direttamente”
(Sergio Staino, l'Unità, 22.9). No, caro, sono
stati tutti nominati con l'Italicum. Però, dai, la vignetta
fa molto ridere.
Merda d'artista.“C.A.C.C.A - Il nuovo Centro di Arte
Contemporanea sulla Cultura Alimentare inaugura
oggi alle 19”(Comune di Bologna, Twitter, 22.9). Buona
digestione.
L’INTERVISTA SANDRA MILO A quasi 83 anni, continua a recitare: “Anche due spettacoli alla volta” Io, un pericolo per le donne costretta sempre a stupire Fellini era l’amore assoluto
M» MALCOM PAGANI
emorie di Sandrocchia: “Alberto
Sordi era un accentratore
terribile e si considerava
nei pressi di dio. Per lui al
mondo c’era soltanto Sordi.
Sordi e basta”. “Flaiano sapeva
nascondere la malinconia”.
“Rodolfo Sonego era
un generoso. E in un mondo
di egoisti e di gente che
prende a piene mani senza
curarsi troppo di restituire,
era ovvio che il suo offrirsi
senza calcolo gli avrebbe
causato tremende sofferenze”.
Sulla via degli 83 anni,
Sandra Milo ricorda tutto.
Amici, amanti, fratelli, conoscenti:
“E non rimpiango
niente perché il rimpianto è
la cosa più insensata e inutile
che esista. Al bivio fai una
scelta, tiri una linea, percorri
una strada al posto di
un’altra. È chiaro che ogni
decisione corrisponde a una
rinuncia, ma la vita è fatta
così. Sono comunque più le
persone che ho abbandonato
volontariamente di quelle
che ho perso. Il mio motto è
‘alla prossima’. Prima o poi,
ne sono certa, ci si incontrerà
nuovamente”. La risata
sottile. La finta ingenuità
come secondo abito: “Er o
l’oca giuliva, la bella che doveva
rimanere muta, l’appariscente
bionda che non capiva
niente, l’ornamento di
un cinema italiano che, salvo
rare eccezioni, è sempre
stato un feudo maschile.
Compresi in fretta dov’ero e
perseguii il successo in maniera
morbida, insinuante,
sottile, senza fretta né ansie
apparenti”. Sandra Milo
continua a recitare: “Anche
due spettacoli nello stesso
periodo. Ho una gran memoria
e gli impresari si sorprendono
‘ma allora è brava’.
Ho smesso di offendermi.
Forse il mio destino è
questo. Stupire ad ogni costo”.
Questione di esibizionismo?
Non c’è attore che non sia esibizionista,
ma per non essere
schiacciata, soprattutto
all’inizio, servì più astuzia
che volontà di mostrarsi.
Quello del cinema –diceva –
era un microcosmo maschile.
A Cinecittà ero arrivata per
affermarmi. Volevo farcela
e per riuscire nell’intento mi
mimetizzai. Alle mie collexcelsior faghe
sembravo leggera, vacua,
inoffensiva. Ero pericolosa
invece, ma se ne resero
conto quando era troppo
tardi.
Il primo a offrirle un’occa -
sione fu Antonio Pietrangeli
ne Lo scapolo.
Uno dei pochi insieme ad
Antonioni ad avere il coraggio
di mettere la donna in
primo piano e a cercare di
capirla veramente.
Tra il 1955 e il ‘61, lavorando
con registi come Becker,
Cayatte, Sautet, Steno e
Rossellini, lei girò 18 film.
Mi sono divertita, anche se
al cinema, per senso ancestrale
del dovere ho sempre
anteposto figli e famiglia. I
mariti non volevano che recitassi,
ogni tanto invece
non andava a me. Con il cinema
ho avuto un rapporto
strano.
Era tormentate anche le relazioni
sentimentali. Molti
matrimoni, tre figli, qualche
visita di troppo in tribunale.
Il solo Moris Ergas, padre di
una delle mie figlie e produttore
de Il Generale della Roveredi
Rossellini, mi intentò
44 cause.
Sempre con la regia di Rossellini,
Ergas aveva finanziato
anche Vanina Vanini.
A Venezia, Festival del
1961, il pubblico si scatenò.
Con il ruolo di una principessa
romana che si infatua
di un carbonaro, quell’anno
speravo di vincere la Coppa
Volpi che avevo sfiorato
l’anno prima con Adua e le
compagne di Pietrangeli. In
sala accadde l’impensabile.
Rossellini, forse per precedenti
dissidi con Ergas, era
rimasto a casa. Mi trovai in
prima linea. Il pubblico, imbarbarito,
iniziò a fischiare a
proiezione in corso. Ululati,
urla, piedi sbattuti sul pavimento.
Un circo. Io iniziai a
piangere e non smisi più.
Enrico Lucherini inventò
per lei il soprannome Canina
Canini.
Il Corriere della Sera riprese
l’idea e da allora, per lungo
tempo, un tempo in cui i
giornali contavano qualcosa
e indirizzavano la pubblica
opinione, mi chiamarono
tutti così.
Conobbe l’insuccesso.
Tutto d’un fiato. Il giorno
prima, mentre nuotavo davanti
alla spiaggia dell’Eceva collexcelsior,
mi sentivo una regina
infastidita dalla presenza
degli altri bagnanti. Il
giorno dopo ero un’appestata.
Mi rinchiusi in casa a scrivere
poesie. Lasciai il cinema.
Ergas in fondo era contento.
Nel ’56, all’epoca in
cui avrei dovuto interpretare
La risaia di Matarazzo, era
arrivato a dire a Carlo
Ponti che il ruolo della mondina
non mi si addiceva perché
soffrivo di tremendi
reumatismi.
Poi arrivarono Fellini, l’oc -
casione di 8 1/2, l’Oscar per
il miglior film straniero, la
rivincita.
Credo di essermi innamorata
di Fellini la prima volta
che l’ho visto. Federico era
speciale. Aveva una mente
complessa, un occhio acuto
capace di andare molto oltre
le apparenze. Scopriva cose
che gli altri ignoravano. Anche
se poi affrontava i suoi
temi con facilità, rendendoli
comprensibili a tutti, non era
facile capirlo né lui amava
farsi leggere chiaramente.
Ha mai ascoltato una sua intervista
in tv?
Un paio.
Per farsi un’idea bastano e avanzano.
Io credo di averle
viste quasi tutte. Sono melodiose,
armoniche, piacevoli.
Una serie di parole bellissime
e di frasi magnifiche che
di lui non rivelano niente.
Dove si rivelava allora Fellini?
Nella lungimiranza. Federico
raccontava quasi sempre
la fine di un mondo, ma lo fa dell’Eceva
in anticipo sugli altri.
Cos’è La dolce vita se non
la prefigurazione del
tramonto definitivo
della cultura e della
bellezza? E cos’è
Prova d’o rc h es t ra ,
uno dei suoi film
più lucidi, se non
l’annuncio di un
caos immanente?
Fellini sapeva dove
saremmo finiti.
Aveva quindi
ragione Arbasino?
Lui
ricorda una
dolce v i t a
molto diversa
da quella
t ra m an d a t a
ai contemporanei
e un
Moravia annoiato,
intento
a contare
le macchine
di passaggio
in Via
del Corso il
sabato sera.
In un’ora ne
p a s s a r o n o
sette.
Aveva torto. Federico
immaginava
quel che
sarebbe accaduto,
non fotografava
la realtà.
La trasfigurava.
Per forza
che a Via del
Corso, Roma
appariva diversa
da Via Vene- to. La dolce vita era Via Veneto.
Una strada diversa da
tutte le altre. Forse la più
brillante del mondo. Ungaretti,
le star del cinema americano,
la grande nobiltà al
centro di un’epoca ancora
splendida in cui se si possedeva
il talento di annusare il
futuro, ma solo in quel caso,
si poteva sentire già l’odore
di morte, di fine, di sipario
tirato.
A presentarle Fellini fu
Flaiano, uno che quel talento
ce l’aveva: “Via Veneto è
sempre più irriconoscibile”
scriveva nel ’62.
Tra loro c’è stato un periodo
di adorazione reciproca, poi
le cose andarono come andarono
e il sodalizio finì. Ci
fu sicuramente l’es a sp er azione
dovuta a un rapporto
sperequato, plasticamente
rappresentato dal viaggio a- mericano in cui Federico
viaggiò in prima ed Ennio in
economica. Ma la ragione
della loro rottura risiedeva
altrove.
Dove?
In Fellini l’artista prevaleva
talmente tanto sull’uo mo
che una volta scambiati sapere,
saggezza e conoscenza
con l’interlocutore, Federico
considerava esaurito anche
il rapporto. Era come se
conoscendo fin troppo bene
chi aveva davanti, gli mancasse
all’improvviso l’al imento
fondamentale dell’amicizia:
la curiosità.
Era spietatezza?.
Era necessità. Tutte le cose
hanno una fine, ma a Federico
ho visto chiudere da un
giorno all’altro rapporti intensissimi.
E ho visto soffrire
in maniera straziante sia
Sonego sia Flaiano. Sembravano
amanti delusi. Erano
persone che idealizzavano
allo spasimo e poi si ritrovavano
con la cenere in mano a
chiedersi i perché della fine.
Fellini era libero dal ricatto
dei sentimenti. Se qualcuno
lo tradiva, reagiva con il disprezzo
senza mai concedersi
il lusso della malinconia.
Non soffriva né sentiva
dolore. Lo cancellava. E ripartiva.
Aveva sempre bisogno
di stimoli nuovi, di passare
da un’infatuazione intellettuale
o amorosa a
un’altra.
Lei con Fellini ha vissuto una
storia d’amore clandestina
per 17 anni.
Abbiamo dormito insieme
negli alberghetti lividi, nelle
abitazioni prestate dagli amici
complici e anche a casa
sua. Ma non ci siamo mai
svegliati insieme. Ci incontravamo
di notte e ci salutavamo
prima dell’alba. Così,
per 17 anni. Da un certo punto
di vista era più comprensibile
il suo rapporto con sua
moglie che con me.
È stata gelosa di Fellini?
Qualche volta, non in maniera
esagerata, anche per
merito suo. Fellini mi raccontava
sempre le sue avventure.
Come le dicevo, era
un uomo molto curioso del
prossimo e delle donne. Magari
era attratto da una ragazza
che passava per strada,
la seguiva e poi vabbè,
non c’è bisogno di dire altro.
Federico descriveva tutto.
L’allegria, la scoperta, l’e ccitazione,
la delusione. Parlare
delle proprie debolezze
significa mettere l’altro sul
tuo stesso piano. Quando invece
racconti bugie a chi ami
lo allontani da te e lo poni su
un piano inferiore. Questo
Fellini con me non l’ha mai
fatto.
Lui viveva con Giulietta
Masina. Lei era l’a m a nte .
Come ha fatto ad accettare
il patto?
È una cosa per cui in effetti
gli serbo un po’ di rancore,
ma ho sempre accettato la situazione
perché Federico era
per me l’amore assoluto.
Non ho mai giudicato. Si è
vero: gli alberghetti, la precarietà,
la paura di essere
scoperti, ma anche la sensazione
che se fossimo finiti a
vivere insieme avremmo iniziato
a litigare: “Dove vai
st ase ra? ” “Non mi porti?”,
“Stai spendendo troppo”. Cose che avviliscono. Per
me Fellini era unico e io avevo
avuto le mie esperienze.
Ero in grado di fare dei
confronti. Sa qual è l’aspetto
più anomalo di questa storia?
Il più straordinario?
Qual è?
Che io l’abbia chiusa e lo abbia
lasciato nel momento in
cui mi ha detto “ora ho capito
che ti amo, sei la donna
della mia vita e voglio passare
il tempo che mi resta
con te”. Eravamo a Cinecittà
e nel parlarmi, Federico covava
uno strano presentimento:
“Ho la sensazione
che non ti vedrò più”.
Aveva capito?
Non lo so. So che io mi sono
spaventata. Ho temuto che
la realtà uccidesse la fantasia.
Avreste potuto rimanere amici.
Davvero crede a queste cose?
Io non ci ho mai creduto.
L’unico modo per conservare
qualcosa che ancora oggi
mi scuote era andare via per
sempre. Se fossi rimasta a
metà del guado o mi fossi limitata
a rifiutare un progetto
comune che non condividevo,
avrei costretto entrambi
allo spettacolo delle
recriminazioni: “Tu non hai
voluto”e delle giustificazioni:
“L’ho fatto per noi”. Un
po’di miseria sarebbe entrata
nelle nostra storia che la
miseria non aveva mai conosciuto
e l’avrebbe inquinata.
Non ho voluto. Forse è stato
l’atto più coraggioso della
mia vita.
Lei con Fellini lavorò in 8 1/2
e in Giulietta degli spiriti.
Mancò invece il terzo capolavoro.
In Am a rc o rd avrebbe
dovuto interpretare
la Gradisca.
Mi ero sposata con un chirurgo
e ormai da 8 anni mi
ero ritirata dalle scene. Lui,
Ottavio, di vedermi ancora
attrice proprio non voleva
saperne. Fellini mi telefonò
per convocarmi a Cinecittà
per un colloquio e all’i mprovviso
rinacque la passione.
Sicura di convincerlo in
seguito, presi tempo con
mio marito e raggiunsi Federico.
Voleva costruire con
me il personaggio. Mi raccontò
che la Gradisca era una
donna tutta terra, sangue,
amore, sesso, tette sul bancone
della tabaccheria e
Lambrusco.
Le fece vedere un disegno?
Nel bozzetto aveva disegnato
una donna bruna, formosa,
con la frangia e i capelli
neri lunghi un po’raccolti da
cui scendevano tanti boccoli
neri sulle spalle. Io ero bionda.
Quella Gradisca non mi
convinceva. Lo aggredii: “A
me sembra di legno, ’sta Gradisca.
Tu mi dici che è gioia,
avidità, carne, sensualità,
voglia di vivere, di ridere e di
mangiare e poi me la fai con
tutti ’sti boccoli? Solo una
donna sola e nevrotica perde
tempo a farsi i boccoli. Una
persona vera non ha tempo
per queste cose e vive ben
più intensamente. Cambiò idea,
mi tagliarono i boccoli,
e procedemmo spediti verso
il provino. Indossavo un
cappotto di vellutino rosso
con la ciniglia nera: “dammi
il tuo basco” gli dissi. Lui se
lo tolse. Me lo diede. Sembrava
fatta e invece tra me e
Fellini si mise mio marito.
Non era sicura di convincerlo?
Mi sbagliavo. Fu molto chiaro:
“Se fai Amarcord perdi i
tuoi figli, non li vedi mai più
e dirò al mondo intero che
sei una sfasciafamiglie”. ’Sta
storie della sfasciafamiglie
mi fece rinunciare al film.
Mi vergognavo. A Fellini lo
disse Vittoria Mancini, una
mia amica. Lui mi scrisse una
lettera stupenda, mi fece
spedire 100 rose rosse a casa
e poi si ammalò. Cristaldi, il
produttore, era preoccupatissimo.
Telefonò a Magali
Noël che con Federico aveva
già lavorato in due occasioni
e la portò in proiezione:
“Guarda Sandra e cerca di
somigliarle. Se non trova una
come lei, il film non si fa”.
Lei, intelligentissima, si adattò.
Trucco e movenze identiche.
Fellini si convinse.
Amarcord partì.
Finita l’avventura con Fellini,
lei ebbe una relazione
con Craxi.
Ci incontrammo e ballammo
al Don Lisander. Primo
approccio non memorabile.
Quel ragazzone sudato non
mi affascinava. Poi mi conquistò.
Non ho mai più conosciuto
nessuno che avesse
un amore profondo per
l’Italia come lui. È stato coraggioso,
ha messo in riga gli
americani a Sigonella, è
morto esule. Oggi lo difendono
tutti. Ma oggi è troppo
tardi. Gli italiani sono come
i bambini. Prima adorano il
giocattolo nuovo, poi lo fanno
a pezzi.
Ai tempi del macabro
scherzo telefonico in cui le
annunciavano in diretta la
falsa morte di suo figlio Ciro
e delle sue urla: “Cirooo,
Cirooo”, demolirono anche
lei.
Altro esempio di deprecabile
pecoronismo. All’i ni zi o
ebbi una solidarietà straordinaria,
persino esagerata.
Quel galantuomo di Cossiga
venne addirittura a chiedermi
scusa a nome di tutti gli
italiani. Poi il vento cambiò,
dissero che avevo orchestrato
tutto per farmi pubblicità
e piovvero insulti e
derisione. Che le posso dire?
Tra Bl ob e i programmi di
Gregorio Paolini, almeno, è
diventato un pezzo di storia
della tv.
Sandra Milo non si stanca
mai?
Ogni tanto penso che forse
sì, morirò anch’io.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
emorie di Sandrocchia: “Alberto
Sordi era un accentratore
terribile e si considerava
nei pressi di dio. Per lui al
mondo c’era soltanto Sordi.
Sordi e basta”. “Flaiano sapeva
nascondere la malinconia”.
“Rodolfo Sonego era
un generoso. E in un mondo
di egoisti e di gente che
prende a piene mani senza
curarsi troppo di restituire,
era ovvio che il suo offrirsi
senza calcolo gli avrebbe
causato tremende sofferenze”.
Sulla via degli 83 anni,
Sandra Milo ricorda tutto.
Amici, amanti, fratelli, conoscenti:
“E non rimpiango
niente perché il rimpianto è
la cosa più insensata e inutile
che esista. Al bivio fai una
scelta, tiri una linea, percorri
una strada al posto di
un’altra. È chiaro che ogni
decisione corrisponde a una
rinuncia, ma la vita è fatta
così. Sono comunque più le
persone che ho abbandonato
volontariamente di quelle
che ho perso. Il mio motto è
‘alla prossima’. Prima o poi,
ne sono certa, ci si incontrerà
nuovamente”. La risata
sottile. La finta ingenuità
come secondo abito: “Er o
l’oca giuliva, la bella che doveva
rimanere muta, l’appariscente
bionda che non capiva
niente, l’ornamento di
un cinema italiano che, salvo
rare eccezioni, è sempre
stato un feudo maschile.
Compresi in fretta dov’ero e
perseguii il successo in maniera
morbida, insinuante,
sottile, senza fretta né ansie
apparenti”. Sandra Milo
continua a recitare: “Anche
due spettacoli nello stesso
periodo. Ho una gran memoria
e gli impresari si sorprendono
‘ma allora è brava’.
Ho smesso di offendermi.
Forse il mio destino è
questo. Stupire ad ogni costo”.
Questione di esibizionismo?
Non c’è attore che non sia esibizionista,
ma per non essere
schiacciata, soprattutto
all’inizio, servì più astuzia
che volontà di mostrarsi.
Quello del cinema –diceva –
era un microcosmo maschile.
A Cinecittà ero arrivata per
affermarmi. Volevo farcela
e per riuscire nell’intento mi
mimetizzai. Alle mie collexcelsior faghe
sembravo leggera, vacua,
inoffensiva. Ero pericolosa
invece, ma se ne resero
conto quando era troppo
tardi.
Il primo a offrirle un’occa -
sione fu Antonio Pietrangeli
ne Lo scapolo.
Uno dei pochi insieme ad
Antonioni ad avere il coraggio
di mettere la donna in
primo piano e a cercare di
capirla veramente.
Tra il 1955 e il ‘61, lavorando
con registi come Becker,
Cayatte, Sautet, Steno e
Rossellini, lei girò 18 film.
Mi sono divertita, anche se
al cinema, per senso ancestrale
del dovere ho sempre
anteposto figli e famiglia. I
mariti non volevano che recitassi,
ogni tanto invece
non andava a me. Con il cinema
ho avuto un rapporto
strano.
Era tormentate anche le relazioni
sentimentali. Molti
matrimoni, tre figli, qualche
visita di troppo in tribunale.
Il solo Moris Ergas, padre di
una delle mie figlie e produttore
de Il Generale della Roveredi
Rossellini, mi intentò
44 cause.
Sempre con la regia di Rossellini,
Ergas aveva finanziato
anche Vanina Vanini.
A Venezia, Festival del
1961, il pubblico si scatenò.
Con il ruolo di una principessa
romana che si infatua
di un carbonaro, quell’anno
speravo di vincere la Coppa
Volpi che avevo sfiorato
l’anno prima con Adua e le
compagne di Pietrangeli. In
sala accadde l’impensabile.
Rossellini, forse per precedenti
dissidi con Ergas, era
rimasto a casa. Mi trovai in
prima linea. Il pubblico, imbarbarito,
iniziò a fischiare a
proiezione in corso. Ululati,
urla, piedi sbattuti sul pavimento.
Un circo. Io iniziai a
piangere e non smisi più.
Enrico Lucherini inventò
per lei il soprannome Canina
Canini.
Il Corriere della Sera riprese
l’idea e da allora, per lungo
tempo, un tempo in cui i
giornali contavano qualcosa
e indirizzavano la pubblica
opinione, mi chiamarono
tutti così.
Conobbe l’insuccesso.
Tutto d’un fiato. Il giorno
prima, mentre nuotavo davanti
alla spiaggia dell’Eceva collexcelsior,
mi sentivo una regina
infastidita dalla presenza
degli altri bagnanti. Il
giorno dopo ero un’appestata.
Mi rinchiusi in casa a scrivere
poesie. Lasciai il cinema.
Ergas in fondo era contento.
Nel ’56, all’epoca in
cui avrei dovuto interpretare
La risaia di Matarazzo, era
arrivato a dire a Carlo
Ponti che il ruolo della mondina
non mi si addiceva perché
soffrivo di tremendi
reumatismi.
Poi arrivarono Fellini, l’oc -
casione di 8 1/2, l’Oscar per
il miglior film straniero, la
rivincita.
Credo di essermi innamorata
di Fellini la prima volta
che l’ho visto. Federico era
speciale. Aveva una mente
complessa, un occhio acuto
capace di andare molto oltre
le apparenze. Scopriva cose
che gli altri ignoravano. Anche
se poi affrontava i suoi
temi con facilità, rendendoli
comprensibili a tutti, non era
facile capirlo né lui amava
farsi leggere chiaramente.
Ha mai ascoltato una sua intervista
in tv?
Un paio.
Per farsi un’idea bastano e avanzano.
Io credo di averle
viste quasi tutte. Sono melodiose,
armoniche, piacevoli.
Una serie di parole bellissime
e di frasi magnifiche che
di lui non rivelano niente.
Dove si rivelava allora Fellini?
Nella lungimiranza. Federico
raccontava quasi sempre
la fine di un mondo, ma lo fa dell’Eceva
in anticipo sugli altri.
Cos’è La dolce vita se non
la prefigurazione del
tramonto definitivo
della cultura e della
bellezza? E cos’è
Prova d’o rc h es t ra ,
uno dei suoi film
più lucidi, se non
l’annuncio di un
caos immanente?
Fellini sapeva dove
saremmo finiti.
Aveva quindi
ragione Arbasino?
Lui
ricorda una
dolce v i t a
molto diversa
da quella
t ra m an d a t a
ai contemporanei
e un
Moravia annoiato,
intento
a contare
le macchine
di passaggio
in Via
del Corso il
sabato sera.
In un’ora ne
p a s s a r o n o
sette.
Aveva torto. Federico
immaginava
quel che
sarebbe accaduto,
non fotografava
la realtà.
La trasfigurava.
Per forza
che a Via del
Corso, Roma
appariva diversa
da Via Vene- to. La dolce vita era Via Veneto.
Una strada diversa da
tutte le altre. Forse la più
brillante del mondo. Ungaretti,
le star del cinema americano,
la grande nobiltà al
centro di un’epoca ancora
splendida in cui se si possedeva
il talento di annusare il
futuro, ma solo in quel caso,
si poteva sentire già l’odore
di morte, di fine, di sipario
tirato.
A presentarle Fellini fu
Flaiano, uno che quel talento
ce l’aveva: “Via Veneto è
sempre più irriconoscibile”
scriveva nel ’62.
Tra loro c’è stato un periodo
di adorazione reciproca, poi
le cose andarono come andarono
e il sodalizio finì. Ci
fu sicuramente l’es a sp er azione
dovuta a un rapporto
sperequato, plasticamente
rappresentato dal viaggio a- mericano in cui Federico
viaggiò in prima ed Ennio in
economica. Ma la ragione
della loro rottura risiedeva
altrove.
Dove?
In Fellini l’artista prevaleva
talmente tanto sull’uo mo
che una volta scambiati sapere,
saggezza e conoscenza
con l’interlocutore, Federico
considerava esaurito anche
il rapporto. Era come se
conoscendo fin troppo bene
chi aveva davanti, gli mancasse
all’improvviso l’al imento
fondamentale dell’amicizia:
la curiosità.
Era spietatezza?.
Era necessità. Tutte le cose
hanno una fine, ma a Federico
ho visto chiudere da un
giorno all’altro rapporti intensissimi.
E ho visto soffrire
in maniera straziante sia
Sonego sia Flaiano. Sembravano
amanti delusi. Erano
persone che idealizzavano
allo spasimo e poi si ritrovavano
con la cenere in mano a
chiedersi i perché della fine.
Fellini era libero dal ricatto
dei sentimenti. Se qualcuno
lo tradiva, reagiva con il disprezzo
senza mai concedersi
il lusso della malinconia.
Non soffriva né sentiva
dolore. Lo cancellava. E ripartiva.
Aveva sempre bisogno
di stimoli nuovi, di passare
da un’infatuazione intellettuale
o amorosa a
un’altra.
Lei con Fellini ha vissuto una
storia d’amore clandestina
per 17 anni.
Abbiamo dormito insieme
negli alberghetti lividi, nelle
abitazioni prestate dagli amici
complici e anche a casa
sua. Ma non ci siamo mai
svegliati insieme. Ci incontravamo
di notte e ci salutavamo
prima dell’alba. Così,
per 17 anni. Da un certo punto
di vista era più comprensibile
il suo rapporto con sua
moglie che con me.
È stata gelosa di Fellini?
Qualche volta, non in maniera
esagerata, anche per
merito suo. Fellini mi raccontava
sempre le sue avventure.
Come le dicevo, era
un uomo molto curioso del
prossimo e delle donne. Magari
era attratto da una ragazza
che passava per strada,
la seguiva e poi vabbè,
non c’è bisogno di dire altro.
Federico descriveva tutto.
L’allegria, la scoperta, l’e ccitazione,
la delusione. Parlare
delle proprie debolezze
significa mettere l’altro sul
tuo stesso piano. Quando invece
racconti bugie a chi ami
lo allontani da te e lo poni su
un piano inferiore. Questo
Fellini con me non l’ha mai
fatto.
Lui viveva con Giulietta
Masina. Lei era l’a m a nte .
Come ha fatto ad accettare
il patto?
È una cosa per cui in effetti
gli serbo un po’ di rancore,
ma ho sempre accettato la situazione
perché Federico era
per me l’amore assoluto.
Non ho mai giudicato. Si è
vero: gli alberghetti, la precarietà,
la paura di essere
scoperti, ma anche la sensazione
che se fossimo finiti a
vivere insieme avremmo iniziato
a litigare: “Dove vai
st ase ra? ” “Non mi porti?”,
“Stai spendendo troppo”. Cose che avviliscono. Per
me Fellini era unico e io avevo
avuto le mie esperienze.
Ero in grado di fare dei
confronti. Sa qual è l’aspetto
più anomalo di questa storia?
Il più straordinario?
Qual è?
Che io l’abbia chiusa e lo abbia
lasciato nel momento in
cui mi ha detto “ora ho capito
che ti amo, sei la donna
della mia vita e voglio passare
il tempo che mi resta
con te”. Eravamo a Cinecittà
e nel parlarmi, Federico covava
uno strano presentimento:
“Ho la sensazione
che non ti vedrò più”.
Aveva capito?
Non lo so. So che io mi sono
spaventata. Ho temuto che
la realtà uccidesse la fantasia.
Avreste potuto rimanere amici.
Davvero crede a queste cose?
Io non ci ho mai creduto.
L’unico modo per conservare
qualcosa che ancora oggi
mi scuote era andare via per
sempre. Se fossi rimasta a
metà del guado o mi fossi limitata
a rifiutare un progetto
comune che non condividevo,
avrei costretto entrambi
allo spettacolo delle
recriminazioni: “Tu non hai
voluto”e delle giustificazioni:
“L’ho fatto per noi”. Un
po’di miseria sarebbe entrata
nelle nostra storia che la
miseria non aveva mai conosciuto
e l’avrebbe inquinata.
Non ho voluto. Forse è stato
l’atto più coraggioso della
mia vita.
Lei con Fellini lavorò in 8 1/2
e in Giulietta degli spiriti.
Mancò invece il terzo capolavoro.
In Am a rc o rd avrebbe
dovuto interpretare
la Gradisca.
Mi ero sposata con un chirurgo
e ormai da 8 anni mi
ero ritirata dalle scene. Lui,
Ottavio, di vedermi ancora
attrice proprio non voleva
saperne. Fellini mi telefonò
per convocarmi a Cinecittà
per un colloquio e all’i mprovviso
rinacque la passione.
Sicura di convincerlo in
seguito, presi tempo con
mio marito e raggiunsi Federico.
Voleva costruire con
me il personaggio. Mi raccontò
che la Gradisca era una
donna tutta terra, sangue,
amore, sesso, tette sul bancone
della tabaccheria e
Lambrusco.
Le fece vedere un disegno?
Nel bozzetto aveva disegnato
una donna bruna, formosa,
con la frangia e i capelli
neri lunghi un po’raccolti da
cui scendevano tanti boccoli
neri sulle spalle. Io ero bionda.
Quella Gradisca non mi
convinceva. Lo aggredii: “A
me sembra di legno, ’sta Gradisca.
Tu mi dici che è gioia,
avidità, carne, sensualità,
voglia di vivere, di ridere e di
mangiare e poi me la fai con
tutti ’sti boccoli? Solo una
donna sola e nevrotica perde
tempo a farsi i boccoli. Una
persona vera non ha tempo
per queste cose e vive ben
più intensamente. Cambiò idea,
mi tagliarono i boccoli,
e procedemmo spediti verso
il provino. Indossavo un
cappotto di vellutino rosso
con la ciniglia nera: “dammi
il tuo basco” gli dissi. Lui se
lo tolse. Me lo diede. Sembrava
fatta e invece tra me e
Fellini si mise mio marito.
Non era sicura di convincerlo?
Mi sbagliavo. Fu molto chiaro:
“Se fai Amarcord perdi i
tuoi figli, non li vedi mai più
e dirò al mondo intero che
sei una sfasciafamiglie”. ’Sta
storie della sfasciafamiglie
mi fece rinunciare al film.
Mi vergognavo. A Fellini lo
disse Vittoria Mancini, una
mia amica. Lui mi scrisse una
lettera stupenda, mi fece
spedire 100 rose rosse a casa
e poi si ammalò. Cristaldi, il
produttore, era preoccupatissimo.
Telefonò a Magali
Noël che con Federico aveva
già lavorato in due occasioni
e la portò in proiezione:
“Guarda Sandra e cerca di
somigliarle. Se non trova una
come lei, il film non si fa”.
Lei, intelligentissima, si adattò.
Trucco e movenze identiche.
Fellini si convinse.
Amarcord partì.
Finita l’avventura con Fellini,
lei ebbe una relazione
con Craxi.
Ci incontrammo e ballammo
al Don Lisander. Primo
approccio non memorabile.
Quel ragazzone sudato non
mi affascinava. Poi mi conquistò.
Non ho mai più conosciuto
nessuno che avesse
un amore profondo per
l’Italia come lui. È stato coraggioso,
ha messo in riga gli
americani a Sigonella, è
morto esule. Oggi lo difendono
tutti. Ma oggi è troppo
tardi. Gli italiani sono come
i bambini. Prima adorano il
giocattolo nuovo, poi lo fanno
a pezzi.
Ai tempi del macabro
scherzo telefonico in cui le
annunciavano in diretta la
falsa morte di suo figlio Ciro
e delle sue urla: “Cirooo,
Cirooo”, demolirono anche
lei.
Altro esempio di deprecabile
pecoronismo. All’i ni zi o
ebbi una solidarietà straordinaria,
persino esagerata.
Quel galantuomo di Cossiga
venne addirittura a chiedermi
scusa a nome di tutti gli
italiani. Poi il vento cambiò,
dissero che avevo orchestrato
tutto per farmi pubblicità
e piovvero insulti e
derisione. Che le posso dire?
Tra Bl ob e i programmi di
Gregorio Paolini, almeno, è
diventato un pezzo di storia
della tv.
Sandra Milo non si stanca
mai?
Ogni tanto penso che forse
sì, morirò anch’io.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Inchiesta sui cattolici/8 I più giovani, quelli entrati nell’era Ratzinger sono i più conservatori, ossessionati dalla liturgia - Imparare la sottomissione nelle caserme dei seminari
MARCO MARZANO
ei seminari sono stato molte
volte negli ultimi anni. Ho
tenuto conferenze, fatto interviste,
conosciuto tante
persone. Una volta, qualche
anno fa, proprio per capire
meglio alcune caratteristiche
del luogo, ho chiesto e
ottenuto di potervi trascorrere
una decina di giorni.
Talvolta ho avuto l’impressione
di entrare in una cattedrale
del deserto, in un
grande edificio semi spopolato,
eredità di un glorioso
passato già pronto per divenire
un reperto di archeologia
clericale. Altre volte ho
avuto la sensazione di una
maggiore residua vivacità.
Le cifre sul reclutamento del
clero sono spietate.
IL NUMERO TOTALE dei sacerdoti
diocesani in Italia,
con un'età media intorno ai
sessant'anni, è passato dalle
41.833 unità del 1975 alle
31.580 del 2012 (fonte Osret).
In quattro decenni, la Chiesa
ha perso più di diecimila preti,
circa un quarto del totale.
Nell'ultimo ventennio, il numero
complessivo dei sacerdoti
diocesani (che include
anche i numerosi presbiteri
stranieri) è diminuito di circa
300 unità all'anno (per effetto
del saldo tra decessi, abbandoni
e nuovi ingressi). Il
numero di preti in servizio
potrebbe in realtà essere inferiore,
perché vi sono taluni
che, pur risultando formalmente
presenti nei ranghi
del clero, non esercitano più
di fatto il ministero pastorale,
risultando “s o s p e s i
dall’i n c a r i c o” o “a riposo”.
Questo significa che i circa
2800 candidati al sacerdozio
per il clero diocesano del
2012 (che peraltro non diventeranno
tutti preti) saranno
comunque insufficienti
per arginare l’emorra -
gia di preti e per garantire la
sopravvivenza dell'ancora
fittissima rete territoriale di
parrocchie (25.700 sempre
nel 2012). I deficit di personale
ecclesiastico non sono
uniformi lungo la Penisola e
sono maggiormente evidenti
in alcune aree, ad esempio
in un territorio di fortissima
tradizione cattolica come il
Veneto. Qui l’importazione
di clero da altre aree del
mondo diventerà necessaria,
dato che nel 1970 c’erano
584 candidati al sacerdozio e
nel 2012 il loro numero è sceso
a soli 202. Quasi un terzo.
I SEMINARISTI sono dunque
relativamente pochi. La loro
provenienza rispecchia la
vitalità delle periferie cattoliche
italiane. Un certo numero
(decrescente) viene
ancora dalle parrocchie e
spesso da famiglie super cattoliche,
altri (una quantità
sempre più consistente) dai
movimenti ecclesiali. Tra
questi ultimi è più facile trovare
dei convertiti, delle persone,
non sempre giovani,
convertitisi di recente al cattolicesimo
e per questo talvolta
sprovvisti della formazione
di base, delle stesse nozioni
elementari del catechismo.
In quale istituzione fanno
ingresso gli aspiranti sacerdoti?
I seminari sono strutture
concepite quasi cinque
secoli orsono durante il Concilio
di Trento per migliorare
e uniformare la qualità
della formazione dei presbiteri
cattolici. Sono istituzioni
semi totali, simili, nel funzionamento
di fondo, alle caserme
o ai collegi maschili.
Luoghi nei quali i ragazzi
passano cinque intere giornate
a settimana: studiando,
pregando e socializzando tra
loro e con i preti loro professori.
Nel weekend vanno in
parrocchia. Ma non nella loro
parrocchia, bensì in quella
alla quale vengono assegnati
in servizio dai superiori dello
stesso seminario.
La somiglianza con le caserme
oi collegi maschili va
al di là dell’o rg a n i z z a z i o n e
del tempo e riguarda il carattere
della formazione. Come
in caserma non solo si impara
a maneggiare un fucile o a
guidare un carro armato, ma
si apprende una disciplina,
uno spirito di corpo, una forma
mentis molto peculiare e
distinta da quella prevalente
nel resto della società, così in
seminario non si apprende
solo la teologia e l'indispensabile
bagaglio culturale del
prete, ma anche il senso di
appartenenza a una casta di
eletti, di uomini speciali, di
creature fuori dal comune,
meritevoli di maggior rispetto
e considerazione rispetto
ai comuni mortali. E insieme
a questo si coltiva il legame
viscerale con l'istituzione
ecclesiastica, si genera un
vincolo di appartenenza totale
che prevede, da parte del
sacerdote, la totale consacrazione
alla vita della Chiesa,
la perenne obbedienza alla
sua volontà della Chiesa e
il rispetto, almeno formale e
pubblico, della norma celibataria.
Da parte sua, la
Chiesa fornisce al suo funzionario,
nel corso di tutta la
sua vita da prete, il sostentamento,
l’assistenza e un’eterna
protezione in caso di
qualche guaio, soprattutto
se legato, in senso lato, alla
sfera della sessualità. il futuro prete impari a ritenersi
investito di una pericolosa
aura di sacralità, che diventi
un “uomo del sacro”.
Alcuni riescono a non cadere
in questa trappola, ma molti
(soprattutto, a sentire i professori,
i più giovani, quelli
entrati nell’era di Ratzinger)
purtroppo non ce la fanno e
cominciano a sviluppare una
passione quasi ossessiva per
la liturgia, per gli abiti e le vesti,
“per i pizzi e i merletti”
(per citare l’’espressione di
un amico teologo), per l’este -
tica del sacro e della tradizione.
Questa gente, una volta in
parrocchia, sceglierà di circondarsi
di un gruppetto di
tradizionalisti adoranti e
spingerà la Chiesa ancora di
più nella ridotta culturale
delle processioni e della religiosità
popolare e superstiziosa,
nel ghetto della resistenza
alla modernità.
DAL SEMINARIO si può naturalmente
anche essere allontanati:
ad esempio, perché si
è giudicati inadatti al sacerdozio
o perché non si riesce a
passare gli esami. In realtà,
questo avviene di rado perché
è difficile che un’istitu -
zione in difficoltà di reclutamento
rinunci a formare
nuovi funzionari. Un altro
motivo di esclusione potrebbe
essere rappresentato
da ll ’omosessualità. Anche
qui credo che la severità dei
rettori si sia nel tempo ammorbidita.
Qualche decennio
orsono bastavano delle
movenze effeminate, un taglio
di capelli non proprio virile
per essere allontanati dal
seminario. Oggi la situazione
è diversa e soprattutto
molti vescovi premono perché
le esclusioni dal seminario
siano ridotte al minimo.
In qualche caso, i ragazzi
scartati vengono mandati in
seminari più “tolleranti”con
gli omosessuali e lì diventano
tranquillamente preti.
L’omosessualità tanto spesso
severamente redarguita
dalle autorità ecclesiastiche
viene così nei fatti ampiamente
tollerata al proprio interno.
Quel che viene da chiedersi
è se la Chiesa Cattolica potrà
mai davvero cambiare fino
a quando non rivede in
profondità e radicalmente la
propria struttura clericale.
Come potranno mai accettare
di delegare il proprio potere
ai laici persone formatesi
in ambienti chiusi e castali
come i seminari? Perché i
giovani apprendisti sacerdoti
non possono essere educati
in normali istituzioni
formative, nelle, quali dopo
la scuola, si va a casa, si vive in
famiglia, si va in parrocchia
insieme a tutti gli altri fedeli,
si esce con gli amici (non solo
seminaristi) e la fidanzata (o
il fidanzato)? E perché non
possono fare questa vita anche
le donne che lo desiderassero?
Avremmo presbiteri
meno capaci, meno adatti a
guidare le loro comunità? O
avremmo solo una Chiesa
più evangelica, con meno gerarchie
e più eguaglianza,
più adatta a svolgere nel nostro
tempo la sua predicazione?
A voi la risposta.
marco.marzano@unibg.it
© RIPRODUZIONE RISERVATA
ei seminari sono stato molte
volte negli ultimi anni. Ho
tenuto conferenze, fatto interviste,
conosciuto tante
persone. Una volta, qualche
anno fa, proprio per capire
meglio alcune caratteristiche
del luogo, ho chiesto e
ottenuto di potervi trascorrere
una decina di giorni.
Talvolta ho avuto l’impressione
di entrare in una cattedrale
del deserto, in un
grande edificio semi spopolato,
eredità di un glorioso
passato già pronto per divenire
un reperto di archeologia
clericale. Altre volte ho
avuto la sensazione di una
maggiore residua vivacità.
Le cifre sul reclutamento del
clero sono spietate.
IL NUMERO TOTALE dei sacerdoti
diocesani in Italia,
con un'età media intorno ai
sessant'anni, è passato dalle
41.833 unità del 1975 alle
31.580 del 2012 (fonte Osret).
In quattro decenni, la Chiesa
ha perso più di diecimila preti,
circa un quarto del totale.
Nell'ultimo ventennio, il numero
complessivo dei sacerdoti
diocesani (che include
anche i numerosi presbiteri
stranieri) è diminuito di circa
300 unità all'anno (per effetto
del saldo tra decessi, abbandoni
e nuovi ingressi). Il
numero di preti in servizio
potrebbe in realtà essere inferiore,
perché vi sono taluni
che, pur risultando formalmente
presenti nei ranghi
del clero, non esercitano più
di fatto il ministero pastorale,
risultando “s o s p e s i
dall’i n c a r i c o” o “a riposo”.
Questo significa che i circa
2800 candidati al sacerdozio
per il clero diocesano del
2012 (che peraltro non diventeranno
tutti preti) saranno
comunque insufficienti
per arginare l’emorra -
gia di preti e per garantire la
sopravvivenza dell'ancora
fittissima rete territoriale di
parrocchie (25.700 sempre
nel 2012). I deficit di personale
ecclesiastico non sono
uniformi lungo la Penisola e
sono maggiormente evidenti
in alcune aree, ad esempio
in un territorio di fortissima
tradizione cattolica come il
Veneto. Qui l’importazione
di clero da altre aree del
mondo diventerà necessaria,
dato che nel 1970 c’erano
584 candidati al sacerdozio e
nel 2012 il loro numero è sceso
a soli 202. Quasi un terzo.
I SEMINARISTI sono dunque
relativamente pochi. La loro
provenienza rispecchia la
vitalità delle periferie cattoliche
italiane. Un certo numero
(decrescente) viene
ancora dalle parrocchie e
spesso da famiglie super cattoliche,
altri (una quantità
sempre più consistente) dai
movimenti ecclesiali. Tra
questi ultimi è più facile trovare
dei convertiti, delle persone,
non sempre giovani,
convertitisi di recente al cattolicesimo
e per questo talvolta
sprovvisti della formazione
di base, delle stesse nozioni
elementari del catechismo.
In quale istituzione fanno
ingresso gli aspiranti sacerdoti?
I seminari sono strutture
concepite quasi cinque
secoli orsono durante il Concilio
di Trento per migliorare
e uniformare la qualità
della formazione dei presbiteri
cattolici. Sono istituzioni
semi totali, simili, nel funzionamento
di fondo, alle caserme
o ai collegi maschili.
Luoghi nei quali i ragazzi
passano cinque intere giornate
a settimana: studiando,
pregando e socializzando tra
loro e con i preti loro professori.
Nel weekend vanno in
parrocchia. Ma non nella loro
parrocchia, bensì in quella
alla quale vengono assegnati
in servizio dai superiori dello
stesso seminario.
La somiglianza con le caserme
oi collegi maschili va
al di là dell’o rg a n i z z a z i o n e
del tempo e riguarda il carattere
della formazione. Come
in caserma non solo si impara
a maneggiare un fucile o a
guidare un carro armato, ma
si apprende una disciplina,
uno spirito di corpo, una forma
mentis molto peculiare e
distinta da quella prevalente
nel resto della società, così in
seminario non si apprende
solo la teologia e l'indispensabile
bagaglio culturale del
prete, ma anche il senso di
appartenenza a una casta di
eletti, di uomini speciali, di
creature fuori dal comune,
meritevoli di maggior rispetto
e considerazione rispetto
ai comuni mortali. E insieme
a questo si coltiva il legame
viscerale con l'istituzione
ecclesiastica, si genera un
vincolo di appartenenza totale
che prevede, da parte del
sacerdote, la totale consacrazione
alla vita della Chiesa,
la perenne obbedienza alla
sua volontà della Chiesa e
il rispetto, almeno formale e
pubblico, della norma celibataria.
Da parte sua, la
Chiesa fornisce al suo funzionario,
nel corso di tutta la
sua vita da prete, il sostentamento,
l’assistenza e un’eterna
protezione in caso di
qualche guaio, soprattutto
se legato, in senso lato, alla
sfera della sessualità. il futuro prete impari a ritenersi
investito di una pericolosa
aura di sacralità, che diventi
un “uomo del sacro”.
Alcuni riescono a non cadere
in questa trappola, ma molti
(soprattutto, a sentire i professori,
i più giovani, quelli
entrati nell’era di Ratzinger)
purtroppo non ce la fanno e
cominciano a sviluppare una
passione quasi ossessiva per
la liturgia, per gli abiti e le vesti,
“per i pizzi e i merletti”
(per citare l’’espressione di
un amico teologo), per l’este -
tica del sacro e della tradizione.
Questa gente, una volta in
parrocchia, sceglierà di circondarsi
di un gruppetto di
tradizionalisti adoranti e
spingerà la Chiesa ancora di
più nella ridotta culturale
delle processioni e della religiosità
popolare e superstiziosa,
nel ghetto della resistenza
alla modernità.
DAL SEMINARIO si può naturalmente
anche essere allontanati:
ad esempio, perché si
è giudicati inadatti al sacerdozio
o perché non si riesce a
passare gli esami. In realtà,
questo avviene di rado perché
è difficile che un’istitu -
zione in difficoltà di reclutamento
rinunci a formare
nuovi funzionari. Un altro
motivo di esclusione potrebbe
essere rappresentato
da ll ’omosessualità. Anche
qui credo che la severità dei
rettori si sia nel tempo ammorbidita.
Qualche decennio
orsono bastavano delle
movenze effeminate, un taglio
di capelli non proprio virile
per essere allontanati dal
seminario. Oggi la situazione
è diversa e soprattutto
molti vescovi premono perché
le esclusioni dal seminario
siano ridotte al minimo.
In qualche caso, i ragazzi
scartati vengono mandati in
seminari più “tolleranti”con
gli omosessuali e lì diventano
tranquillamente preti.
L’omosessualità tanto spesso
severamente redarguita
dalle autorità ecclesiastiche
viene così nei fatti ampiamente
tollerata al proprio interno.
Quel che viene da chiedersi
è se la Chiesa Cattolica potrà
mai davvero cambiare fino
a quando non rivede in
profondità e radicalmente la
propria struttura clericale.
Come potranno mai accettare
di delegare il proprio potere
ai laici persone formatesi
in ambienti chiusi e castali
come i seminari? Perché i
giovani apprendisti sacerdoti
non possono essere educati
in normali istituzioni
formative, nelle, quali dopo
la scuola, si va a casa, si vive in
famiglia, si va in parrocchia
insieme a tutti gli altri fedeli,
si esce con gli amici (non solo
seminaristi) e la fidanzata (o
il fidanzato)? E perché non
possono fare questa vita anche
le donne che lo desiderassero?
Avremmo presbiteri
meno capaci, meno adatti a
guidare le loro comunità? O
avremmo solo una Chiesa
più evangelica, con meno gerarchie
e più eguaglianza,
più adatta a svolgere nel nostro
tempo la sua predicazione?
A voi la risposta.
marco.marzano@unibg.it
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